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domenica 20 ottobre 2013

Emozione Libera

Ieri, 19 ottobre, a Milano si sono celebrati i funerali laici di Lea Garofalo, testimone (non collaboratrice, testimone) di giustizia uccisa dal marito mafioso. La storia di Lea l'ho raccontata a chiunque abbia incontrato, perché credo sia la storia più terribile che abbia mai sentito, intrecciata com'era nella vita di sua figlia, Denise. L'ho raccontata e non riesco a scriverla, perché è un orrore talmente forte quello che sento nelle ossa che non credo di riuscire a reggere un racconto che rimanga nell'aria per più di qualche secondo.

L'evento di ieri più che per Lea era per quella fortissima ventenne che è Denise, una vita sotto protezione, una vita rubata da una violenza di uomini che si vogliono definire d'onore e che a volte nell'immaginario collettivo entrano come criminali, ma con onore. Leggetevi quella storia, fino in fondo, poi ditemi quanto onore possono avere bestie simili. Ma mi son lasciato trasportare, volevo dire altro, l'evento di ieri l'ho seguito da 2000 km di distanza e credo che per una volta valga la pena di gettarsi alle spalle la consueta corazza e provare a mettervi due righe, per una volta vorrei provare a trasmettere quell'emozione. Mi manca quel (poco) che facevo in Libera, era un qualcosa di quotidiano, di frustrante perché impalpabile ai più, ma era capace di trasmettermi quel brivido lungo gli arti, quel brivido che ti ricorda che non sei vuoto, che c'è qualcosa dentro di te e quel qualcosa ti può dare la forza di fare un passo in più e così via. Con Libera è veramente cominciato tutto sui campi confiscati a Polistena, un uragano di sensazioni nuove, un uragano che non finisci mai di descrivere, un uragano che mi portò qualche mese dopo a Torino, due giorni insieme alla grande famiglia di Libera. Poi cominciò il quotidiano, la mini responsabilità affidatami e con esso i duecentomila problemi, la frustrazione che ti può dare l'indifferenza della gente che non riesci a scalfire, ma sempre, sempre per davvero, un gesto, una fatica, che riusciva a darti la forza di affrontare la frustrazione successiva o la riunione inconcludente successiva. È lì che mi sono chiesto il perché ed è lì che è nata l'idea per questo post.

Libera non è l'unico modo di far antimafia, ci sono altre associazioni e anche modi di fare antimafia nel proprio privato, ma è sicuramente un modo di fare antimafia che ti porta ad esperienze decisamente nuove e profonde. Quella profondità è la stessa che ti spinge, come un fuoco quasi eterno, a raccontare a chiunque quello che hai sentito, perché in fondo è la cosa più genuina che puoi trasmettere. Puoi riportare informazioni che hai imparato, altre che ti sei trovato da solo, ma in fondo sai che è quella mole di emozioni che ti sta facendo continuare con passione e vuoi, ne hai bisogno, che anche altri sentano quelle emozioni, perché si attivino (anche solo nel loro piccolo, come te) e raccontino a loro volta. Questo, per me, è il modo di vincere la battaglia culturale contro la mafia, ricordare alle persone che c'è un cuore pulsante in questa Italia cancerosa.

Dunque dicevo ieri, una piazza gremita, uno streaming saltellante e i miei occhi a mezz'asta. Me ne stavo in piedi in università, perché solo da lì lo streaming poteva essere almeno saltellante, me ne stavo in piedi con le cuffie e cercavo di capire cosa stava succedendo. Si salutava una donna che è un esempio di coraggio, si salutava una madre di una figlia ventenne che sta dimostrando giorno dopo giorno di avere lo stesso identico coraggio. Una figlia che non vogliamo lasciar sola, un errore che si è già commesso con Lea. Una piazza che è un abbraccio ad una bara, un abbraccio istituzionale e popolare di una città che vuole dire basta a questa melma che le scorre nelle vene da quarantanni. Io me ne stavo in piedi, perché avrei voluto contribuire, perché avrei voluto esserci e abbracciare ogni singola persona persona presente. Fremevo, non potevo stare fermo, ero felice, ma ero triste, relegato altrove. Triste di non poter testimoniare la mia vicinanza con la mia presenza. Avevo fatto il possibile nei giorni scorsi, il possibile da qui, mail, chiamate, inviti, appelli, racconti. Ma no, non era abbastanza, non lo è mai. Avrei voluto consegnare le bandiere IO VEDO, IO SENTO, IO PARLO, avrei voluto far le foto ai balconi che le esponevano, avrei voluto prenderlo quel costosissimo aereo che avevo trovato per tornare e ripartire in giornata. Invece stavo lì, in piedi, pieno di energie e sonno, con le cuffie ascoltavo tratti di quel che succedeva. Poi chiama Denise e solo scriverlo mi ridà quel brivido. Denise, dalla sua vita nascosta, in un giorno durissimo, da l'ennesima dimostrazione di quanto grande sia il suo spirito e chiama. Poche frasi alla piazza, poche ne riesco a sentire per lo meno. Il brivido si concentra intorno agli occhi. Piango, copioso. Ricordandomi ogni istante di violenza di quella storia, ricordandomi come ha dovuto vivere Denise, con un padre e un fidanzato assassini di sua madre, falsi, subdoli, violenti. Bestie. Sono lacrime di rabbia, di dolore infuso. Piango e tutti mi guardano, ma continuo, come se fossi in quella piazza, non posso nasconderlo. La rabbia di sentire dentro la pelle l'ennesima storia di una vita spezzata da un potere che non combattiamo abbastanza, un potere criminale che vive nei nostri silenzi e nei nostri sguardi miopi. Piangevo ed ero felice, perché quella piazza non poteva più essere miope, quella piazza poteva iniziare a parlare. A Genova potevo controllarmi, lì no, era una ragazza, giovane, da sempre privata di una vita, che ci gettava addosso il suo coraggio. Eroi, di solito le persone così le chiamiamo eroi.

Poi arrivano le foto, vi vedo nella folla, vedo le vostre foto. Sono felice.
Telefono.
È stato incredibile, non puoi capire.

È vero, non posso, ma l'ho sentito.

Grazie Lea. Grazie Denise. Grazie, ragazze e ragazzi di Libera. Grazie, maledetta Milano.

lunedì 15 ottobre 2012

Siete tutti uguali

Dopo un po' di maxi indagini che han portato centinaia di mafiosi e collusi nelle patrie galere, dopo che negli anni '80 si era la seconda regione per numero di sequestri di persona dopo la Calabria, dopo un po' di omicidi più o meno illustri nel suo capoluogo, dopo numerosi episodi di intimidazione, sabotaggio e quant'altro nella miriade di micro paesi che coprono per intero la sua superficie, dopo una serie di sindaci, assessori, finanzieri, imprenditori e via andare finiti in carcere con accuse pesantissime, dopo un mucchio di beni confiscati (fase pigrizia per non trovare il numero esatto), pare che la regione (minuscolo) Lombardia si sia accorta che la Regione (maiuscolo) Lombardia sia stata infiltrata dall'ndrangheta, un'associazione mafiosa così oscura da avere un nome che comincia con un apostrofo. Una fortuna che ora questa oscurità sia stata spazzata via dall'assessore alla casa Zambetti, il quale ha pensato bene che, per amore della nostra illuminazione, fosse il caso di comprarsi i voti proprio dai clan, 50 euro l'uno.

Per una volta non farò una filippica su quanto si faccia finta di non vedere l'evidentissimo almeno dacché ho imparato a camminare, ma niente paura: farò la mia solita filippica. Lo spunto me lo da una serie di interviste che Radio Popolare ha fatto in qualche mercato milanese nei giorni successivi in cui chiedevano alla gente cosa ne pensavano di questo arresto per mafia. Il risultato è disarmante, dal non mi interesso di politica (come se questa fosse la politica) al sono dei ladri, come quello là in Lazio che mangiava all'evergreen sono tutti uguali. Ecco, qua mi appoggio, mi ergo sopra le tristi vite di ognuno di noi e pontifico.

Non che mi senta di difendere alcun politico e tralasciando il fatto che dal punto di vista logico è estremamente facile contraddire un'affermazione con "tutti" al suo interno, però mi da fastidio questo pensiero. Mi da fastidio perché è un pensiero povero, ecco dire sono tutti uguali è un modo di esprimere la propria povertà di pensiero. Un po' come utilizzare la parola geniale quando si intende semplicemente bello o originale esprime la propria povertà lessicale.

