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martedì 4 novembre 2014

Intrappolato

È il momento. Disse ingoiando gli ultimi calmanti della giornata sotto la tenue luce dei lampioni che, pacati, si proponevano dalle tende tirate. Pensieri felici, pensieri tranquilli. Un rituale ormai consolidato, un rituale rivelatosi sempre inutile. Come andare a messa ogni domenica.

Senza sogni si muore, lentamente, il corpo ha bisogno di ricaricarsi, un riavvio cerebrale necessario, manco fossimo un'avanzata versione di Windows Vista. Ne era ben consapevole, per questo si forzava, nonostante tutto a rinchiudersi nella sua personalissima prigione ogni notte. Per sopravvivere. Letteralmente.

Il torpore, i muscoli rilassati, la mente sempre meno vigile. Un dolce scivolare nelle fauci del diavolo. Dannazione, qualunque cosa accada so che non è reale, è solo un sogno. Solo un sogno. Era sempre quello il suo ultimo pensiero, tutte le notti. A volte funzionava, la pratica aiuta a riconoscere il vissuto quando lo si rivive nella propria testa e, all'occorrenza, a saperne prendere le distanze. Non importa quanto realistica possa essere un'immagine, una parte di me è consapevole che io lì non c'ero, io questo ho solo immaginato di averlo vissuto e ora sto solo riproducendo quell'immagine artefatta, trasmessa dalla più potente scheda grafica in circolazione. Svegliati, non sei costretto a rimanere in quella casa. Svegliati.

Aprì gli occhi, cercando riferimenti di realtà, un appendino, la sua lampada, i lampioni, quella sensazione spiacevole sul collo tipica del sudore. Il battito torna normale, il fresco del frigorifero va ad infrangersi sulla calura corporea appena sprigionata. Tanto vale riposare un po', in un perenne dormiveglia in attesa della routine.

Ma non è mai così semplice, dopo settimane di prigionia, spolpato di ogni vigore emotivo, il cervello si spegne di nuovo, soffice tra i cuscini. Non è qualcosa di vissuto o immaginato, è qualcosa che sta accadendo ora. Non è reale. O quel telefono squilla sul serio, sarà meglio alzarsi. No, non ce la faceva proprio a forzare se stesso ad uscire da un incubo in divenire, pur consapevole che quella era l'unica altra opzione, una volta addormentato. In isolati momenti, tuttavia, si rendeva conto di vivere situazioni che potevano essere piegate al suo piacere e volere, che non necessariamente doveva subire quelle sbarre. Come criminali che riescono a reinventarsi secondini, riusciva sporadicamente ad esser padrone di quel sogno, a piegare il tormento in qualcosa di diverso, financo sadica vendetta verso quel diavolo. 

E se fossi in realtà sveglio?

Questo lo tormentava, in quei sogni che cominciavano con un suo risveglio e terminavano con il consolidato rituale di cui sopra. Il dubbio, non c'è nulla di più logorante. Erano immagini ed azioni assurde, ma ragionevoli. La sua condanna per un crimine non commesso era questa: trascorrere la giornata come un passeggero, incerto se ne fosse padrone o semplicemente spendesse il tempo a sbirciare sotto la sottana della vita. I sogni erano la prigione della sua mente, a prescindere dallo stato di veglia. Lo erano sempre stati, da aspettativa irraggiungibile dalle miserie della realtà a cinico, per nulla distaccato, sguardo su ogni possibilità passata e presente. 

Un inferno tanto personale, tanto consapevole della propria deflagrante potenza da rendere ogni altro problema piccolo, insignificante. Come se l'esperienza dell'orrore, con il suo traumatico bagaglio, i dubbi, le insicurezze, potesse in fondo dare quella spinta a riprendere a dar calci nelle palle della vita.

In quel momento si risvegliò, sudato. E andò a riaprire il frigorifero.

I'll see you in the next life, wake me up for meals

martedì 28 ottobre 2014

BOOM. Di esplosioni, soluzioni e genuina felicità.

Provate mai la sensazione di essere sul punto di esplodere? 

