mercoledì 4 luglio 2012

Una particella della Madonna

Cern.ch
Se non siete particolarmente distratti, oggi è uno di quei giorni in cui il mondo si ricorda che esiste la fisica. Da un paio d'ore si è chiusa la conferenza al CERN di Ginevra in cui son stati presentati i dati raccolti negli ultimi mesi e dunque mi lancerò nella duplice ardua impresa di scrivere a caldo e farmi capire senza sembrare un caciottaro che nulla ha da invidiare ad un giornalista di Repubblica a caso.

Che ricerca è? Ottima domanda, bimbi, quello che si sta cercando in quell'anello interrato di 27 km è il bosone di Higgs. Una particella la cui esistenza è prevista nel Modello Standard delle particelle, che è ad oggi ciò che usiamo per descrivere il mondo subatomico. In particolare il bosone di Higgs è l'unica particella che rimaneva da osservare, dopo la scoperta del quark top nel 1995 presso il FermiLab (pigrizia nel controllare data e luogo, ma ci credo abbastanza).

Ah, quello che da la massa alle particelle, la famosa particella di Dio? No, cristosanto, no. Citando un mio professore/fotomodello Se la gente sapesse cosa fa il bosone di Higgs non lo chiamerebbe la particella di Dio, ma la "particella della Madonna". Ebbene, partiamo dal primo grande fatto della vita: le cose hanno massa. Per alcune donne la cosa pare essere angosciante, ma ricordo loro che ciò che le preoccupa in realtà è il volume, non la massa. Considerazioni estetiche a parte, arriviamo al secondo fatto che sanno un po' meno persone: esistono delle simmetrie.

Cosa sono le simmetrie? Dunque, in parole povere che mi sto impigrendo sempre di più, se un sistema fisico ha una certa simmetria tu, osservatore (vocativo), non ti accorgi se ci sono delle trasformazioni (sotto quella simmetria). Per esempio, prendete una palla perfettamente uniforme, non vi accorgerete mai se sta ruotando o meno. Le simmetrie sono importanti perché ci dicono molto sulla natura delle cose e il problema è sorto negli anni '60, quando non si riusciva a scrivere una teoria che contenesse oggetti con massa e le simmetrie che volevamo. Quindi cosa si pensò? Si pensò di scrivere la teoria senza metterci la massa e si trovò un sistema, detto rottura spontanea di simmetria, che inserisse in maniera naturale la massa senza rovinare la simmetria, che è sinonimo di eleganza e si sa quanto ci si tenga all'eleganza, nella vita. Ora, spiegarvi come funzioni non è complicato, ma senza conti è da cialtroni, sintetizzerò dicendo che per farlo si aggiunge un qualcosa alla teoria, un campo scalare, e i costituenti della teoria prendono così massa, si hanno le interazioni volute, tutto magnificamente inizia a tornare e ci si è lavorato per 50 anni buoni. Però una parte di quel qualcosa che si è aggiunto per i nostri scopi rimane lì e va a descrivere una particella con una massa ignota, spin 0 e carica elettrica 0. Ecco, quella roba la chiami bosone di Higgs. Non ha dato massa a nessuno, è solo il nostro Modello, non siamo così religiosi.

E in tutto ciò serviva andare in Svizzera? Si, perché sotto Ginevra è stata costruita la macchina più grande del mondo, un anello di 27 km in cui vengono accelerate le particelle e fatte scontrare, così da vedere cosa saltava fuori. Come da bambini quando fai scontrare le macchinine e ti diverti un sacco. Questo è il Large Hadron Collider, LHC, le macchinine sono gli adroni e il bambino divertito che le accelera sono dei meravigliosi campi magnetici. Questo si fa perché la teoria prevede che quelle che una volta eran considerate particelle elementari erano in realtà costituite da oggetti ancora più elementari, dunque serviva spaccare tutto per vedere questi oggetti. Un giorno ci sarà una teoria migliore che ci dirà cosa c'è di più elementare e così via. Forse.