La teoria della relatività era geniale, i Pink Floyd sono geniali, momenti del cantautorato italiano sono geniali, le parole sono importanti.

Quelli tutti uguali siamo noi, continuamo a sputare su una classe politica che gli sputi di certo non fa nulla per non meritarseli e rimaniamo così dannatamente e fastidiosamente italiani. Si, alla fine verrà un post su quanto sia fastidiosa l'italianità. Passiamo il tempo a pensare quanto sarebbero golose e giuste quelle centinaia di milioni di euro che risparmieremmo con un taglio serio ai costi della politica, ma non vediamo che siamo in un Paese (maiuscolo, ma immeritato) con il 30% di sommerso. Traduco: una volta su 3, in media, ognuno di noi infrange delle regole che contribuiscono all'impoverimento collettivo del Paese. (non riesco a ritrovare quell'articolo di giornale che faceva due conti in merito al fatto che, se rispettassimo le regole, pagando le tasse, saremmo tipo i primi nell'universo, certo, non ricordarmi manco il giornale da cui era preso non vi aiuta).

Che poi, e qui vi credo uno sforzo di sincerità e immaginazione, se ognuno di noi avesse il potere di decidere il proprio stipendio, quanti di noi se lo ridurrebbero? Esatto, la risposta a questa domanda è il motivo per cui ritengo che il nostro parlamento rappresenti alla perfezione la popolazione.

Nel sommerso, anche nel sommerso, le mafie sguazzano e crescono. Nel sommerso vivono e nel sommerso sono intoccabili. Questo è il motivo per cui l'ndrangheta è la prima industria in Italia e, questo si, lo fanno coi soldi tuoi, con la vita tua, con la libertà tua. Con quel sommerso mettono nei posti giusti gli uomini giusti per fare i loro affari sbagliati.

Se passi le giornate a trovare metodi fantasiosi di fare il furbo, fintanto che riterrai furbo questo stile di vita, non ti sorprendere se poi nei tanto cantati palazzi del potere ci vanno certi farabutti, perché sono come noi, uguali a tutti noi.

Concluderò con delle note.
1: per i leghisti. Si, è una situazione fortemente favorita dall'immigrazione interna, ma il terreno fertile per la mafia era già qui, non ce l'han portato i calabresi. Si, si ghettizzano, ma siamo sempre la Milano che non affitta ai terroni, l'ospitalità non è di casa, l'ospitalità aiuta a non ghettizzare.
2: non c'entra nulla con tutto il resto. Non c'entra nulla il governo Monti, possiamo continuamente prendercela con il governo se le cose vanno male, però rimane un governo che è lì da meno di un anno, dopo che uno dei partiti che ora lo sostiene ha fatto scempio della cosa pubblica insieme a uno dei partiti che ora non lo sostiene (quelli verdi a cui è rivolta la nota 1). Non dimenticare come funziona il parlamento aiuta a capire come si vota.
3: anche io, come voi, adoro predicare bene e...

No, scherzavo, concludo con la considerazione che forse questa fuga dall'Italia dei giovani possa essere una manovra per tirare giù il mondo verso il nostro livello, un ventenne alla volta. Giusto perché la speranza di tirarci su...

giovedì 19 luglio 2012

Non c'è bisogno di figurine, c'è bisogno di eroi

Paolo Borsellino, che oggi ricordiamo a 20 anni dalla brutale uccisione, è un eroe.

Questa è una frase che si ripete spesso. Ma quanto è vera?
C'è sicuramente un eroismo oggettivo, quello di un uomo che sapeva di avere poco tempo, che sapeva di essere il prossimo sulla lista, che sapeva che il tritolo per lui era già arrivato a Palermo. Un uomo che stava andando incontro alla morte e ha per questo svolto, più duramente che mai, il suo lavoro. Eroe vero.


Ma cosa rimane oggi dell'eroe? Quanto ci è rimasto nella vita di tutti i giorni del suo esempio e del suo insegnamento?

Quando non portiamo nel cuore e nelle azioni quell'insegnamento, di un uomo servitore dello Stato, un uomo che era lo Stato, circondato da serpi più o meno nascoste, Borsellino smette di essere un eroe e diventa una figurina. 

Noi dunque ci ritroviamo a fare l'antimafia delle figurine, l'antimafia dell'anniversario tondo.

Non lasciamolo essere una figurina. Solo con il nostro impegno, Paolo Borsellino (e la sua scorta, servitori dello stato ed eroi quanto lui, gente che ha fatto la fila per rischiare la propria vita) è un eroe. Se l'impegno è quotidiano e costante Borsellino smette di essere solo una figurina e torna ad essere l'eroe che è stato. Ricordarlo così, con l'esempio e l'impegno, è il vero modo di dargli giustizia.

E, non so voi, ma io mi sono stancato di giocare con le figurine, sono passati 20 anni, sono grande e voglio giustizia.

venerdì 15 giugno 2012

La naturalezza non si brucia

Sono notizie degli ultimi dieci giorni, quelle riguardanti gli episodi di intimidazione e sabotaggio nei confronti delle cooperative e dei coordinamenti di Libera del centro e sud di questo italico stivale. Responsabili regionali minacciati e beni confiscati dati alle fiamme. Una mafia che alza il tiro in un contesto in cui l'italico stivale tutto si dedica ai giochi "trova il frocio in azzurro" e "scegli il biscotto migliore spagnolo-croato". Una mafia che, come sua viscida natura vuole, alza il tiro nell'ombra, nel silenzio, nell'indifferenza generale.

Cosa sentii dentro di me calpestando un po' di quella terra confiscata e restituita alla collettività, già ne scrissi e, anche se mi fa del gran piacere, non ne parlerò nuovamente. Ho cercato per giorni di immaginare cosa possono aver provato, questi valorosi lavoratori delle cooperative di Libera, nel trovare il loro lavoro di anni ridotto in cenere. Con coraggio hanno affrontato un ambiente ostile, si sono dedicati col loro sacrificio per rimettere in sesto un luogo di violenza (di violenza in quanto appartenuto a persone che usavano il possesso per ostentare il potere ed il potere per compiere violenza). Un luogo spesso distrutto nel momento in cui veniva notificata la confisca, perché il mafioso di turno doveva rendere chiaro che quella è cosa sua e nessuno poteva usarla. Un luogo distrutto che stava anche per decenni in stato di abbandono, imprigionato da burocrazia, ipoteche bancarie accese pochi giorni prima della confisca (sono circa metà i beni in questa condizione), piani di lottizzazione approvati da qualche parente o amico dell'amico nel consiglio comunale colluso, minacce più o meno velate verso chi dimostrava di voler metterci impegno. Hanno fatto sacrifici, per rimetterlo in sesto, ricostruire strutture, trovare mezzi, creare lavoro onesto in zone in cui il lavoro onesto non si trova, fino a produrre qualcosa, un vino, un olio, che finisse sulle nostre tavole a urlarci in faccia che cambiare si può, che sfidarli deve essere naturale e che ne esce del buono per sfidarli.

Hanno aspettato che il lavoro fosse completato, per bruciargli davanti agli occhi quanto siano stati inutili i loro sacrifici, per fargli il danno economico maggiore, per ricordarci, come se ce ne fosse bisogno, quanto sanno essere infami. A lasciare solo cenere e fumo nell'aria, come se non bastasse il fumo che esce dalla merda nei loro cuori ad infestare l'aria di tutti, quell'aria che vogliono che sia loro, quell'aria che loro ti concedono di respirare. E l'hanno fatto prima dell'estate, a rovinare il raccolto appena in tempo, a spaventare le migliaia di ragazzi che da tutta Italia si stanno organizzando per andare a fare del volontariato, come ogni anno, su questi beni, per esserne parte per qualche giorno.