Sapete, dopo lunghi periodi della vita in cui mi crogiolo in frivolezze e velleità, sospingendo la mia mediocrità da casa al lavoro, nel presunto eroico tentativo di vivere le due o tre vite che mi son cucito addosso, consapevole di non essere nemmeno lontanamente vicino al potenziale sporadicamente espresso, mi ritrovo nei pochi metri quadri che chiamo casa ad osservare i topi che si litigano l'insalata sul pavimento da qualche giorno. Faccio solo questo, li guardo sguazzare nelle macchie di vino e birra misto a cenere e rifletto sulla pochezza di una simile esistenza. Lontano da ogni cosa che ho sempre definito casa, immerso in quella che si presuppone essere la vita che mi costruisco.

Ecco, quello è il punto, il momento in cui esplodo di voglia di vivere. Quello è il momento in cui apprezzo il soprendente ardore vitale che mi pompa il sangue nelle vene, attiva milioni di idee nel mio cervello, rivalutando, analizzando, risolvendo ogni singolo problema che ho affrontato e che potrei mai dover affrontare. Non è questo, sia chiaro, questo è il momento in cui verso del vino rosso e riempio la stanza di fumo e B.B. King. Questo potrebbe essere tranquillamente annoverato tra i momenti descritti nel primo capoverso. Sempre che capoverso sia la definizione adatta. Non sono nemmeno così sicuro. Ma siam qui mica per prenderci sul serio, per dio, state cazzeggiando su internet.

La verità è che se non scrivo non sugello la gioia di vivere in qualcosa che un giorno posso andarmi a riguardare, ricordando ogni commento, discussione e dialogo che queste poche righe potrebbero mai suscitare, soprattutto se non produrranno nulla da ricordare. Perché sempre di gioia in fondo si tratta, per quanto miserabile possa essere lo stato d'animo lasciato trasudare, non c'è nulla che in fondo mi dia più piacere di vedere la pagina riempirsi, inseguendo le dita via via più agili, aggrovigliandosi in una metadescrizione dell'attimo. Più che il vibrare delle corde sotto l'archetto, più dell'adrenalina di infilare dei guantoni e provare a sopravvivere alcuni minuti di fronte a qualcuno ben più preparato ed in forma di te e sì, a volte pure più della sicurezza che l'equazione tanto sudata si sia rivelata corretta.

Sinistro, destro, evita il sinistro di risposa, colpisci il mento e scaraventa ogni violenza accumulata su quell'unico, liberatorio, gancio appena sotto le costole. Sinistro in allontanamento, non deve capire nemmeno da che parte sei andato. Respira.

Sarebbe dovuta essere la soluzione, fin dal principio.

Esplodere dunque, apprezzare veramente ogni cosa, per quanto ben mascherata forse in un alone di triste solitudine e, ammettiamolo, genuino se pur occasionale disprezzo per se stessi. Per avere finalmente un fugace sguardo verso la lucida follia che si è contribuito a creare intorno a se stessi.

Ad esempio, quando, durante il cammino, l'umanità ha deciso che le vite altrui, o ancor peggio l'immagine altrui della propria vita, dovessero avere una così ostentata rilevanza al punto da opprimere una già di suo stentata esistenza? In che momento è diventato tanto importante che persone bene o male estranee a ogni aspetto del nostro quotidiano sapessero quanto poco disgustosa sia la nostra vita? O anche che sapessero quanto lo fosse. Lavoro tanto, è giusto che la gente lo sappia. Che poi se arrivi a quantificare il tuo lavoro tanto direi che hai sbagliato occupazione. Faccio del bene, è giusto che la gente lo sappia. Non accetterò che qualcuno non informato possa farsi un'opinione sbagliata del mio quotidiano, non trovi interessanti le piccole avventure che decido di esporre al pubblico giudizio, non sia d'accordo con me. Non dico che sia sbagliato, mi incuriosisce il perché, una domanda forse banale di cui francamente mi sfugge la risposta, per quanto ne possa rimanere inconsapevolmente coinvolto. Che si faccia per suscitare invidia? Per un senso di giustizia verso i propri sforzi (e, di nuovo, se son sforzi stai sbagliando qualcosa)? Per l'approvazione di persone con cui, il più delle volte, non condivideremo nemmeno un vodkalemon annacquato?

