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sabato 14 aprile 2012

Milano ed un ricordo per capirla di più

Recentemente ho visto "Romanzo di una strage", film tratto da un libro di Cucchiarelli, "Il segreto di Piazza Fontana", in cui ridà un alito di vita alla teoria della doppia bomba. Film molto ben fatto, sebbene ognuno di voi possa trovare copiose critiche in giro per la rete, ma credo che i film vadano anche presi per quello che sono, film. Vedendolo ho ripensato a quel sondaggio, fatto un paio d'anni fa al massimo, in cui è emerso che la stragrande maggioranza degli studenti dei licei milanesi è convinta che la responsabilità di quel massacro sia delle Brigate Rosse, il resto attribuiva il tutto alla mafia e una coda statistica si distribuiva tra gli anarchici, i fascisti e i servizi segreti. La cosa sorprende (oddio, fino ad un certo punto, visto che pare sia vietato mettere nei programmi scolastici ogni evento successivo al '48) perché è una cosa successa nella loro città, che ha dato il via ad una serie di eventi nella loro città, che determina il carattere della loro città.
Dunque ho pensato di mettere un po' insieme le idee e fare un piccolo tour (che potete seguire da qui) tra i luoghi della storia recente di Milano, anche solo come superficiale promemoria.

Se dovessi andare a Milano, ora che non ci vivo più, prenderei la bici e probabilmente passerei da Sesto San Giovanni. Si, il tour di Milano comincia a Sesto, perché da qualche parte bisogna pur cominciare e si sa che Milano non ha confini, circondata e compenetrata da una miriade di paesini dormitorio che rendono la città infinitamente più grande di quella che è, con una popolazione che varia a seconda dell'orario della giornata, mentre inspira ed espira persone, con frenetica costanza. Sesto, la Stalingrado d'Italia, medaglia d'oro, come Milano, alla resistenza e per la maggior parte delle persone è poco più del luogo da cui parte la metro rossa. L'episodio di Sesto che mi viene in mente è quella notte tra il 7 e l'8 dicembre del 1970, la notte del Golpe Borghese, la notte in cui i fascisti guidati dal principe Borghese occuparono militarmente (salvo poi annullare tutto per motivi a me ignoti) luoghi strategici e istituzionali. Il grosso venne fatto a Roma, ma un centinaio di uomini della forestale occuparono proprio Sesto, la Stalingrado d'Italia.
Da Sesto, con la mia metaforica bici, posso prendere viale Monza e iniziare ad addentrarmi in città. Di chilometri ne devo fare 4, tutto dritto, tra semafori e inquinamento, il tempo scandito dalle fermate della linea rossa. Proprio grazie a queste fermate so che tra Rovereto e Pasteur devo girare a sinistra e cercare via Leoncavallo, sede storica dell'omonimo centro sociale milanese, lì vicino nel marzo del 1978, in via Mancinelli, i fascisti uccisero in un atto di guerra (una guerra non contro di loro, contro la città) Fausto e Iaio, due ragazzi, 18 anni, due storie, una rabbia che la città ha sopportato, una rabbia che a scrivere queste due superficiali righe mi sale da dietro la schiena e mi fa tremare le mani. Tornando su viale Monza, poco più in là, c'è Piazzale Loreto, dove i fascisti sono stati fatti penzolare, appesi per i piedi.
Proseguo verso il centro, su corso Buenos Aires, dove c'era una volta la sede di Radio Popolare, storica radio della sinistra milanese. In quella radio c'è un pezzo di storia della città, al di là della carica artistica e giornalistica che è passata per quegli studi, quei microfoni hanno raccontato gli eventi, dagli anni di piombo ad oggi, le dirette dalle manifestazioni, le campagne di informazione, le interviste in esclusiva, i 9 radiogiornali al giorno.