La rabbia per un gesto infame, però, non è niente in confronto a quella che provo nel vedere l'indifferenza, la stupidità del girare la testa dall'altra parte. Perché siamo tutti bravi a celebrare gli anniversari tondi di qualche omicidio illustre, tutti incazzatissimi se usano il tritolo per cancellare qualche eroe dalla faccia della terra, tutti nelle piazze se (almeno da quanto sembrava in quelle ore) uccidono una ragazzina che va scuola, insomma, tutti in prima linea nella massa che reagisce, giustamente, ad un atto eclatante. Tutti ad applaudire magari a qualche incontro che Libera ti organizza sotto casa, quanto alla partecipazione attiva, beh, se ne parla un'altra volta, quanto al sostegno vero si vedrà. E siamo silenti, in alcuni casi financo complici, nel rapportarsi a quello che la mafia fa tutti i giorni, quello che la rende potente, il controllo capillare di alcuni territori, il traffico di droga, le violenze verso i deboli, il sabotaggio del mercato. Tutto quello che le da la sicurezza di poter fare quello che vogliono se c'è da alzare il tiro, le risorse per continuare nel momento in cui incorrono in errori. Il nostro silenzio emerge nel momento in cui, ad esempio, qualche magistrato scoperchia uno dei loro loschi traffici, traffici che magari son nel nostro paesello e dunque ci troviamo a dire Beh si, era evidente che erano mafiosi o Si sa che comandano loro. Se lo sapevi, allora, perché non hai fatto niente? Perché hai continuato ad andare in quel bar anche se sai benissimo che spacciano cocaina? Questa è l'indifferenza complice, questa è la mafia dentro ognuno di noi e questo è, per ora, il motivo per cui la mafia vincerà sempre. Si, moralizzo, perché alle volte basterebbe proprio poco per esser uomini e non solo persone. E quel poco non lo si fa, per pigrizia o avarizia, nemmeno per paura, ma per pigrizia o avarizia (o, una minoranza, per malafede).

Ho detto per ora, perché le cose stanno cambiando, a colpi di bottiglie di vino, uliveti, arance, sudore della fronte e rispetto delle regole. Sacrifici di sempre più persone che oggi continuano, ricominciano, ricostruiscono, perché quella è la loro vita: combattono la mafia sul loro territorio facendo quello che dovrebbe essere naturale, rimanendo liberi. Con la naturalezza si vincerà, alla fine, e la naturalezza non si brucia.

mercoledì 23 maggio 2012

Quel giorno, in breve

Faccio parte di quelli che quel giorno era abbastanza grande da ricordarsi quei giorni, quell'anno. Che oggi siano passati 20 anni è solo il peso del mio invecchiamento, un invecchiamento che si fa sentire e solo alcuni ricordi rimangono nitidi.


Ricordo che stavo cenando.
Ricordo il tg5 che parlava lontano nel salotto.
Ricordo di un telecomando.
Ricordo di un'autostrada che per quel telecomando non c'era più.
Ricordo l'aria pesante, come se fossimo tutti in quel polverone a Capaci.
Ricordo la parola mafia, è possibile fosse la prima, ma certamente non più della quinta, volta che la sentivo.
Ricordo di un frigorifero usato come segnale.
Ricordo di un piccolo casolare, se così si può definire, arrampicato sulla montagna, se così si può definire.
Ricordo la corsa a chi diceva più Kg di tritolo.
Ricordo lo smarrimento.
Non ricordo il tuo volto prima di quel giorno, ma ricordo quel sorriso, intravisto da qualche parte, probabilmente un ricordo successivo lì collocato, ad hoc, per rendere quel ricordo, fumoso come se tra quelle macerie ci fossimo ancora, più fluido.
Ricordo che avevi un amico.

Ricordo che avevan già deciso che nemmeno lui poteva vivere.


A quanto pare in Italia le cose si possono ricordare solo quando la cifra è tonda, che sia la volta buona che smettiamo di fare i paraculo e le cose cominciamo a ricordarcele per davvero.

sabato 14 aprile 2012

Milano ed un ricordo per capirla di più

Recentemente ho visto "Romanzo di una strage", film tratto da un libro di Cucchiarelli, "Il segreto di Piazza Fontana", in cui ridà un alito di vita alla teoria della doppia bomba. Film molto ben fatto, sebbene ognuno di voi possa trovare copiose critiche in giro per la rete, ma credo che i film vadano anche presi per quello che sono, film. Vedendolo ho ripensato a quel sondaggio, fatto un paio d'anni fa al massimo, in cui è emerso che la stragrande maggioranza degli studenti dei licei milanesi è convinta che la responsabilità di quel massacro sia delle Brigate Rosse, il resto attribuiva il tutto alla mafia e una coda statistica si distribuiva tra gli anarchici, i fascisti e i servizi segreti. La cosa sorprende (oddio, fino ad un certo punto, visto che pare sia vietato mettere nei programmi scolastici ogni evento successivo al '48) perché è una cosa successa nella loro città, che ha dato il via ad una serie di eventi nella loro città, che determina il carattere della loro città.
Dunque ho pensato di mettere un po' insieme le idee e fare un piccolo tour (che potete seguire da qui) tra i luoghi della storia recente di Milano, anche solo come superficiale promemoria.