Guardiamoci in faccia, facciamo del nostro meglio, il più delle volte. Fine. Trasciniamo sollazzi spesso inutili, aspettando con quanta più dignità che morte sopraggiunga. E questa è pura, indiscriminata, felicità. Sapere di riuscire a veleggiare sospinti da quel vento e non da altri ripieghi. 

Per altro la aspettiamo perfino nella speranza che, dopo cotanto dolore per arrivarci, essa, l'ultimo passaggio, ne sia totalmente privo. Di dolore intendo.

Farà un male cane. Fa un male cane tutte le volte.

giovedì 22 maggio 2014

Notturno - Biciclette

In quattro mura senza angoli retti ti aggiri, inquieto parli da solo, rubi sorsi dai bicchieri ormai disseminati per l'appartamento. Il pavimento inclinato, la luce del giorno che va a morire dietro il campanile.
Devi uscire da qui, non devi pensare. Inforchi la bici, ti fai scivolare addosso le luci di una città senza motivo in festa, la fresca aria di metà maggio ti culla nel tuo fumare come una locomotiva in salita. Non provi più quel disgusto sulla pelle verso quella società ipocrita che ti circondava, no, ora è qualcosa di viscerale, qualcosa che ti porti dentro perché con quelle immagini, quegli esempi, tuo malgrado, ci sei dovuto crescere. Quegli esempi ti sono entrati dentro, ti han scavato solchi che hai imparato a non voler superare o per lo meno a provarci, solchi che ti permettono di riconoscere tali esempi, solchi che ti ricordano di aver il controllo.

Fiancheggi il canale, file di alberi ordinati, innaturali, ti passano silenziose dalla parte opposta, accartocci la lattina che ti ha fatto compagnia fino a poco fa, la butti nello zaino aperto per prenderne un'altra, cerchi di non pensare, ma quei solchi ti si riaprono addosso. Come se gli ultimi anni non fossero stati che un vestire la maschera di chi si sa integrare, di chi sa accettare l'errore reiterato altrui. Forse qui stai meglio davvero, se non fossi obbligato per scelte e sfortuna a dover sempre guardare al punto da cui arrivi, alle sue contraddizioni, alla sua "bellezza nonostante". Forse solo non capisci il qui.

Decidi di non continuare il giro, tiri dritto, ora la città sta veramente scivolando via, si aprono i prati quasi subito, il vento si fa più fresco e violento, portando odore di campi e laghi. Oscurità, vecchia compagna di silenzi, di emozioni genuine. Siamo gente che non va a votare quando dovrebbe e si lamenta per gli anni rimanenti del fatto che non possa votare. Affondi i piedi nei pedali, non hai la minima idea di dove quel muro nero davanti a te possa portarti, acceleri. Forse sei tu, forse è solo il vento. Siamo gente che le tasse non le vuol pagare perché in fondo niente di quello cui le tue tasse servono funziona a dovere. Siamo gente che ama i loop.

Non pensare, stai andando bene, accelera. Le lattine tintinnano nello zaino semi aperto, ne sostituisci un'altra. Sudi e porti la mente sui solchi, ti si aprono più tumultuosi. I solchi sono il motivo per cui ti racconti di essere diverso. Il vento è freddo, non stai andando così forte, stai sudando per i motivi sbagliati. Controlla il respiro, riporta il cuore ad un ritmo normale, usa il cervello.

Il muro nero si abbatte, quattro case nel niente ti dicono che è ora di girare la bici. Si, ma verso dove? In che punto posso scappare ora? Ti tocchi la tasca, nessun segnale. Poi l'altra, niente. Riguardi l'oscurità, ora carnefice del tuo smarrimento, dello smarrimento delle linee che vuoi imprimerti sulla pelle. Hai solo 3 lattine di autonomia. Siamo gente che nemmeno prova a capire qualcosa di scientifico, qualora ci sia un torbido racconto su internet che dimostrerebbe il contrario. Siamo gente cui non piacciono i fatti.