Arriviamo dunque ad oggi, che d'ora in poi definirò il momento in cui farsi i pompini a vicenda, i dati presentati rappresentano un significativo passo avanti perché evidenziano che, là a 125 Gev dove non c'era nulla, c'è un segnale, a quanto pare nettissimo, che indica la presenza di una particella con alcune caratteristiche compatibili col bosone di Higgs. 94 minuti di applausi in sala, emozione tra i presenti, il vecchio Peter (Higgs, lui lui) commosso. Un giorno che potrebbe essere ricordato per sempre nella fisica contemporanea, una svolta che potremmo definire storica. L'ultimo mattone è stato trovato.
Forse.
Forse perché han detto che ci sono alcune proprietà che non ci si aspettava (il che è il bello di fare gli esperimenti, cercando di capire cosa succede, cosa c'è che non sappiamo), forse perché i dati sono parziali (per quanto nitidi), forse perché possiamo spingerci ancora più in là e forse perché potrebbe essere la punta dell'iceberg di una fisica ancora sconosciuta.

Insomma, c'è del fermento, c'è dell'entusiasmo e c'è della voglia di scoprire e l'atmosfera si sta facendo decisamente interessante. Ma per ora è il momento di farsi pompini a vicenda, checché ne dica Mr Wolf.

Ma se poi si conferma tutto che si fa? Bruciamo tutto? Eh no, questa teoria è degli anni '60 e la fisica teorica in quel campo è andata avanti libera e felice, per cui la più grande macchina del mondo potrà darci altre soddisfazioni o, nel peggiore dei casi, indicazioni che si è stati un po' troppo liberi e felici negli ultimi anni.

Oppure possiamo usarla per distruggere l'umanità, prospettiva altrettanto interessante.

lunedì 2 luglio 2012

Considerazioni a margine di sti Europei

A palle ferme, quelle da gioco, quelle che si son riempite della noia di alcune partite, quelle che girano vedendo la propria Nazionale prendere 4 goal, senza crederci nemmeno un po', in una finale d'europeo, potrei lanciarmi in qualche considerazione, di quel qualunquismo genuino che nel parlar di calcio ti vien così naturale, al bar come negli studi rai.

C'erano un po' tutti i presupposti per la grande vittoria, scandalo calcistico di finale di campionato, giocatori indagati, altri in dubbio che volevano probabilmente procurarsi un'amnistia per meriti sportivi, inizio zoppicante, 2, solo 2, belle partite che han dato tutta la fiducia, ma vabbé, c'era la Spagna che passeggiava da 4 partite e han vinto loro, più forti, più in forma, determinati, blablabla.