Se dovessi andare a Milano, ora che non ci vivo più, prenderei la bici e probabilmente passerei da Sesto San Giovanni. Si, il tour di Milano comincia a Sesto, perché da qualche parte bisogna pur cominciare e si sa che Milano non ha confini, circondata e compenetrata da una miriade di paesini dormitorio che rendono la città infinitamente più grande di quella che è, con una popolazione che varia a seconda dell'orario della giornata, mentre inspira ed espira persone, con frenetica costanza. Sesto, la Stalingrado d'Italia, medaglia d'oro, come Milano, alla resistenza e per la maggior parte delle persone è poco più del luogo da cui parte la metro rossa. L'episodio di Sesto che mi viene in mente è quella notte tra il 7 e l'8 dicembre del 1970, la notte del Golpe Borghese, la notte in cui i fascisti guidati dal principe Borghese occuparono militarmente (salvo poi annullare tutto per motivi a me ignoti) luoghi strategici e istituzionali. Il grosso venne fatto a Roma, ma un centinaio di uomini della forestale occuparono proprio Sesto, la Stalingrado d'Italia.
Da Sesto, con la mia metaforica bici, posso prendere viale Monza e iniziare ad addentrarmi in città. Di chilometri ne devo fare 4, tutto dritto, tra semafori e inquinamento, il tempo scandito dalle fermate della linea rossa. Proprio grazie a queste fermate so che tra Rovereto e Pasteur devo girare a sinistra e cercare via Leoncavallo, sede storica dell'omonimo centro sociale milanese, lì vicino nel marzo del 1978, in via Mancinelli, i fascisti uccisero in un atto di guerra (una guerra non contro di loro, contro la città) Fausto e Iaio, due ragazzi, 18 anni, due storie, una rabbia che la città ha sopportato, una rabbia che a scrivere queste due superficiali righe mi sale da dietro la schiena e mi fa tremare le mani. Tornando su viale Monza, poco più in là, c'è Piazzale Loreto, dove i fascisti sono stati fatti penzolare, appesi per i piedi.
Proseguo verso il centro, su corso Buenos Aires, dove c'era una volta la sede di Radio Popolare, storica radio della sinistra milanese. In quella radio c'è un pezzo di storia della città, al di là della carica artistica e giornalistica che è passata per quegli studi, quei microfoni hanno raccontato gli eventi, dagli anni di piombo ad oggi, le dirette dalle manifestazioni, le campagne di informazione, le interviste in esclusiva, i 9 radiogiornali al giorno.
Corso Buenos Aires finisce dopo 2 km e io mi fermo dopo i giardini di porta Venezia, in via Palestro, dove nel luglio del 1993 un'autobomba mafiosa davanti al museo di arte contemporanea uccise tre vigili del fuoco, un vigile urbano e un immigrato che dormiva su una panchina. Quella strage la ricordo bene e la porto come mia piccola cicatrice. La città dimenticò troppo in fretta la presenza della mafia sul territorio, ma ogni anno, nella notte di fine luglio che fa da anniversario, i pompieri si trovano lì e fanno andare in silenzio i loro lampeggianti, a ricordare gli innocenti uccisi dalla mafia, a Milano, in pieno centro.
Proseguo in via Palestro per non più di 600 metri fino ad incontrare via Fatebenefratelli, per me sinonimo di Questura di Milano. Quel luogo ha molte più storie di sangue di quelle che dovrebbe avere un edificio adibito al servizio e alla sicurezza del cittadino. Nella notte del 15 dicembre 1969, dopo 3 giorni di interrogatorio guidato dal commissario Calabresi, veniva defenestrato e quindi ucciso il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, morto innocente, mentre indagavano sulla strage fascista di Piazza Fontana in cui 3 giorni prima persero la vita 17 persone. Come rappresaglia per quell'omicidio (per cui la questura non venne ritenuta responsabile), nel maggio del 1972, le Brigate Rosse uccisero il commissario Calabresi davanti alla sua abitazione, in via Cherubini. Un anno dopo, in quella Questura, mentre si ricordava l'omicidio, una bomba a mano anarchica uccise 4 persone. Per arrivare dove è morto Calabresi devo attraversare parco Sempione, che ora è luogo curato di sole e verde, ma per me rimarrà sempre il contenitore di tossici a 2 passi dal Duomo che era negli anni '90. Alché basta seguire corso Vercelli e si arriva lì, dove un uomo dello Stato, abbandonato dallo Stato, ha visto la sua esecuzione.
Torno sui miei passi, mi dirigo verso il Duomo, e passo per via Morozzo Della Rocca, dove nel luglio 1979 la mafia uccise l'avvocato Giorgio Ambrosoli, che stava indagando sul banchiere siciliano Michele Sindona. Altro omicidio mafioso, a due passi dal Duomo, che la città ha perso nelle pieghe della sua memoria.
Attraverso Piazza Duomo, piena delle sue formichine operose, ma solo dopo le 10 di mattina. Questo pezzo lo faccio a piedi, mi piace il selciato del centro, sentirlo sotto i piedi. Dal Duomo a Piazza Fontana sono 4 minuti, ogni volta che vado in centro cammino quei 4 minuti, a sentire la vibrazione dell'odio fascista che si fa sempre più grande, passo dopo passo. Piazza Fontana non ha nulla di particolare. Tagliata dal tram, una banca sulla destra con una lapide che non nota mai nessuno, una fontana e un'aiuola, che ho sempre visto illuminata, credo prenda luce tutto il giorno. Su quell'aiuola ci sono due targhe che ricordano Pinelli, il marmo anarchico che ne ricorda l'uccisione, la plastica istituzionale che ne ricorda la morte. Pinelli non se lo ricorda un po' nessuno, è un'indagine mezza insabbiata su cui si fa finta di niente, ma abitava nel mio quartiere e mi hanno insegnato, in quel quartiere, a ricordare le ingiustizie.
Non ho ancora conosciuto nessun milanese abbastanza vecchio da essere in grado di camminare a quei tempi, che non sia andato ai funerali delle vittime, in piazza Duomo. Non ho ancora conosciuto nessun milanese che non ricordi bene quel giorno e quegli applausi che mi hanno così dettagliatamente descritto.
Milano è anche e soprattutto piazza Fontana, dalla reazione della città, all'ingiustizia delle indagini, all'assoluzione (ma responsabilità fascista ben riconosciuta) degli imputati. A 5 minuti da lì c'è l'università, dove in quegl'anni si formava il gruppo di azione partigiana di Feltrinelli.
L'orrore di quel luogo mi fa venire voglia di bellezza, prendo via Torino per finire dopo un po' sui navigli. Oramai è sera, lampioni gialli, pavè. So che se proseguissi per un paio di chilometri mi troverei sulla destra la casa di Giorgio Gaber, il nostro poeta, un altro bel pezzo di città in uno dei posti più romantici della città.
Per tornare a casa la prendo molto larga e passo dalla mia università, una volta polo di vera grande eccellenza industriale, un luogo da operai, il luogo dove sono nate le Brigate Rosse, perché Milano è anche questo.

Queste cose non le ho studiate anche perché nessuno ha mai voluto insegnarmele (infatti può darsi siano sbagliate), queste cose me le ha raccontate la mia città e io provo a ricordarmele ogni volta che ci passo in mezzo. Milano è disseminata di lapidi e targhe che ricordano cosa è successo, dalle lotte partigiane al terrorismo, che spiegano perché i muri su cui sono appese grondano sangue. Milano ha sempre saputo reagire a quel sangue, è questo che la rende una bella città, è questo che la rende una città cui voglio bene. Magari di come stia vedendo svanire l'anima di Milano ne parliamo un'altra volta, sempre che i due di voi che han avuto la forza di arrivare fin qui esistano veramente.

domenica 18 marzo 2012

Di Genova, Libera, Tav e lacrime.

Ieri ero a Genova a manifestare. 10 anni e mezzo fa probabilmente non avrei potuto scriverlo perché avrei avuto le dita rotte, ma oggi posso. Posso perché ieri ero a Genova per manifestare insieme a migliaia di altri bambini, vecchi, ragazzi, meno ragazzi, tutti avvolti nell'orgia colorata delle bandiere di Libera.
Ieri era il giorno scelto per la manifestazione in occasione della giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie. È la diciassettesima volta che si celebra, questa volta la scelta è caduta su Genova, capoluogo di una regione che, anche lei quanto le sue confinanti e non, si sta facendo masticare dal cemento mafioso e dai loro rifiuti. La data vera è in realtà il 21 marzo, il primo giorno di primavera, ma si sceglie sempre di manifestare nel sabato più vicino e dunque si è finiti il 17, che l'anno scorso ci insegna essere il giorno in cui si festeggia l'unità d'Italia. Tuttavia mi piace pensare che questa volta un caso non sia, perché questa volta si era in 100 mila, un unico grande grido che chiede giustizia, legalità, uguaglianza, libertà. Un unico grande grido che chiede una legge sulla corruzione tra privati, che chiede di rendere il 21 marzo festa nazionale e che fa tutto ciò attraverso il ricordo di 151 anni di mafia su questo territorio, l'Italia tutta, non la Liguria soltanto, dico. Un ricordo che può e deve farsi impegno, come viene detto dal palco, un impegno vero, non fatto di parole poi svuotate dai fatti cui siamo messi ormai quotidianamente davanti, un risveglio civile nell'animo delle persone per reagire ad un'onda silenziosa e spesso impalpabile quale è la mafia.

Il corteo l'ho percorso quasi tutto, non ho completato l'opera perché era sterminato, perché venivo da ennemila ore di veglia (di cui magari vi parlo un altro giorno) e perché quando decisi di provare a tornare indietro mi han detto che la coda del corteo non era ancora partita, mentre noi eravamo quasi arrivati. Piazza della Vittoria stava per scoppiare quando sono arrivato, non riuscivo a capire dove finisse la piazza, c'erano anche i NoTav, oramai onnipresenti, tutti giovani liceali (per inquadrarli anagraficamente), allegri, con la loro musica, le loro bandiere e i loro slogan. Anche loro lottano contro la mafia, sul loro territorio e probabilmente li si trova in ogni manifestazione proprio perché hanno bisogno di essere ascoltati anche, e soprattutto direi, quando nessuno tira sassi o blocca autostrade (che è poi la stragrande maggioranza dei casi). Da dove si erano messi credo che chiudessero il corteo, ma li persi di vista poco dopo, trascinato dalle bandiere giallerosaarancioni dei vari coordinamenti e presidi provenienti da ogni angolo d'Italia, uniti da Libera. Mentre risalgo trovo intere classi di bambini che avevano preparato i loro cartelloni, il loro approfondimento su una delle oltre 900 vittime innoncenti riconosciute come vittime di mafia, trovo giovani scout, probabilmente reduci come me da uno dei campi di lavoro su qualche bene confiscato che Libera organizza in estate, trovo famiglie i cui bimbi sono avvolti nelle bandiere di Libera per proteggersi da un fresco poco primaverile, trovo bandiere della pace, trovo striscioni dei vari presidi. Questo è di Milano, poco più in là trovo Pisa, i ragazzi di Polistena non li vedo ma so che ci sono, con me nello stesso corteo, ecco laggiù il presidio di Reggio Emilia e da come parlano i ragazzi accanto a loro devono essere pugliesi. Era un'Italia schiacciata dentro Genova, come lo eravamo noi al campo di Polistena, che ancora una volta abbiam colto l'occasione per rivederci, scambiare qualche risata, abbracciarci e poi di nuovo sparpagliarci per tutta la penisola.