Segui l'odore di lago, che quello di campi ti porterebbe probabilmente in un mare di merda. Sfiori le tasche, ti è sembrato di aver sentito qualcosa. Hai sentito solo il tuo fallimento nel dominare i pensieri. Ritrovi la strada, determinato, sopravviverai, ti fanno male le gambe, ma i solchi aiutano. La brezza ora ti spinge, come a dire che è ora di tornare, che sei pronto a riconoscere il lupo travestito da pecora che giustifica il sangue intorno alle sue fauci con un non ancora dimostrato "siam pur sempre umani".

L'alba non si fa attendere, mentre bruci l'ennesimo tabacco arrotolato, la bici è stanca 3 piani più sotto. L'umanità per giustificare le proprie perverse voglie di distruggere tutto, l'essersi voluto cucire addosso l'abito di chi fa e predica la cosa giusta per far passare più inosservate debolezze sintomo di una profonda, ben radicata, crudeltà verso il prossimo. Che sia uno o l'intero sistema.

Si chiama ipocrisia, riassunta nel fatto che sei maleducato se mastichi con la bocca aperta, quando l'alternativa è essere considerato uno con la faccia da coglione quando mastica con la bocca chiusa. Che poi è la mia dimostrazione preferita della non esistenza di Dio.

Ti trascini nello stato fluttuante tra vita e svenimento verso il letto, ormai incapace di riconoscere cosa stia accadendo per davvero e cosa sia solo nella tua testa stanca di tener a bada se stessa.

Quanto sei dentro le descrizioni che hai di ciò che vedi? Quanto ne sei in realtà protagonista? Quanto riuscirai a non rientrarci? Quanto ancora resisterai mentre fa giorno?

No, tu sei diverso, tu vedi queste cose perché ne sei fuori, tu hai i solchi. Ovunque, laceranti, profondi, indelebili solchi.

Se parlassi la lingua della gente che ho intorno sarebbe un inferno.

martedì 18 febbraio 2014

Rapido

Avrei voluto saper scrivere poesie, invece vado solo a capo ogni tanto.
Il sole violento
dal finestrino
entra contento
che le foto così non le posso fare
questo è il più grande tormento.

Saper scrivere poesie è quella cosa che ti semplifica la vita. Oddio, si vive anche senza, ma francamente darebbe tutto un altro tono al mio guardarmi nelle palle degli occhi col tramonto sopra la Svizzera.

Altro viaggio che va a tramontare, altro abbraccio che urla non partire, vieni con me, altre lacrime sorridenti come nervose, sguardi abbassati dalla vergogna, dalla disumanità, dalla rabbia.

Hai visto come con un rapido volo si possa tornare tra governi cambiati senza spiegazioni, treni lenti, spazzatura e cene sostanziose. Basta un rapido volo per fermare il tremolio, per mettere ordine, affrontare una vita lontana solo geograficamente. Basterebbero le giuste telefonate, ma anche quel rapido, indolore, volo per prendere la vita a calci nelle palle.

Basterà.
Vorrei imitare
questo paese
adagiato
nel suo camice
di neve.



Gatto.

venerdì 7 febbraio 2014

Moonlight drive

Let's swim to the moon

Alberi ordinati intorno a me, malti sudati come solo un sette febbraio può regalarti. Avrei dovuto portare la giacca.

Penetrate the evenin' that the city sleeps to hide

Mi addentro, conscio di non saper ritrovare la strada. Non c'è mai stata una strada. Mi posso raccontare di avere una destinazione, quella di partenza per altro, ma non ci sono cammini, ci sono buche, sassi acuminati, umidità e mille animali invisibili intorno a me.

Let's swim out tonight, love

Il bosco può farti sentire piccolo piccolo, dalla facilità con cui l'hai raggiunto non l'avresti detto, dopo quel lago poi.

It's our turn to try 

 
Mi circondo di predatori intimoriti. Fingono insicurezze, abbindolano la preda- La preda sono io.