Prima cosa che ho notato è l'andamento delle borse, che avrà pur qualcosa di scientifico dietro, in funzione della vittoria o della sconfitta di una determinata Nazionale. Coincidenze, che nell'immaginario di un italiano, tifoso allenatore da quando ha 6 anni, non può che far pensare che tutta sta storia di spread, debito, crescita, finanza, sia tutta una grande bufala per mantenere chi lavora in borsa.
È stato l'Europeo dei cani uccisi, che nell'immaginario collettivo equivale allo stupro di neonati, perché guai ad uccidere i cani. Badate bene, non sto dicendo che non abbia avuto del disumano il modo in cui l'Ucraina ha deciso di risolvere un problema che probabilmente si portava avanti da secoli. Dico che la disumanità di uno Stato, emersa solo e solamente perché ci si giocava a pallone dentro, non ha fatto che risvegliare quel gusto del macabro del popolo di internet. Tutti ben disposti a condividere coi propri amici foto di animali morti, anche morti in altri luoghi e in altri tempi, l'importante è che fossero dei cani e che si vedesse qualcuno che li ammazzava. Al punto che viene il dubbio se lo scopo fosse informare, colpire con la forza brutale delle immagini, oppure semplicemente soddisfare un sadismo represso, inconfessato ed inconfessabile che un po' ci si porta dentro. Il sospetto è anche che se fossero state, chessò, scolopendre carnivore di mezzo metro, non sarebbe passato un po' per le palle di nessuno di sollevare un polverone. Boicotta, boicotta, poveri cani, almeno finché l'Italcalcio non ci regala un sogno, non tanto la paventata vittoria, quanto la possibilità che anche se si è inferiori, si può fare meglio, nel calcio come nella vita.
Le autorità Ucraine avevano sulla capoccia anche la spada di Damocle del loro trattamento nei confronti degli oppositori politici. Qui la sollevazione è stata inferiore, che mica son teneri come i cani, e fortunatamente più istituzionale. Ma anch'essa eclissata dalla possibilità di vincere, di poter dire che siamo i migliori, dal popopopooo.
Poi c'è stato il gioco, in cui un ragazzo nero di 21 anni dal talento spropositato non può essere fischiato, perché se lo fischi sei razzista, è nero. No, cari miei, se uno mi sta sulle palle posso fischiarlo, anche se è nero perché è così che mi comporterei con uno che mi sta sulle palle. Ma a quanto pare quelli che si mettono a moralizzare contro i fischi non sono poi così distanti da quelle bestie ancora convinte che la concentrazione di melanina in una persona possa in qualche modo esprimere un giudizio sulla qualità della persona stessa. È stato l'Europeo in cui è emersa la raccapricciante idea che non esistono negri italiani a meno che non facciano due goal alla Germania e popopopopo. Quell'idea in cui nero è bello se serve bene, se fa benissimo il suo lavoro. Che una volta tanto si prendesse dall'Europa anche quella cultura multietnica che si trova in alcuni grandi Paesi e non solo la politica economica, se ne parlerà forse per la prossima generazione. O per quando Balotelli farà 5 goal a partita nei prossimi mondiali.

Si, avevo elaborato qualche pensiero più profondo, ma non era meno banale di quelli sopra espressi, sperando di esser stato abbastanza provocatorio così e sperando che si riescano a fare riflessioni simili anche lontani dalla grande giostra del calcio internazionale. Perché, che ci piaccia o no, è da tifosi che ci poniamo nei confronti di quasi ogni questione sociale e non. Siam pur sempre un Paese dove per vent'anni ha governato il proprietario di uno dei maggiori club, che ha usato questa sua proprietà per fare campagna elettorale e il cui partito si chiamava come lo slogan più genuino che ti venga in mente guardando la squadra che porta la tua bandiera sul petto.
Ché non ho paura dell'italiano tifoso in sé. Ho paura dell'italiano tifoso in me.

domenica 1 luglio 2012

Rossaggini, il punto dove guarda il Ché nelle foto.

Visto che in sti giorni con persone diverse, in discorsi diversi, mi son emersi nella mente un po' di quei luoghi comuni, quei cliché, quei falsi miti che, nella storia di un giovane vecchio quale sono, lo rendono quello che è, un giovane vecchio di sinistra, un nipote dei fiori, ho deciso di elencarne alcuni, non del tutto in ordine temporale. Dunque lo scopo di quanto segue è di ricordarci quello che si è stati da giovinotti, sapendo ridere del proprio stereotipo e, infine, ricordarsi un po' perché era importante essere come si è. Insomma, ricordarsi che c'è bisogno di sinistra, nella vita, o tutto si chiamerà centro e le persone andranno sempre dritte, in linea retta, inconsapevoli ed incapaci di svoltare quando serve.