Corso Buenos Aires finisce dopo 2 km e io mi fermo dopo i giardini di porta Venezia, in via Palestro, dove nel luglio del 1993 un'autobomba mafiosa davanti al museo di arte contemporanea uccise tre vigili del fuoco, un vigile urbano e un immigrato che dormiva su una panchina. Quella strage la ricordo bene e la porto come mia piccola cicatrice. La città dimenticò troppo in fretta la presenza della mafia sul territorio, ma ogni anno, nella notte di fine luglio che fa da anniversario, i pompieri si trovano lì e fanno andare in silenzio i loro lampeggianti, a ricordare gli innocenti uccisi dalla mafia, a Milano, in pieno centro.
Proseguo in via Palestro per non più di 600 metri fino ad incontrare via Fatebenefratelli, per me sinonimo di Questura di Milano. Quel luogo ha molte più storie di sangue di quelle che dovrebbe avere un edificio adibito al servizio e alla sicurezza del cittadino. Nella notte del 15 dicembre 1969, dopo 3 giorni di interrogatorio guidato dal commissario Calabresi, veniva defenestrato e quindi ucciso il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, morto innocente, mentre indagavano sulla strage fascista di Piazza Fontana in cui 3 giorni prima persero la vita 17 persone. Come rappresaglia per quell'omicidio (per cui la questura non venne ritenuta responsabile), nel maggio del 1972, le Brigate Rosse uccisero il commissario Calabresi davanti alla sua abitazione, in via Cherubini. Un anno dopo, in quella Questura, mentre si ricordava l'omicidio, una bomba a mano anarchica uccise 4 persone. Per arrivare dove è morto Calabresi devo attraversare parco Sempione, che ora è luogo curato di sole e verde, ma per me rimarrà sempre il contenitore di tossici a 2 passi dal Duomo che era negli anni '90. Alché basta seguire corso Vercelli e si arriva lì, dove un uomo dello Stato, abbandonato dallo Stato, ha visto la sua esecuzione.
Torno sui miei passi, mi dirigo verso il Duomo, e passo per via Morozzo Della Rocca, dove nel luglio 1979 la mafia uccise l'avvocato Giorgio Ambrosoli, che stava indagando sul banchiere siciliano Michele Sindona. Altro omicidio mafioso, a due passi dal Duomo, che la città ha perso nelle pieghe della sua memoria.
Attraverso Piazza Duomo, piena delle sue formichine operose, ma solo dopo le 10 di mattina. Questo pezzo lo faccio a piedi, mi piace il selciato del centro, sentirlo sotto i piedi. Dal Duomo a Piazza Fontana sono 4 minuti, ogni volta che vado in centro cammino quei 4 minuti, a sentire la vibrazione dell'odio fascista che si fa sempre più grande, passo dopo passo. Piazza Fontana non ha nulla di particolare. Tagliata dal tram, una banca sulla destra con una lapide che non nota mai nessuno, una fontana e un'aiuola, che ho sempre visto illuminata, credo prenda luce tutto il giorno. Su quell'aiuola ci sono due targhe che ricordano Pinelli, il marmo anarchico che ne ricorda l'uccisione, la plastica istituzionale che ne ricorda la morte. Pinelli non se lo ricorda un po' nessuno, è un'indagine mezza insabbiata su cui si fa finta di niente, ma abitava nel mio quartiere e mi hanno insegnato, in quel quartiere, a ricordare le ingiustizie.
Non ho ancora conosciuto nessun milanese abbastanza vecchio da essere in grado di camminare a quei tempi, che non sia andato ai funerali delle vittime, in piazza Duomo. Non ho ancora conosciuto nessun milanese che non ricordi bene quel giorno e quegli applausi che mi hanno così dettagliatamente descritto.
Milano è anche e soprattutto piazza Fontana, dalla reazione della città, all'ingiustizia delle indagini, all'assoluzione (ma responsabilità fascista ben riconosciuta) degli imputati. A 5 minuti da lì c'è l'università, dove in quegl'anni si formava il gruppo di azione partigiana di Feltrinelli.
L'orrore di quel luogo mi fa venire voglia di bellezza, prendo via Torino per finire dopo un po' sui navigli. Oramai è sera, lampioni gialli, pavè. So che se proseguissi per un paio di chilometri mi troverei sulla destra la casa di Giorgio Gaber, il nostro poeta, un altro bel pezzo di città in uno dei posti più romantici della città.
Per tornare a casa la prendo molto larga e passo dalla mia università, una volta polo di vera grande eccellenza industriale, un luogo da operai, il luogo dove sono nate le Brigate Rosse, perché Milano è anche questo.