Parked beside the ocean

Sfilo le cuffie, tengo il sottofondo alla nuova sinfonia. Sinfonia svuotata di qualcosa, per colpa della mia presenza, parti dell'insieme che non si mostrano, timorose, per il mio respiro, i miei passi spaesati. L'alba è sempre vicina e io sarò sempre qui, aspettando un predatore adatto.

On our moonlight drive.


giovedì 6 febbraio 2014

And I ride, and I ride

Buttiamo pesanti bracciate, implorando il fresco dell'aria, boccheggiando nel nostro lago di fuoco, in balia di correnti interne che proviamo a capire. Alle volte si arriva financo a non provare più dolore a scavare, consumandosi le carni per arrivare dall'altra parte, facendosi evaporare sudore e lacrime dalle guance nell'ennesimo vano tentativo di non inalare sulfurea rovente aria.

La traversata nel fuoco, la prova di coraggio verso se stessi, sulla spinta di un fuoco più violento che custodiamo dentro. Un fuoco che ci spinge sulle tastiere della vita, incoscienti e solitari, come impreparati ad ogni cosa ben prevista. In buona sostanza non si sta che ricercando come andare a finire.

Affondiamo le nostre braccia, in smorfie di dolore che a tratti si fan sorrisi nel vedere la riva avvicinarsi. Il bosco, ignifugo, circonda il lago e rimane rassicurante, quasi a sbeffeggiarci quando il nostro stile si fa più affannoso. Lui ed il suo brulicare di vitalità, il suo muschio, l'umido abbraccio della freschezza.

Arriveremo in un altrove per renderlo qui, per rendere ogni altro altrove un lontano puntino nel lago, una bolla di lava esplosa che ci ha bruciato i capelli, nulla più. Danzeremo nella fresca notte per curare le ustioni, facendo scivolare i muri sotto le nostre ombre.

Basta continuare a spingere con mani e braccia. Staremo bene da farci schifo.

domenica 12 gennaio 2014

Fredda roccia

Perché io finisca sempre qui, lo ammetto, non lo so spiegare davvero. Mi crogiolo nel mio universo di parole a tratti ben scelte, di pensieri a tratti profondi, di equazioni a tratti eleganti, di facce gialle sorridenti, di visualizzato alle, di post scritti con le migliori intenzioni, sempre le stesse, ma che non portano più da qualche parte come un tempo.

La verità è che queste pagine potrebbero essere la chiave, questo crogiolarsi in attesa che un'idea originale salti fuori, che si viva su quel tratto per l'ennesima volta, che quindi qualcosa, per qualcuno appollaiato sul proprio letto in attesa di finire la giornata, rimanga. Ma qui, caro sfaccendato lettore, le cose si fanno complicate, è l'ansia da prestazione che va a subentrare. Dunque, per lo stesso motivo per cui lo fai con le donne, bevi per scrivere. Esiste un limite, nel magico mondo dell'accoppiamento quel limite, il limite del nonimportaquantotiimpegni, è proporzionale alla bellezza del fiore che stai per cogliere, ma nella scrittura, che è un mettersi a nudo diverso ma non meno potente, è anche meno facile da individuare. Perché la proporzionalità non sta nel legame fisico o emotivo di un altro essere umano, ma nella violenza del pensiero nella tua testa, nella tua capacità di guardarti dentro, nella tua volontà di colpire il disattento lettore.

Il desiderio che ogni interazione con queste pagine, con i pensieri, sia d'impatto assoluto verso il lettore è l'ansia da prestazione di cui sopra. Ha in alcuni casi funzionato, robe da piegare le ginocchia come un bacio ben dato, ma, appunto, non può essere a comando, non può essere sempre. Questo combattere ad ogni post contro l'anonimato può financo distruggerti, ma è lì che ti ricordi che sei una roccia, che sai navigare nella merda come nel nulla fino ad una nuova boccata dell'ossigeno caloroso del lettore. Certo, a parlare di nulla finisci per passare per uno di quei giornalisti di Rolling Stones (scusami, dovevo), ma son anche i rischi del nulla, che la merda è facile da spalar via, sei una roccia, lo sei da un po', sia bene come si affonda facilmente così come sai quanto solidamente tu possa lasciartela alle spalle. Col nulla si han più timori, analoghi ai precedenti. Perché il lettore non è la scialba ragazzetta che vuoi intrattenere giusto il tempo di finire il tuo gin&tonic annacquato, il lettore lo vuoi far tornare, vuoi che ti esprima le sue emozioni, che tra le sconclusionate righe delle tue pagine si ritrovi a suo agio al punto da iniziare a guardarsi dentro lui stesso.