Si comincia un po' in sordina, inconsapevolmente, sul finale delle medie, con i maglioni sformati, i jeans consumati fino a strapparsi, le magliette scolorite e niente, niente che sia nike. Sono i tempi di Genova 2001, del io quell'acqua non la bevo ché è della Nestlé, dell'eco per anni di quelle parole giuste, e oggi sappiamo quanto dannatamente giuste, che si son perse nelle grida della violenza, del sapete solo tirare sassi, mai una proposta. Mai una volta che si ascoltasse una manifestazione.
Sono gli anni in cui pian pianino cresci, ti interessi, gli anni dei capelli lunghi, la barba incolta (all'inizio perché spunta così, all'improvviso e a tradimento, poi perché è così che deve essere, ribelle). Ti ritrovi con un libro ingiallito nei jeans, di quei vecchi tascabili che hai trovato in cantina o su qualche bancarella polverosa e che stanno bene nella tasca dietro. In inverno porti un cappottone, oramai da decenni non è più obbligatorio che sia un eskimo, ma il Manifesto piegato che spunta dalla tasca è sempre gradito. L'Unità, se vuoi fare il moderato. Quei tempi in cui sviluppi le tue idee di socialismo, hai la tua deriva marxista, la grande utopia, la feroce disillusione, leggi molto, che un po' intellettuale ti piace esserlo, hai sempre pronto il graffiante l'abolizione della proprietà privata non è nel Manifesto di Marx ed il tuo modo di definire l'infinito è, e per certi versi rimarrà sempre, il punto dove guarda il ché nelle foto.

Cresci in fretta, ti senti crescere in fretta, perché alle volte sei davvero due persone in una, e partono le grandi manifestazioni per la pace, con le fascette bianche di Emergency appese allo zaino. Mai che ci ascoltasse qualcuno, anche lì. Si riempiono le piazze e ci si conosce sempre tutti, anche se non sei propriamente la socialità fatta persona. 
Inizi con i Berlinguer era una brava persona, peccato non averlo visto vivo, oppure il Nudi si, ma contro la DC, oppure ancora lunghe invettive contro i quarant'anni di malgoverno democristiano che non hai visto. Urli fascisti carogne tornate nelle fogne. Ci si lancia a bomba contro l'ingiustizia.
Vai alle feste dell'Unità, seduti per terra, con la birra che gira, illuminati dai lapilli della complicità. Come i punkabbestia col cane, che stanno più in là e in cuor tuo sai che puzzano troppo. Diventano gli anni in cui balli scalzo, con la braccia larghe e la faccia verso il cielo, perché ai concerti si va per pogare e volersi bene. Se cominci a volerti veramente bene è il tempo dei baci sudati al vino ai bordi dei concertoni, in cui le punte delle dita devono in qualche modo terminare coi suoi fianchi, a limitarsi per non essere infiniti perché laggiù, all'infinito dico, ci può essere solo lo sguardo del che. I tempi, che si trascinano un po' per sempre se hai capito i veri perché, in cui alcune canzoni le devi ascoltare col pugno alzato.

Continui a crescere, ascoltando Radio Popolare, in inverno come in estate, coi 7 GR al giorno, i collegamenti dalle manifestazioni, la radiocronache di un po' qualunque cosa, strane storie in notturna, i se porti da mangiare puoi fare la trasmissione, se nessuno chiama entro 10 minuti mettiamo un cd e andiamo a casa, come trottole in piazza San Fedele, le risate con Passatel e, solo per un'estate, 2 all'ora, così non si suda. Cresci così e la rabbia giovanile fa spazio alla bile post adolescenziale, sei nell'era delle sigarette fai da te, sempre diverse da loro stesse, ribelli. L'era delle dita congelate per dare i volantini in dicembre quando piove e tira vento. Continui a passare il 25 Aprile a Milano ma ora concludi la giornata con la frittatona patate e cipolle in macchina. Continui con la cultura un po' da salotto che fa sempre piacere, ma ora abbandoni le pagine ingiallite, preferendo un film musicale su un pasticcere trotzkista nell'Italia degli anni '50. Inizi ad arrabbiarti davvero col tuo partito, perché si divide su tutto. Poi pian piano capisci che è un partito di sinistra, quindi c'è dibattito anche interno, fino al punto di dividersi e, guardando quelli dall'altra parte, sai nel profondo che è meglio così, alla fine. Cominci con InformareXresistere, poi capisci che son dei fascisti peggio di quei servi del potere.
Ci si divide, infine, in quelli che hanno accettato il compromesso e quelli che non l'hanno fatto e, per questo, ce l'hanno col PD.