Queste cose non le ho studiate anche perché nessuno ha mai voluto insegnarmele (infatti può darsi siano sbagliate), queste cose me le ha raccontate la mia città e io provo a ricordarmele ogni volta che ci passo in mezzo. Milano è disseminata di lapidi e targhe che ricordano cosa è successo, dalle lotte partigiane al terrorismo, che spiegano perché i muri su cui sono appese grondano sangue. Milano ha sempre saputo reagire a quel sangue, è questo che la rende una bella città, è questo che la rende una città cui voglio bene. Magari di come stia vedendo svanire l'anima di Milano ne parliamo un'altra volta, sempre che i due di voi che han avuto la forza di arrivare fin qui esistano veramente.

lunedì 10 ottobre 2011

Da Nord a Sud

Quelle che vedete sono due foto che ho scattato nella mia vita (ok, non sono mie, ma non riesco a caricare le mie su sto dannato blog). Le ho scattate in due luoghi molto diversi, entrambe da un pulman che passava sull'autostrada e racchiudono due storie molto diverse. La prima viene da Capaci, si nota questa piccola casetta che sovrasta l'autostrada per andare all'aeroporto Falcone e Borsellino. Da questa casetta bianca il mafioso Brusca fece partire il comando per far saltare in aria l'autostrada, uccidendo. Il 23 maggio 1992, morì il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e 4 uomini della scorta. Su quella casetta ora c'è quella scritta, una scritta che viene da un popolo oppresso che lotta.


La seconda foto viene dalla Val di Susa, in Piemonte, dove un gruppo di abitanti locali si sta opponendo da anni alla costruzione dell'alta velocità, ritenuta inutile e i cui appalti lasciano non pochi dubbi sulla loro regolarità.
Due scritte forti, nella loro diversità storica, che ripercorrono da nord a sud quella che è la reazione al fenomeno mafioso.