Dunque forse devo smettere di pensare a quanto devo dire e semplicemente cominciare ad esprimermi, che la lontananza dalla vita che descrivevo si fa sentire anche nell'incertezza delle dita che corrono su questa tastiera e non ero certo pronto a tutto ciò. Lasci tutto quello che hai, letteralmente, e lo ritrovi solo in schermi retroilluminati, che filtrano la vita altrui, che ti tengono lontano. Devo forse smettere di attaccarmi all'enfasi per negare a me stesso la verità (che per quanto trasparenti siano e quanto lo siano le persone al di là di quegli schermi, saranno sempre un filtro, una proiezione), dando per altro uno sgradevole senso di arteficiosità a chi sta dall'altra parte. Insomma è forse l'ora di far finire l'adolescenza, di tornare a dipingere, di rispettarsi di più. Perché sei una roccia, lo sei sempre stato, hai navigato nella merda come nel nulla, ne sei uscito indistruttibile, determinato, sicuro. La bellezza è qualcosa che ti sa rendere insicuro in una maniera fin troppo profonda, è l'estasi, l'agonia a tratti, che ti sa pervadere quando capisci questo semplice concetto, ma rimani una roccia. Forse hai smesso di esserlo superficialmente, ed era anche ora, ma roccia rimarrai e per gli altri roccia resterai.


Ora, pezzidimerda, trovatemi un altro blogger che si prodiga con tanta epicità a parlarvi di masturbazione.

Chimica.

venerdì 10 gennaio 2014

La rabbia ed altre piccolezze

Non ho mai avuto paura degli allarmi, morirò in un incendio in una scuola. 

In aeroporto mi sembra di viverci, stringo superficiali amicizie con vari personaggi che popolano le sale d'attesa, ho financo cominciato a dar nomi falsi e false vite, tanto per variare un po' la conversazione tra un viaggio e l'altro. Ho impacchettato tutto al grammo, il violino sta volta me lo porto sulla spalla, che fa tanto figo e la gente ti guarda come se lo sapessi davvero suonare. Attraverso i controlli stancamente, quel contatto umano sgradito da entrambi i partecipanti, ormai non ci si guarda più nemmeno negli occhi, non c'è più sentimento. Forse dovrei tagliarmi la barba una volta tanto.

In aereo dormo come sempre dal momento in cui tocco il sedile a quando l'accelerazione vince la gravità, giusto per vedere il susseguirsi di momenti perfetti vissuti scivolare via tra i fili d'erba della pista, l'estenuante pianura diventare macchia ed in infine il mare di lava bianca e spumosa. Attendo il saluto delle Alpi, che ora si presentano giallastre sotto il sole serale. Scompaiono sotto nuvole veloci, il Bel Paese si fa lontano di nuovo, con le sue pozzanghere e la sua ostilità. Sfreccia via Milano, con la sua archietettura così squadratamente fascista, i suoi angoli che ti esplodono in faccia senza preavviso, i suoi muri scritti da Sesto San Giovanni al Duomo. Sfreccia via Roma, con le sue fermate della metro poco utili, le macchine perennemente in coda e le rovine di uno splendore che fu che ti impediscono di tornare a casa col sacchetto della spesa rotto. Scivolano vie le fermate della rossa, vecchia compagna di messaggi e bestemmie (solo a Conciliazione).