E, D'Alema, dica qualcosa di sinistra.

venerdì 15 giugno 2012

La naturalezza non si brucia

Sono notizie degli ultimi dieci giorni, quelle riguardanti gli episodi di intimidazione e sabotaggio nei confronti delle cooperative e dei coordinamenti di Libera del centro e sud di questo italico stivale. Responsabili regionali minacciati e beni confiscati dati alle fiamme. Una mafia che alza il tiro in un contesto in cui l'italico stivale tutto si dedica ai giochi "trova il frocio in azzurro" e "scegli il biscotto migliore spagnolo-croato". Una mafia che, come sua viscida natura vuole, alza il tiro nell'ombra, nel silenzio, nell'indifferenza generale.

Cosa sentii dentro di me calpestando un po' di quella terra confiscata e restituita alla collettività, già ne scrissi e, anche se mi fa del gran piacere, non ne parlerò nuovamente. Ho cercato per giorni di immaginare cosa possono aver provato, questi valorosi lavoratori delle cooperative di Libera, nel trovare il loro lavoro di anni ridotto in cenere. Con coraggio hanno affrontato un ambiente ostile, si sono dedicati col loro sacrificio per rimettere in sesto un luogo di violenza (di violenza in quanto appartenuto a persone che usavano il possesso per ostentare il potere ed il potere per compiere violenza). Un luogo spesso distrutto nel momento in cui veniva notificata la confisca, perché il mafioso di turno doveva rendere chiaro che quella è cosa sua e nessuno poteva usarla. Un luogo distrutto che stava anche per decenni in stato di abbandono, imprigionato da burocrazia, ipoteche bancarie accese pochi giorni prima della confisca (sono circa metà i beni in questa condizione), piani di lottizzazione approvati da qualche parente o amico dell'amico nel consiglio comunale colluso, minacce più o meno velate verso chi dimostrava di voler metterci impegno. Hanno fatto sacrifici, per rimetterlo in sesto, ricostruire strutture, trovare mezzi, creare lavoro onesto in zone in cui il lavoro onesto non si trova, fino a produrre qualcosa, un vino, un olio, che finisse sulle nostre tavole a urlarci in faccia che cambiare si può, che sfidarli deve essere naturale e che ne esce del buono per sfidarli.

Hanno aspettato che il lavoro fosse completato, per bruciargli davanti agli occhi quanto siano stati inutili i loro sacrifici, per fargli il danno economico maggiore, per ricordarci, come se ce ne fosse bisogno, quanto sanno essere infami. A lasciare solo cenere e fumo nell'aria, come se non bastasse il fumo che esce dalla merda nei loro cuori ad infestare l'aria di tutti, quell'aria che vogliono che sia loro, quell'aria che loro ti concedono di respirare. E l'hanno fatto prima dell'estate, a rovinare il raccolto appena in tempo, a spaventare le migliaia di ragazzi che da tutta Italia si stanno organizzando per andare a fare del volontariato, come ogni anno, su questi beni, per esserne parte per qualche giorno.

La rabbia per un gesto infame, però, non è niente in confronto a quella che provo nel vedere l'indifferenza, la stupidità del girare la testa dall'altra parte. Perché siamo tutti bravi a celebrare gli anniversari tondi di qualche omicidio illustre, tutti incazzatissimi se usano il tritolo per cancellare qualche eroe dalla faccia della terra, tutti nelle piazze se (almeno da quanto sembrava in quelle ore) uccidono una ragazzina che va scuola, insomma, tutti in prima linea nella massa che reagisce, giustamente, ad un atto eclatante. Tutti ad applaudire magari a qualche incontro che Libera ti organizza sotto casa, quanto alla partecipazione attiva, beh, se ne parla un'altra volta, quanto al sostegno vero si vedrà. E siamo silenti, in alcuni casi financo complici, nel rapportarsi a quello che la mafia fa tutti i giorni, quello che la rende potente, il controllo capillare di alcuni territori, il traffico di droga, le violenze verso i deboli, il sabotaggio del mercato. Tutto quello che le da la sicurezza di poter fare quello che vogliono se c'è da alzare il tiro, le risorse per continuare nel momento in cui incorrono in errori. Il nostro silenzio emerge nel momento in cui, ad esempio, qualche magistrato scoperchia uno dei loro loschi traffici, traffici che magari son nel nostro paesello e dunque ci troviamo a dire Beh si, era evidente che erano mafiosi o Si sa che comandano loro. Se lo sapevi, allora, perché non hai fatto niente? Perché hai continuato ad andare in quel bar anche se sai benissimo che spacciano cocaina? Questa è l'indifferenza complice, questa è la mafia dentro ognuno di noi e questo è, per ora, il motivo per cui la mafia vincerà sempre. Si, moralizzo, perché alle volte basterebbe proprio poco per esser uomini e non solo persone. E quel poco non lo si fa, per pigrizia o avarizia, nemmeno per paura, ma per pigrizia o avarizia (o, una minoranza, per malafede).