Ad un certo punto ritrovo il movimento No-Tav, hanno appeso qualche striscione, uno mi fa storcere un po' il naso "La vostra legalità ha quasi ucciso Luca Abba". Ora, i No-Tav nella loro lotta hanno ragione da vendere (almeno finché qualcuno dei SiTav dopo anni e anni che glielo si chiede non porti argomentazioni logiche e coerenti) e non mi dilungherò né su quanto abbiano ragione né su quanto mi sia dispiaciuto per Luca Abba e per quanto gli è successo in quanto sono cose che non dovrebbero mai accadere. Tuttavia alla base di ogni traliccio dell'alta tensione c'è scritto "Pericolo di Morte", non "pericolo di morte se ti inseguono i rocciatori" e dunque uno che ci sale sa che incontrerà qualche legge che proverà ad ucciderlo. Quelle dell'elettromagnetismo, datate 1873, di cui un po' tutti dovrebbero sentire parlare. Oh beh, mi son dilungato su uno striscione quando in realtà volevo giusto dire che era bello sapere Caselli e i No-Tav nello stesso corteo, per la stessa causa.

Si arriva dunque di fianco all'acquario, il corteo finirà lì, sotto ad un palco. Salgono i famigliari delle vittime che siamo lì a ricordare. Comincia un elenco, angosciante, un nome dopo l'altro, un brivido freddo dopo l'altro. Una chitarra acustica arpeggia qualche nota, poi parte qualche timido violino. E i nomi si susseguono, a gruppi di 10, non di più, spesso hanno anche tutti lo stesso cognome. Me ne sto a fissare il mare in quel momento che a guardare la folla non ce la faccio. Hanno tutti lo sguardo che spera che a nessuna delle persone sul palco si spezzi la voce dall'emozione mentre legge perché in quel momento nessuno avrebbe trattenuto le lacrime. Quindi guardavo il mare, ascoltavo i nomi, ne conoscevo pochi e come me anche molti altri, ad ogni gruppo di nomi partiva un applauso, commosso, di chi trattiene le lacrime. E guardavo il mare, ascoltavo i nomi e il rumore delle corde prodotto dalle navi che ondeggiavano. E pensavo "ti prego fa che non si spezzi loro la voce, non lo reggerei". Periodicamente arrivava anche il borbottio della nave della guardia costiera. Gli applausi partivano a ritmo regolare. Poi ad un certo punto mi giro e vedo passare Don Gallo, per lui l'applauso è molto localizzato e magnificamente anarchico. I nomi finiscono, l'applauso non finisce più. A nessuno dei famigliari, anche leggendo i nomi dei loro cari in quell'elenco di memoria e orrore, si è incrinata la voce, nemmeno per un secondo. E la piazza non piange, non che se ne vergogni, anzi, ma credo volesse seguire l'esempio della loro forza e ricordare quelle vittime con forza, non che le lacrime siano debolezza, ma non sarebbe stata la stessa forza di quei famigliari, ora un po' famigliari di tutti.

La giornata prosegue arrampicandosi per i vicoli di Genova, fino ad una piazzetta dove c'è un centro sociale o qualcosa del genere. Mangio con poco e guardo i bambini che giocano coi ragazzi di quel centro sociale. Penso che se c'è un paradiso sia Genova il posto da dove si prende la nave. Esce anche un sole a squarciare quelle nubi che ci hanno accompagnato tutta la mattina, la stanchezza mi ha regalato quelle risate come ultimo ricordo di una giornata splendida. Per il resto ricordo solo un gran bisogno di trovare un posto per dormire.

martedì 17 gennaio 2012

Bufera e gelo in Lombardia

Oggi proverò a far qualcosa per la prima volta su queste pagine, per cui siate clementi, è stato pubblicato pure sul gruppo facebook di Libera Monza e Brianza. È un tentativo di ricorstruire la vicenda balzata agli onori delle cronache nella giornata di ieri: l'arresto del consigliere nell'ufficio di Presidenza della Regione Lombardia Massimo Ponzoni, dell'ex assessore provinciale Rosario Perri, dell'ex sindaco di Giussano Franco Riva, del vice presidente della provincia di Monza e Brianza Antonino Brambilla e dell'imprenditore Filippo Duzioni. Quella che segue è una semplice unione di ciò che le fonti giornalistiche forniscono, non è nulla di originale. Cercherò di dare un minimo di ordine alle cose, cosa che ho trovato complicatissima dato che ogni nuovo nome che emerge apre una nuova storia.

Partiamo dalle accuse: Ponzoni, già assessore all'ambiente ed ex coordinatore del Pdl a Monza, è accusato di bancarotta fraudolenta per il fallimento della società immobiliare "Il Pellicano", appropriazione indebita, finanziamento illecito ad esponenti politici (in cui rientra, secondo le accuse, il Presidente della Regione Formigoni) corruzione, concussione, peculato e abuso d'ufficio. L'inchiesta è partita in seguito al fallimento di due società immobiliari con sede a Desio, Il Pellicano e la Mais, nel 2010. I finanzieri non son riusciti a notificare l'arresto perché pare che notte tempo Ponzoni si sia recato in Francia per motivi di lavoro, sebbene da Twitter il giornalista de Il Giorno Alessandro Crisafulli scriva che sia stato visto fare colazione in un bar nel centro di Desio.
Accusati di corruzione e concussione sono l'ex sindaco di Giussano, Riva, e l'ex assessore provinciale Perri. Perri, detto il Cardinale Nero, era direttore dell'ufficio tecnico al comune di Desio e si dimise in seguito all'inchiesta Infinito. Infatti dall'ordinanza di custodia del gip per l'indagine antimafia Infinito emerge che Natale Marrone, che era stato eletto consigliere a Desio, chiese al malavitoso locale Candeloro Pio, di compiere un'azione violenta contro Perri. Pio si rifiutò in quanto Perri è "appoggiato" da persone evidentemente di rispetto (sic.). Perri è noto anche per aver fatto costruire una montagnetta di detriti vicino a casa, bloccando la strada, in modo da rendere la sua abitazione più protetta, a sottolineare il potere che poteva vantare sulla città di Desio.
L'imprenditore bergamasco di una società di consulenze Filippo Duzioni, invece, secondo le accuse, ha veicolato ingenti somme di denaro frutto degli accordi corruttivi.