Perché si, la mafia anche qua al nord ha smesso di infiltrarsi, ne è ormai ben radicata. E di questo si è parlato nella due giorni di incontri che Libera ha organizzato in quel di Torino, uno dei cuori industriali del nord. Due giorni per analizzare un fenomeno, quello della mafia al nord, ma anche questa illegalità diffusa che tutto pervade, in cui sono riaffiorati personaggi e fatti che è bene portarsi sempre dietro. Un grido, quello che viene dai relatori di questi incontri, che porta un messaggio di profonda emergenza, in cui il problema viene identificato, da Don Ciotti, come un problema di illegalità forte perché la politica è debole ed autoreferenziata, in cui bisogna ricordarsi che la democrazia si fonda su due doni: giustizia e dignità. Un'analisi che conduce l'assemblea a ragionare sul fatto che la vera forza delle mafie sta fuori dalle mafie, sta nell'omertà, nella delega sempre e comunque quando c'è qualcosa da fare, sul fatto che le radici del crimine sono nei vuoti sociali e nelle disuguaglianze e sul fatto che si è perso di vista il concetto che la speranza se non è di tutti, non è speranza.
E in questo il nostro nord, il nord del governo del fare, quel governo che ha combattuto la mafia più di tutti, è rimasto indietro di decenni rispetto al sud. È rimasto indietro nella mentalità, intanto che vendeva la sua anima alle mafie e alla loro garanzia di prezzi più bassi, burocrazie più snelle, tanto qualche regolina si riesce sempre ad aggirare e se si va in perdita c'è sempre una mole di denaro spaventosa proveniente dal traffico di droga (si parlava del 3% del pil italiano). Una mentalità che continua, dopo decenni di esempi lampanti del radicamento delle mafie in appalti pubblici, appalti privati, ristorazione, servizi al cittadino, grandi opere, a negare, come negli anni 70 palermitani, che la mafia esista. Qui la mafia non esiste, i cantieri bruciano per vandalismo o autocombustione, i sindacalisti vengono pestati o uccisi dalle baby gang, ma secondo me si picchiano e uccidono da soli, via Palestro a Milano non è a Milano, i commercianti non pagano il pizzo, fanno donazioni. Questo si fa, si finge che tutto vada bene, che siano pochi episodi isolati, anche se si fanno centinaia di arresti tutti insieme, passa, scivola via perché, per citare l'ex sindaco Moratti, "qua a Milano non le facciamo mica quelle cose lì". E intanto si espande, questa melma malavitosa, dall'arcipelago di paesini che ricoprono ogni centimetro di territorio, scoraggiando la concorrenza e offrendo prezzi bassi, perché non gli importa certo di andare in perdita, l'importante è reciclare i soldi che gli abbiamo dato noi, gente del nord, per la loro droga. Li paghiamo due volte. Ma no, non sono mica mafiosi. Però ecco, appena la magistratura inizia a funzionare salta fuori di tutto, ce lo ha spiegato molto bene la vice sindaco del comune di Desio, sciolto un anno fa per infiltrazioni mafiose, che in una toccante testimonianza ha riportato la sua costante attenzione verso il territorio, in cui ha imparato che se c'erano i teli verdi sulle reti dentro c'era un abuso edilizio o una discarcia abusiva di rifiuti tossici, che nessuna società sana si può permettere di continuare a costruire case (poi risultate non sicure e dunque in futuro abbattute) senza affittarle o venderle, ma lasciandole sempre vuote. A Ottobre 2011 ci sono 1392 beni confiscati nel 2011 al nord. E intanto la popolazione sta zitta, perché se un cantiere è aperto da 10 anni e non ci lavora mai nessuno il problema sono i 20 minuti di coda, non che qualcuno di poco limpido ci sta lucrando sopra.

Il tutto era contornato, a Torino dico, da un attento occhio verso il nuovo codice antimafia di Alfano, che a detta di tutti i professionisti del settore fa compiere significativi passi indietro nella lotta alla mafia. Non ho le competenze per esporvi i motivi di questa affermazione, ma vi raccomanderei di documentarvi su alcuni punti: beni confiscati, intercettazioni e prescrizione. Perché si è stufi di un governo che si vanta di essere il migliore di sempre nella lotta alla mafia, ma salva il Ministro Romano, fa condoni, scudi fiscali, non si occupa del problema della corruzione, dell'evasione fiscale, tutti canali di illegalità in cui poi fluiscono anche le acque mafiose. Un governo che con le sue leggi ha mandato chiari messaggi alla mafia, che infatti si continua ad espandere. Perché, come dice il figlio di Pio La Torre (primo firmatario della prima legge antimafia, nel 1982, in cui mafia diventa una definizione giuridica, ucciso pochi mesi prima della discussione parlamentare) "Se la politica non si occupa di mafia, va a finire che la mafia si occupa di politica".

Quindi si, la situazione, anche e soprattutto qui al nord, è tragica, perché a furia di prendere con sorrisi e simpatia una tendenza di noi italiani a scavalcare le regole ci siamo dimenticati a cosa servono le regole, che costo enorme paghiamo tutti i giorni per scavalcare queste regole. Ed è bello che Libera dia un, purtroppo, piccolo esempio di movimento civile per la legalità, per riscattare l'infamia che, non paghi di gettarcela addosso, esportiamo in tutto il mondo.