Ho detto per ora, perché le cose stanno cambiando, a colpi di bottiglie di vino, uliveti, arance, sudore della fronte e rispetto delle regole. Sacrifici di sempre più persone che oggi continuano, ricominciano, ricostruiscono, perché quella è la loro vita: combattono la mafia sul loro territorio facendo quello che dovrebbe essere naturale, rimanendo liberi. Con la naturalezza si vincerà, alla fine, e la naturalezza non si brucia.

venerdì 1 giugno 2012

Di giornalismo, scienza e cialtroni

Comincerò il mese di giugno con il piglio giusto e dunque con il primo post del mese. L'idea mi è venuta ieri sera, tornando a casa tardi, dopo una lunga discussione in merito. L'ora tarda ha fatto si che questa mattinata non fosse adatta allo studio e dunque, in questo luogo di scienza, è di scienza che proverò a parlare, provando a mettere in ordine i discorsi di ieri. In particolare, come avrai capito, mio attento ed affezionatissimo lettore, mi voglio concentrare sull'approccio alla scienza che ha il giornalismo, avendo a disposizione come unico dato quello che avviene in Italia. In realtà coltivo la segreta speranza che questa cosa avvenga solo qui, per l'umanità tutta.

Se bisogna fare una prima considerazione, brutale e categorica come piace a noi, è che in Italia il giornalista medio che si occupa di scienza (una media da intendersi come il giornalista che generalmente raggiunge il grande pubblico) è un cialtrone di proporzioni bibliche. E mi limito a cialtrone solo perché non voglio procedere con l'ovvia rima che ne seguirebbe.
Ora, non sarei nemmanco in grado di dirvi qualche nome o cosa hanno studiato questi fini scaricatori di porto del rigore scientifico, più che altro perché mi impongo di non leggere mai l'autore di un articolo prima di averlo letto e se tale opera è una cagata pazzesca di certo non mi metto a fare le pulci allo sventurato di turno. Mi interessa di più cosa scrive una persona, non chi la scrive, anche agli idioti capita di scrivere cose sensate e queste virtuali pagine, in pochi, isolati ma grintosi, passaggi, sono una decisa dimostrazione di questo concetto. Se mi ricordassi chi è l'autore so già che difficilmente leggerei con il dovuto distacco ogni suo successivo lavoro.

Ci sono notevoli punti critici da affrontare per scrivere su un giornale non specialistico (dunque per un pubblico al più interessato, ma certamente non esperto). Una buona divulgazione scientifica richiede una comprensione della materia profonda quanto quella dello scienziato che ha effettuato, ad esempio, la ricerca di cui si vuole parlare perché solo così se ne può cogliere a fondo la bellezza, il messaggio. In caso contrario vorrebbe dire mettersi a ricamare intorno ad un piccolo frammento di frase sentito su una metropolitana.
Mentre si era sulla banchina ad attendere quella successiva.
Su un altro binario. 
Il secondo punto critico riguarda l'aspetto puramente comunicativo, ovvero: come spiego all'uomo della strada un concetto che mi ha impegnato anni di studi prima di capirlo a fondo? Perché a rendere rozzamente semplici le cose son buoni tutti, ma si deve comunque rimanere fedeli il più possibile al rigore scientifico che ci sta dietro. Questo per dire che i cialtroni che ho così apertamente criticato si sono scelti un lavoro difficilissimo. Sempre che sia un'attenuante.