L'intreccio tra questi personaggi è parecchio esteso nel tempo e pare decisamente incentrato sulla figura di Ponzoni, il ragazzo prodigio della politica brianzola, classe 72, mr. preferenze. A 18 anni fonda uno dei primi club di Forza Italia a Desio e viene eletto nel consiglio comunale. A 27 anni viene eletto in consiglio regionale con 8000 preferenze. Formigoni nel 2006 lo premia con l'assessorato alla Protezione civile e successivamente, nel 2008, con quello all'ambiente. Nella recente ordinanza di custodia si legge che Ponzoni in una intercettazione, in seguito alla sua elezione con 11000 preferenze, si dichiari soddisfatto del risultato, anche perché questa volta non gli è servito l'appoggio dei clan 'ndranghetisti. Nel frattempo Ponzoni stringe legami con potenti personaggi della politica lombarda, tra cui Giancarlo Abelli, braccio destro di Formigoni e poi parlamentare Pdl.
Chi è costui? Detto il Faraone, è il politico più influente nella zona di Pavia. Dopo la dissoluzione della Dc sotto i colpi di Mani Pulite si lega a Formigoni e si infila nel sistema della sanità lombarda. Da lui deve passare chiunque voglia fare carriera o affari nel settore, che Formigoni trasforma in un sistema in cui a erogare servizi sono sempre più i privati, con i finanziamenti pubblici. La cronaca giudiziaria lo vede protagonista, ma assolto, di una serie di regali che l'imprenditore Poggi Longostrevi (che si è suicidato in seguito allo scandalo delle ricette d'oro, Abelli invece venne promosso assessore da Formigoni) fece sempre nell'ambiente sanitario, tra cui un bracciale d'oro da 3.200.000 lire alla moglie di Abelli. In seguito allo scandalo si lega ad un altro imprenditore, Giuseppe Grossi, ciellino e re delle bonifiche. Grossi viene arrestato nel 2009 per 22 milioni di euro di fondi neri a spese della Regione Lombardia. In questa operazione venne arrestata anche la moglie di Abelli, Rosanna Gariboldi, assessore a Pavia, che poi patteggiò una condanna a 2 anni per riciclaggio.
Arriviamo dunque a Rosanna Gariboldi, sostenuta fortemente da Carlo Antonio Chiriaco, direttore Als Pavia, finito in carcere con l'accusa di associazione mafiosa nel 2010 (noto per il famoso "noi abbiamo il Niguarda, la psichiatria e la casa di riposo di Trivulzio" e per essere amico del boss Pino Neri). La candidatura venne interrotta dall'arresto di lady Abelli. Tralascio il filone che vede Chiriaco che passa a puntare su Abelli per le elezioni regionali, per piazzarlo alle infrastutture, in vista dell'Expo. Concentriamoci su Rosanna Gariboldi, socia di Ponzoni nella società Il Pellicano, la quale ci consente di ritornare sull'ex assessore.
Ponzoni opera incontrastato a Desio con Perri, di cui ho già parlato, e Natale Moscato, imprenditore calabrese, fratello del comandante della locale di Desio, ma assolto dall'associazione mafiosa. Viene coinvolto in vicende di abusi edilizi e una villetta di famiglia viene abbattuta in quanto abusiva, il tutto mentre è assessore all'ambiente. Poi arrivò un'avviso di garanzia per corruzione, una mazzetta di 200.000 euro presa, secondo le accuse, dall'imprenditore Duzioni, in cambio di un permesso a costruire su un'area di Desio (si vantava di avere il potere di cambiare la destinazione dei terreni, da agricoli ad edificabili).
E si arriva finalmente al fallimento della Pellicano, in comproprietà con la Gariboldi e Buscemi (assessore regionale che non finisce indagato dalla Bocassini, ma nell'indagine Infinito emerge che aveva rapporti col boss Mandalari, in più si mobilitò in favore del neo eletto direttore Asl di Milano, Pezzano, finito nella bufera mediatica per i suoi rapporti con gli uomini di 'ndrangheta). Interessante è che sia proprio l'assessore all'ambiente che gestisce un giro di speculazioni edilizie, ma il grosso dell'attenzione va sulla Gariboldi, in affari con il re delle bonifiche Grossi, indagato per affari poco puliti sulle aree di Santa Giulia a Milano, Falk a Sesto (di cui è esperto il caro Penati) e Sisas a Pioltello. E le bonifiche sono di responsabilità politica proprio dell'assessore all'ambiente, cioè Ponzoni, socio della Gariboldi.
Oltre ai contatti coi Moscato, ha contatti con un altro boss, Fortunato Stellitano, con già precedenti per associazione mafiosa e arrestato nel 2008 (operazione Star Wars) per traffico di rifiuti tossici. Venne arrestato dopo una latitanza, sebbene si incontrasse, secondo i tabulati, proprio con Ponzoni in un noto bar di Desio. La vicenda che lo coinvolge è la trasformazione di una cava in via Molinara a Desio, in discarica di rifiuti tossici. Quando la cava venne sequestrata e sottoposta ad analisi, Stellitano parla con Domenico Cannarozzo (padre dell'ex proprietario della cava e legato al clan gelese di Salvatore Iaculano) e si accordano per organizzare la bonifica del terreno che loro stessi avevano avvelenato. Cosa gli da tanta sicurezza? Lo dice lui stesso: "Martedì vado a trovare Massimo e mi faccio fare lo svincolo, che è l'assessore all'ambiente ed è a posto". La cosa non andrà in porto e lui andrà in carcere, ma è evidente che parlava proprio di Ponzoni. Infatti l'allora comandante della polizia provinciale di Milano, Zanardo, dice: "attraverso tabulati telefonici abbiamo provato diversi contatti tra Stellitano e il cellulare di Ponzoni".

Tornando alla cronaca recente, il socio di Ponzoni, Pennati, sostiene in una lettera che Ponzoni si è reso protagonista di innumerevoli malefatte, ad esempio il milione e seicentomila euro serviti per la sua campagna elettorale proverrebbero in minima parte da sovvenzioni, il resto da società per comprare voti e pagare ristoranti (fino a 15-20 mila euro al giorno), tra cui la Mais per la nota questione delle vacanze di Formigoni. Altro finanziatore, sempre secondo le accuse, è l'imprenditore di pulizie Pietro Rivoltella, il quale lo finanzia per essere favorito presso il direttore generale dell'ospedale Niguarda Cannatelli per avere l'appalto. Pare che la corruzione sia stata fatta per mezzo di 2 appartamenti, regalati da Ponzoni ai 2 figli di Cannatelli.

Insomma, indagini ancora aperte e tutte da dimostrare, resta però un quadro di inquietante scambio di favori e sotterfugi più o meno legali. Al momento in cui scrivo Ponzoni è ancora in Francia, secondo l'avvocato che ha promesso che tornerà per chiarire la sua posizione. È martedì mattina e c'è del gran gelo sulla Lombardia.

Aggiornamento 17 gennaio, in serata: Ponzoni questa mattina si è presentato alla Guardia di Finanza di Monza ed è stato trasferito in carcere, dimostrando, secondo gli avvocati, piena volontà a collaborare.

piesse: le note "storiche" sono prese dal libro di Gianni Barbacetto e Davide Milosa "Le mani sulla città".

martedì 3 gennaio 2012

Una melanzana dopo l'altra, un filare dopo l'altro

Questo è uno dei post che si è perso nel trasferimento da Splinder, ci sono abbastanza affezionato e dunque lo ripropongo. È datato 14 agosto 2011, di ritorno da una bella esperienza.


Eravamo in 36, da ogni parte d'Italia, o quasi. La lunghezza del viaggio per arrivare a Polistena era solo motivo d'orgoglio. L'estate ruggiva tutta intorno alla scuola elementare di via Trieste, perché è lì che alloggiavamo, accampati, autogestiti, e noi cominciavamo ad incontrarci, pochi per volta, in un pranzo conviviale durato un pomeriggio. Venivamo da realtà anche molto diverse tra loro, ognuno aveva una storia diversa dall'altro e ognuno era ad un punto della sua vita diverso dall'altro, tuttavia c'era nell'aria questa comunione d'intenti, eravamo lì tutti quanti per fare del volontariato con il nostro lavoro, con il nostro sudore, su un bene confiscato alla 'ndrangheta.

Dal giorno seguente ci siamo recati, di buon mattino sul nostro scuolabus giallo con i sedili troppo piccoli per un adulto, sul terreno confiscato alla famiglia Piromalli, che controlla gran parte della Salerno - Reggio Calabria, il porto di Gioia Tauro e dunque buona parte del traffico di coca in Italia e in Europa. La stessa famiglia che quassù al nord possiede gran parte delle risorse immobiliari milanesi, che ha membri che ricoprono ruoli istituzionali importanti. E noi stavamo lì, tra le melanzane e i filari di peperoncino (l'uliveto è stato bruciato pochi mesi prima mandando in fumo 5 anni di lavoro), a sudare, ridere, cantare, conoscersi una melanzana sbucciata dopo l'altra, un'erbaccia sradicata dal peperoncino dopo l'altra.

Non si batte la 'ndrangheta con un campo di melanzane e noi in fondo eravamo poco più che turisti, con le nostre magliette rosse manco fossimo i City Angel, ma si lancia un messaggio. Non noi che dopo qualche giorno si torna a casa e quindi possiamo impegnarci, gettar sudore su quel campo e in quelle strade ma sappiamo che la nostra è poco più che una nobile finzione. Il messaggio vero è quello che lanciano i lavoratori della cooperativa Valle del Marro, che in quel mondo di sogni e incubi rurali ci vivono tutto l'anno, che i rischi se li prendono tutto l'anno, il tutto per mandare un messaggio di legalità, che un'altra Calabria è possibile, che la legalità crea posti di lavoro sicuri, onesti, che ti rendono orgoglioso di quello che fai, come eravamo orgogliosi noi quando ogni giorno tornavamo a casa puzzolenti e sporchi di terra, la terra di quel campo che ogni secondo sentivamo più nostro. Perché quella terra, la Calabria dico, merita di essere salvata. Una terra che ti vomita bellezza addosso da ogni parete, da ogni sbuffo di polvere arsa dal sole, da ogni odore. Una bellezza soffocata da una violenza che non gli appartiene perché a quella terra appartiene la disarmante ospitalità, i ritmi battenti delle tarantelle, gli odori penetranti, i colori vivi di ogni pianta e un cielo dannatamente blu. Una violenza che negli anni ha assopito nell'animo questa terra, lo si vede in ogni casa perennemente in costruzione, dalla spiaggia abbandonata all'Aspromonte, carico delle sue storie di odio e morte. Per questo quel messaggio è importante, per dare orgoglio ad una popolazione imprigionata nella paura e nell'omertà, come la lotta partigiana ridiede orgoglio ad una Nazione, la nostra, che fino a quel momento si era piegata a tutto.