P.S. Si, ho preferito non parlare dell'emozione, molto bella e genuina, di rivedere i miei compagni di lavoro nel campo di Polistena perché se no son troppo un sentimentale del cazzo.

domenica 30 maggio 2010

Ricordo, stragi di mafia, vecchie canzoni e libri di storia

Una volta ero alle elementari, in quel caldo pomeriggio d'ottobre noi si era in giardino a fare quello che la società impone di fare a degli ottenni o poco più: partita di calcio. La ricreazione si doveva svolgere sempre così: 4 giacche per terra a delimitare una porta dai pali spropositamente larghi che ribattevano il pallone sempre nello stesso modo, sfidando ogni legge sulla conservazione del momento. Me li ricordo bene, quegli intervalli post pranzo che ti procuravano quelle strisciate d'erba in corrispondenza delle ginocchia sui jeans, che ogni tanto ti procuravano qualche livido, qualche labbro gonfio per una parola detta fuori posto.
E mi ricordo anche che una volta la maestra Concetta, perché è così che si chiamava quella che ci insegnava a leggere e scrivere ma non a far di conto, ci stava richiamando segnalando l'inesorabile fine del ludico momento e ricordo anche che cominciai a correre, in direzione della porta. Non era una decisione tattica delle più ardite per uno che era scarso quindi faceva il difensore, bensì la porta, con le sue due giacche, era tra me e l'ingresso della scuola dai tratti archittettonici così marcatamente fascisti.

Strano come qualche ricordo sia estremamente nitido, per me che poi non dimentico nulla. Per esempio mi ricordo quella notte del 27 luglio 1993, o meglio mi ricordo la mattina seguente quando mia nonna, perché era a casa sua che mi trovavo, mi disse: "è scoppiata una bomba vicino a casa tua". Una bomba che uccise tre vigili del fuoco, la cui caserma era proprio lì vicino, accanto alla mia scuola materna. Tre vigili del fuoco che una volta mi fecero salire su uno dei loro mezzi, mi mostrarono come il loro pastore tedesco riuscisse con facilità ad aprire il portone della caserma. Anche quel cane era sul posto quella notte, così mi dissero poi degli altri vigili, ma lui si salvò. Insieme a loro morirono anche un vigile urbano, anche lui giunto sul posto, e un, cito il tg5 della sera successiva, "vagabondo, un immigrato irregolare" che dormiva su una panchina.

Mi ricordo che quel caldo pomeriggio d'ottobre mi dirigevo di corsa verso l'ingresso della scuola dai tratti archittettonici così marcatamente fascisti e vidi a terra il cappotto blu del mio compagno di classe Antonio, promosso a palo destro della porta, il cappotto, non il mio compagno Antonio, anche perché era decisamente troppo robusto per essere un palo.

Ricordo anche che in quella calda estate del '93 ci furono altre bombe, me le ricordo bene, oltre a quella vicino a casa mia, che ora viene ricordata come la strage di via Palestro. Mi ricordo che la parola mafia usciva spesso, molto più spesso di quanto non si fosse fatto nei mesi precedenti, essì che l'eco delle esplosioni in cui son morti quei due giudici si sarebbe dovuto ancora sentire. Come se lontano dalle stragi la memoria della gente si intorpidisse. E si intorpidiva in fretta perché pochi mesi prima avevano provato ad uccidere Maurizio Costanzo, credo perché reo di aver invitato Rita Dalla Chiesa, figlia di una delle figure antimafia più rilevanti della mai studiata storia Italiana.

Mentre correvo verso quel cappotto lungo, di quelli che per un certo periodo della mia vita mi son rifiutato di mettere, prima di pensare che con un cappotto lungo, se mi mettevo a correre, avrei dato l'impressione a tutti di avere un mantello. Oppure di essere un investigatore di quei film anni 80/90, in cui poi alla lunga si metteva a piovere, enfatizzando in maniera marcata il suo abbandonare la donna che l'amava per dedicarsi al rischio del lavoro, da vero uomo vissuto mezzo secolo fa. E ricordo che pensai, per 5 metri buoni, lo salto o lo calpesto?