Iniziamo dunque a sconfinare qua e là dal campo scientifico, cercando di non perderci, arrivando ad un altro problema del giornalismo: le fonti. Il lettore medio certo le fonti non le controlla, ma non solo: non gli interessano davvero. In fondo perché un giornalista dovrebbe mai mentire (ma anche solo sbagliarsi)? Basta che quella persona sia credibile o dica le cose in maniera credibile e si è disposti ad accettare anche la notizia più improbabile. Alché arriva il rompipalle di turno che chiede quale sia la fonte di una deteriminata notizia ed il giornalista, messo alle strette, magari se ne esce con la fonte. Si passa dunque al livello successivo: se mi dice la fonte io ci credo, mai e poi mai andrò a controllare, perché non ho il tempo, le capacità, la voglia, ma ci credo. Questo, nel giornalismo scientifico, si traduce nel meccanismo più subdolo che si possa trovare: ti dico dei numeri, ti faccio intuire dei conti. Improvvisamente dire una serie di numeri, per altro campati per aria (ho deciso che quando in un articolo divulgativo si va oltre la prima cifra dopo la virgola si sta in realtà costruendo una palese supercazzola), rende vero, affidabile ed inattacabile anche la peggior menzogna. Chi legge è convinto che coi numeri non si possa certo barare, ma è anche convinto di non essere in grado di verificare ed addentrarsi nel ragionamento, per cui si fida. In questo modo chi scrive non solo fa credere la sua tesi alla gente, ma fa credere ai lettori di essere persone attente, con occhio critico. No, rimanete dei pecoroni, semplicemente credete a un altro predicatore con la stessa cieca devozione che avevate nel credere al predicatore precedente, più cialtrone di questo. Si, grillino (in senso ampio) medio, parlo con te. In altri campi del giornalismo, come il giornalismo giudiziario, il meccanismo può essere lo stesso, citare una fonte che tanto non ritrovi, perché figurati se da casa puoi controllare se quell'ordinanza citata dice proprio quello, ti fidi. In questo caso la domanda che mi sorge è: citi un documento ufficiale (e pubblico) che hai sicuramente tra le mani per citarlo, siamo nell'epoca di internet, perché non lo metti online così uno che legge il tuo articolo può vederlo?

Insomma se vuoi far passare la rete come il luogo dove, se dici falsità, vieni smentito in tempo reale, devi rendere le tue argomentazione solide e ben documentate, con documenti accessibili anche al lettore. Altrimenti stai solo facendo credere alla gente di essere furba ed attenta, portandola a credere a qualunque cosa perché la dice internet e credo di non essere l'unico a percepire la pericolosità tale azione. Mi fermo qui, che son già stato abbastanza confusionale per un singolo post, prima di scivolare in discorsi su come in Italia un approccio critico non solo non viene incoraggiato, ma osteggiato dalla maggioranza. O di come, per cultura, la scienza sia una cosa per pochi eletti, geni che riescono a capirla, che sono portati per la materia, mentre io, persona comune, non sono abbastanza bravo o, peggio, non vedo perché dovrebbe interessarmi. O di come, in ambito scietifico, le cose non funzionano come in televisione, hanno bisogno di tempo, che sia un giorno o un secolo, per essere controllate e mai, dico mai e questa è una certezza, saranno giuste.

Giusto per aver ragione...  
9.387453 TeV per cavalli vapore.
Credo sia colpa delle scie chimiche che produce Haarp, contribuendo al buco nero che han creato 4 anni fa al CERN di ginevra.
Protoni.
Svolta epocale.
Gravità quantizzata.
Supernova.
Responsabilità civile per i fisici.
Neutrino.