E poi c'eravamo noi, fugaci piccoli dardi rossi di passaggio in quel mondo, che eravamo lì ad emozionarci insieme, nel lavoro, nelle testimonianze dirette di quella violenza a cui assistevamo ogni pomeriggio. Ed era un brivido continuo, dallo sguardo triste di Debora Cartisano, all'irruenza di Francesco Forgione, ai nostri visi sconvolti dal poco dormire, alla voce consumata dal cantare e dall'urlare. All'emozione che ricordo con più affetto, gli occhi di Antonio Napoli, il responsabile della cooperativa che dettava le regole del campo, lucidi mentre, appena abbozzando le parole, ci guardava cantare e ballare i 100 passi. Al brivido più forte, quello che si prova conoscendo e legando con persone molto diverse da te, un legame che poteva nascere così forte solo sotto il lavoro, le vesciche sulle mani, i tagli dovuti alla scarsa perizia nell'usare il pelino. Perché è nel lavoro che questa Repubblica si fonda, nel lavoro ci si unisce ed è nel lavoro che si battono le mafie, non lasciandogliene più il primato (ricordo che la mafia è la prima industria in Italia, un fatturato tre volte quello della Fiat).

E infine si torna a casa, con un po' di nostalgia, molto orgoglio, 35 amici in più, la voglia di ripetere l'esperienza, di raccontarla a quanta più gente possibile e meglio che si può così che ogni brivido che mi è riaffiorato scrivendo queste righe a tratti intricate arrivi a chi mi ascolta.

E state liberi, stiamo liberi.

lunedì 10 ottobre 2011

Da Nord a Sud

Quelle che vedete sono due foto che ho scattato nella mia vita (ok, non sono mie, ma non riesco a caricare le mie su sto dannato blog). Le ho scattate in due luoghi molto diversi, entrambe da un pulman che passava sull'autostrada e racchiudono due storie molto diverse. La prima viene da Capaci, si nota questa piccola casetta che sovrasta l'autostrada per andare all'aeroporto Falcone e Borsellino. Da questa casetta bianca il mafioso Brusca fece partire il comando per far saltare in aria l'autostrada, uccidendo. Il 23 maggio 1992, morì il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e 4 uomini della scorta. Su quella casetta ora c'è quella scritta, una scritta che viene da un popolo oppresso che lotta.


La seconda foto viene dalla Val di Susa, in Piemonte, dove un gruppo di abitanti locali si sta opponendo da anni alla costruzione dell'alta velocità, ritenuta inutile e i cui appalti lasciano non pochi dubbi sulla loro regolarità.
Due scritte forti, nella loro diversità storica, che ripercorrono da nord a sud quella che è la reazione al fenomeno mafioso.

Perché si, la mafia anche qua al nord ha smesso di infiltrarsi, ne è ormai ben radicata. E di questo si è parlato nella due giorni di incontri che Libera ha organizzato in quel di Torino, uno dei cuori industriali del nord. Due giorni per analizzare un fenomeno, quello della mafia al nord, ma anche questa illegalità diffusa che tutto pervade, in cui sono riaffiorati personaggi e fatti che è bene portarsi sempre dietro. Un grido, quello che viene dai relatori di questi incontri, che porta un messaggio di profonda emergenza, in cui il problema viene identificato, da Don Ciotti, come un problema di illegalità forte perché la politica è debole ed autoreferenziata, in cui bisogna ricordarsi che la democrazia si fonda su due doni: giustizia e dignità. Un'analisi che conduce l'assemblea a ragionare sul fatto che la vera forza delle mafie sta fuori dalle mafie, sta nell'omertà, nella delega sempre e comunque quando c'è qualcosa da fare, sul fatto che le radici del crimine sono nei vuoti sociali e nelle disuguaglianze e sul fatto che si è perso di vista il concetto che la speranza se non è di tutti, non è speranza.
E in questo il nostro nord, il nord del governo del fare, quel governo che ha combattuto la mafia più di tutti, è rimasto indietro di decenni rispetto al sud. È rimasto indietro nella mentalità, intanto che vendeva la sua anima alle mafie e alla loro garanzia di prezzi più bassi, burocrazie più snelle, tanto qualche regolina si riesce sempre ad aggirare e se si va in perdita c'è sempre una mole di denaro spaventosa proveniente dal traffico di droga (si parlava del 3% del pil italiano). Una mentalità che continua, dopo decenni di esempi lampanti del radicamento delle mafie in appalti pubblici, appalti privati, ristorazione, servizi al cittadino, grandi opere, a negare, come negli anni 70 palermitani, che la mafia esista. Qui la mafia non esiste, i cantieri bruciano per vandalismo o autocombustione, i sindacalisti vengono pestati o uccisi dalle baby gang, ma secondo me si picchiano e uccidono da soli, via Palestro a Milano non è a Milano, i commercianti non pagano il pizzo, fanno donazioni. Questo si fa, si finge che tutto vada bene, che siano pochi episodi isolati, anche se si fanno centinaia di arresti tutti insieme, passa, scivola via perché, per citare l'ex sindaco Moratti, "qua a Milano non le facciamo mica quelle cose lì". E intanto si espande, questa melma malavitosa, dall'arcipelago di paesini che ricoprono ogni centimetro di territorio, scoraggiando la concorrenza e offrendo prezzi bassi, perché non gli importa certo di andare in perdita, l'importante è reciclare i soldi che gli abbiamo dato noi, gente del nord, per la loro droga. Li paghiamo due volte. Ma no, non sono mica mafiosi. Però ecco, appena la magistratura inizia a funzionare salta fuori di tutto, ce lo ha spiegato molto bene la vice sindaco del comune di Desio, sciolto un anno fa per infiltrazioni mafiose, che in una toccante testimonianza ha riportato la sua costante attenzione verso il territorio, in cui ha imparato che se c'erano i teli verdi sulle reti dentro c'era un abuso edilizio o una discarcia abusiva di rifiuti tossici, che nessuna società sana si può permettere di continuare a costruire case (poi risultate non sicure e dunque in futuro abbattute) senza affittarle o venderle, ma lasciandole sempre vuote. A Ottobre 2011 ci sono 1392 beni confiscati nel 2011 al nord. E intanto la popolazione sta zitta, perché se un cantiere è aperto da 10 anni e non ci lavora mai nessuno il problema sono i 20 minuti di coda, non che qualcuno di poco limpido ci sta lucrando sopra.

Il tutto era contornato, a Torino dico, da un attento occhio verso il nuovo codice antimafia di Alfano, che a detta di tutti i professionisti del settore fa compiere significativi passi indietro nella lotta alla mafia. Non ho le competenze per esporvi i motivi di questa affermazione, ma vi raccomanderei di documentarvi su alcuni punti: beni confiscati, intercettazioni e prescrizione. Perché si è stufi di un governo che si vanta di essere il migliore di sempre nella lotta alla mafia, ma salva il Ministro Romano, fa condoni, scudi fiscali, non si occupa del problema della corruzione, dell'evasione fiscale, tutti canali di illegalità in cui poi fluiscono anche le acque mafiose. Un governo che con le sue leggi ha mandato chiari messaggi alla mafia, che infatti si continua ad espandere. Perché, come dice il figlio di Pio La Torre (primo firmatario della prima legge antimafia, nel 1982, in cui mafia diventa una definizione giuridica, ucciso pochi mesi prima della discussione parlamentare) "Se la politica non si occupa di mafia, va a finire che la mafia si occupa di politica".