Ricordo che ai tempi i giornali, alcuni giornali, si interrogarono, molto brevemente, giusto il tempo di far dimenticare la cosa alla gente, se fosse davvero solo opera di Cosa Nostra, che solo qualche anno dopo capii essere solo un altro modo di dire mafia. Strano come frasi pensate 16/17 anni fa siano ancora in qualche modo attuali. E' strano anche che saranno 10 anni che vado a concerti in cui in un certo momento chi è sul palco dice "questa canzone è stata scritta N (con N intero positivo maggiore di 10, spesso tendente al 20, a volte al 40) anni fa e sembra scritta l'altro ieri". E' strano perché c'è sempre qualcuno che si stupisce di come, facendogli pensare un po' alle cose, qualche ricordo affiori dall'intorpidimento. E' anche strano che nessuno abbia ancora scritto una canzone su come, in 10 anni, le canzoni scritte 40 anni fa (che adesso sono 50) siano ancora attuali.

Antonio non mi aveva mai fatto nulla di male e in fin dei conti andavamo d'accordo, una rarità per il mio periodo elementare. Questo suppongo non stupisca nessuno che mi conosca da più di 10 minuti, se son così, diciamo, particolare ora, figuratevi in tenera età. Diciamo che nel piccolo inferno dei primi anni di istruzione, in cui cerchi di non prendere troppe botte (sapendo perfettamente che non verrà youtube a salvarti) quelli molto più grossi di te che non ti picchiano sono qualcosa di molto prezioso.

Non mi ha mai stupito molto come le canzoni e le notizie, ciclicamente, si assomiglino tra loro. In Italia, in quell'Italia che non si vede mai sui libri di scuola perché è molto più istruttivo farti studiare come delle scimmie si lanciassero la cacca vicendevolmente tra un graffito e l'altro, oppure quei 1000 anni di sostanziale nulla chiamato medioevo, non gli avvenimenti storici eh, ma ricordo capitoli interi dedicati a come seminassero nel feudo. Riprendendo le redini di quella incidentale durata troppo per proseguire la frase precedente, dicevo, è molto più istruttivo, evidentemente, sapere quelle robe lì, piuttosto che un qualunque evento avvenuto dopo il 1945. Quindi dicevo, in italia, in quell'italia che non studi mai, le cose non cambiano, mai, al più si vestono diversamente, fino a che non si dimenticano, fino a che non si ripresentano di nuovo.

Alle elementari son sempre stato buono con tutti, più per convenienza che per sincera bontà, tranne che col bullo della scuola, che una volta voleva picchiarmi e non chinai il capo. Questa cosa lo colpì positivamente, da quella volta prese le mie difese e non mi picchiò più. Per lo meno non in faccia. Mentre correvo verso il cappotto di Antonio, a un solo passo dallo stesso, cambiai idea. E lo calpestai, tutti videro che l'avevo fatto, anche Antonio. Era un gesto così, di gratuita offesa, che mi porto dentro come una piccola cicatrice, di cui ancora so dispiacermi.

C'è un mafioso pentito, un procuratore generale antimafia e un ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Repubblica che sostengono che le tragi etichettate come mafiose di quegl'anni erano probabilmente un tentativo di golpe. Alcune accuse portano all'attuale presidente del Consiglio e ad alcuni suoi stretti collaboratori. Due soli giornali, ad oggi, hanno messo in evidenza la cosa.

Certe cose puoi dimenticarle, ma la puzza di marcio prima o poi si fa sentire, sta a noi non dimenticarle di nuovo.

Del cappotto di Antonio io non mi scorderò, è qualcosa che mi porto, come monito, sempre dietro.

Scusa Antonio, il tuo cognome non lo ricordo, ma io non mi scordo mai nulla.

Un abbraccio metaforico a Carlo, Sergio e Stefano, per quanto non riesca più ad associare i vostri nomi a vostri volti ricordo bene come siete sempre stati gentilissimi con i bambini della scuola materna che stava tra la vostra caserma e via Palestro.