Quindi si, la situazione, anche e soprattutto qui al nord, è tragica, perché a furia di prendere con sorrisi e simpatia una tendenza di noi italiani a scavalcare le regole ci siamo dimenticati a cosa servono le regole, che costo enorme paghiamo tutti i giorni per scavalcare queste regole. Ed è bello che Libera dia un, purtroppo, piccolo esempio di movimento civile per la legalità, per riscattare l'infamia che, non paghi di gettarcela addosso, esportiamo in tutto il mondo.

P.S. Si, ho preferito non parlare dell'emozione, molto bella e genuina, di rivedere i miei compagni di lavoro nel campo di Polistena perché se no son troppo un sentimentale del cazzo.

domenica 30 maggio 2010

Ricordo, stragi di mafia, vecchie canzoni e libri di storia

Una volta ero alle elementari, in quel caldo pomeriggio d'ottobre noi si era in giardino a fare quello che la società impone di fare a degli ottenni o poco più: partita di calcio. La ricreazione si doveva svolgere sempre così: 4 giacche per terra a delimitare una porta dai pali spropositamente larghi che ribattevano il pallone sempre nello stesso modo, sfidando ogni legge sulla conservazione del momento. Me li ricordo bene, quegli intervalli post pranzo che ti procuravano quelle strisciate d'erba in corrispondenza delle ginocchia sui jeans, che ogni tanto ti procuravano qualche livido, qualche labbro gonfio per una parola detta fuori posto.
E mi ricordo anche che una volta la maestra Concetta, perché è così che si chiamava quella che ci insegnava a leggere e scrivere ma non a far di conto, ci stava richiamando segnalando l'inesorabile fine del ludico momento e ricordo anche che cominciai a correre, in direzione della porta. Non era una decisione tattica delle più ardite per uno che era scarso quindi faceva il difensore, bensì la porta, con le sue due giacche, era tra me e l'ingresso della scuola dai tratti archittettonici così marcatamente fascisti.

Strano come qualche ricordo sia estremamente nitido, per me che poi non dimentico nulla. Per esempio mi ricordo quella notte del 27 luglio 1993, o meglio mi ricordo la mattina seguente quando mia nonna, perché era a casa sua che mi trovavo, mi disse: "è scoppiata una bomba vicino a casa tua". Una bomba che uccise tre vigili del fuoco, la cui caserma era proprio lì vicino, accanto alla mia scuola materna. Tre vigili del fuoco che una volta mi fecero salire su uno dei loro mezzi, mi mostrarono come il loro pastore tedesco riuscisse con facilità ad aprire il portone della caserma. Anche quel cane era sul posto quella notte, così mi dissero poi degli altri vigili, ma lui si salvò. Insieme a loro morirono anche un vigile urbano, anche lui giunto sul posto, e un, cito il tg5 della sera successiva, "vagabondo, un immigrato irregolare" che dormiva su una panchina.

Mi ricordo che quel caldo pomeriggio d'ottobre mi dirigevo di corsa verso l'ingresso della scuola dai tratti archittettonici così marcatamente fascisti e vidi a terra il cappotto blu del mio compagno di classe Antonio, promosso a palo destro della porta, il cappotto, non il mio compagno Antonio, anche perché era decisamente troppo robusto per essere un palo.

Ricordo anche che in quella calda estate del '93 ci furono altre bombe, me le ricordo bene, oltre a quella vicino a casa mia, che ora viene ricordata come la strage di via Palestro. Mi ricordo che la parola mafia usciva spesso, molto più spesso di quanto non si fosse fatto nei mesi precedenti, essì che l'eco delle esplosioni in cui son morti quei due giudici si sarebbe dovuto ancora sentire. Come se lontano dalle stragi la memoria della gente si intorpidisse. E si intorpidiva in fretta perché pochi mesi prima avevano provato ad uccidere Maurizio Costanzo, credo perché reo di aver invitato Rita Dalla Chiesa, figlia di una delle figure antimafia più rilevanti della mai studiata storia Italiana.

Mentre correvo verso quel cappotto lungo, di quelli che per un certo periodo della mia vita mi son rifiutato di mettere, prima di pensare che con un cappotto lungo, se mi mettevo a correre, avrei dato l'impressione a tutti di avere un mantello. Oppure di essere un investigatore di quei film anni 80/90, in cui poi alla lunga si metteva a piovere, enfatizzando in maniera marcata il suo abbandonare la donna che l'amava per dedicarsi al rischio del lavoro, da vero uomo vissuto mezzo secolo fa. E ricordo che pensai, per 5 metri buoni, lo salto o lo calpesto?

Ricordo che ai tempi i giornali, alcuni giornali, si interrogarono, molto brevemente, giusto il tempo di far dimenticare la cosa alla gente, se fosse davvero solo opera di Cosa Nostra, che solo qualche anno dopo capii essere solo un altro modo di dire mafia. Strano come frasi pensate 16/17 anni fa siano ancora in qualche modo attuali. E' strano anche che saranno 10 anni che vado a concerti in cui in un certo momento chi è sul palco dice "questa canzone è stata scritta N (con N intero positivo maggiore di 10, spesso tendente al 20, a volte al 40) anni fa e sembra scritta l'altro ieri". E' strano perché c'è sempre qualcuno che si stupisce di come, facendogli pensare un po' alle cose, qualche ricordo affiori dall'intorpidimento. E' anche strano che nessuno abbia ancora scritto una canzone su come, in 10 anni, le canzoni scritte 40 anni fa (che adesso sono 50) siano ancora attuali.

Antonio non mi aveva mai fatto nulla di male e in fin dei conti andavamo d'accordo, una rarità per il mio periodo elementare. Questo suppongo non stupisca nessuno che mi conosca da più di 10 minuti, se son così, diciamo, particolare ora, figuratevi in tenera età. Diciamo che nel piccolo inferno dei primi anni di istruzione, in cui cerchi di non prendere troppe botte (sapendo perfettamente che non verrà youtube a salvarti) quelli molto più grossi di te che non ti picchiano sono qualcosa di molto prezioso.

Non mi ha mai stupito molto come le canzoni e le notizie, ciclicamente, si assomiglino tra loro. In Italia, in quell'Italia che non si vede mai sui libri di scuola perché è molto più istruttivo farti studiare come delle scimmie si lanciassero la cacca vicendevolmente tra un graffito e l'altro, oppure quei 1000 anni di sostanziale nulla chiamato medioevo, non gli avvenimenti storici eh, ma ricordo capitoli interi dedicati a come seminassero nel feudo. Riprendendo le redini di quella incidentale durata troppo per proseguire la frase precedente, dicevo, è molto più istruttivo, evidentemente, sapere quelle robe lì, piuttosto che un qualunque evento avvenuto dopo il 1945. Quindi dicevo, in italia, in quell'italia che non studi mai, le cose non cambiano, mai, al più si vestono diversamente, fino a che non si dimenticano, fino a che non si ripresentano di nuovo.

Alle elementari son sempre stato buono con tutti, più per convenienza che per sincera bontà, tranne che col bullo della scuola, che una volta voleva picchiarmi e non chinai il capo. Questa cosa lo colpì positivamente, da quella volta prese le mie difese e non mi picchiò più. Per lo meno non in faccia. Mentre correvo verso il cappotto di Antonio, a un solo passo dallo stesso, cambiai idea. E lo calpestai, tutti videro che l'avevo fatto, anche Antonio. Era un gesto così, di gratuita offesa, che mi porto dentro come una piccola cicatrice, di cui ancora so dispiacermi.

C'è un mafioso pentito, un procuratore generale antimafia e un ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Repubblica che sostengono che le tragi etichettate come mafiose di quegl'anni erano probabilmente un tentativo di golpe. Alcune accuse portano all'attuale presidente del Consiglio e ad alcuni suoi stretti collaboratori. Due soli giornali, ad oggi, hanno messo in evidenza la cosa.

Certe cose puoi dimenticarle, ma la puzza di marcio prima o poi si fa sentire, sta a noi non dimenticarle di nuovo.

Del cappotto di Antonio io non mi scorderò, è qualcosa che mi porto, come monito, sempre dietro.

Scusa Antonio, il tuo cognome non lo ricordo, ma io non mi scordo mai nulla.

Un abbraccio metaforico a Carlo, Sergio e Stefano, per quanto non riesca più ad associare i vostri nomi a vostri volti ricordo bene come siete sempre stati gentilissimi con i bambini della scuola materna che stava tra la vostra caserma e via Palestro.