Stiamo atterrando, è il quarto tentativo, tira un vento che ci fa oscillare, dobbiamo rinunciare di nuovo. Non ho mai avuto paura degli allarmi, morirò in un incendio in una scuola. Chi mi sta accando piange dalla paura, è qualcosa che non capita spesso di vedere, l'incontrollabile tremolio di un corpo completamente in balia del panico, che si regge ai poggiabraccia per non muoversi troppo. Parte dal labbro, si incalana in un tremolio di guancia, infine sgorgano muco e lacrime, cerca di nasconderlo ma il tremolio lo paralizza, la paura dello schianto, del vento che riesci per fino a sentire fuori dal nostro spesso involucro di metallo, non è mai successo di dover provare l'atterraggio 5 volte, per forza stiamo per morire.

Siamo stati per due ore a diecimila metri da terra e hai paura ora che saremo a 30 metri massimo?

No, non ha aiutato. Si apre una cappelliera, una valigia scivola fuori con dei cappotti, penso che in fondo è un bene che il violino sia incastrato dietro a bagagli troppo grandi per essere a mano. 

Alla fine tocchiamo terra, tutti respirano sollevati, cerco il segnalibro di quel libro, che mi scoccia perdere le cose, chissà dove cazzo è finito, è fastidioso dover usare la quarta di copertina dopo pagina 30. Niente.

Ritorno nella mia prigione con cucina condivisa, attendendo risposte che mai arriveranno, perché in fondo ora saremo troppo lontani, voi e me intendo, perché qualunque risposta possa colmare questi chilometri messi controvoglia quando mi stavo abituando nuovamente al piacere del carboidrato gratuito, al chiamare i posti col nome della via, alle bandiere gialle rosa ed arancio. 

Sale con poco preavviso la rabbia su di me, che non ho mai reagito ad un allarme e morirò in un incendio in una scuola, la rabbia di doversene andare dal posto dove in realtà si vorrebbe stare, di non aver potuto affrontare la situazione a piene mani, di tornare epistolari con una vita ormai lontana. Quella rabbia che si ha tornando a casa e non sentendovicisi più, in una camera che non contiene più le tue cose, i tuoi pensieri. Che poi si finisce in un'altra camera che casa ancora non lo è anche se, fortunatamente, che tu lo voglia o no, lo diventerà. Monta dalle estremità e ti si piazza sul petto, provi a scacciarla con la violenza del tuo respiro, rimane, non scompare, devi colpire qualcosa, devi prendere la pioggia di faccia. Niente. Ti si è incastonata dentro, come il passato che non puoi cancellare, come il dramma che sconfiggi quotidianamente chiamato routine. Ti accorgi che oramai di politica interna sai parlare come sai parlare di calcio, saper due nomi, un fatto qua e là e grossomodo puoi parlarne con chiunque per ore sembrando pure un mezzo esperto. La tristezza del non essere i soli, dell'indistinguibilità tra le due cose.

Svanisce grossomodo così come era arrivata, vibrante nelle tue membra pronte a scattare ma in fondo stanche. Guardi tutto bruciare, i lapilli son qualcosa che hai sempre apprezzato. Tornerai, casa tua non sai bene come definirla, ma in fondo è chi la popola che ti importa, che la si trovi tra le spine di birra ed i tavoli resi appiccosi da una media rovesciata o tra le fermate della rossa. 

Qualcosa non ti renderà mai tranquillo, ma non ho mai avuto paura degli allarmi, morirò in un incendio in una scuola.

Ci sfonderemo di cibo a due passi da Lotto.

domenica 29 dicembre 2013

Notturno - Milano

Una notte ricevetti un link, dentro c'erano pensieri, telai e catene di biciclette come sonagli. Non ho così buona memoria di quanto contenesse, ricordo sensazioni, ricordo che era sempre estate.

Milano è il giallo del sodio che si riflette nelle pozzanghere, sempre quello che ritrovi ovunque ma che in fondo sai essere autentico solo lì. È una pizza alta, di quelle che ti portavi a casa nel cartone fumante, tra lo sferragliare del tram e il rumore continuo delle auto sul pavé, una grande piazza disseminata di case. Rimane quel grande paesotto dove in fondo si conoscono tutti, dove scendi al bar per berti una birra, un the, scambiare le due chiacchere stanche di chi si gode la città deserta, assuefatta dal cibo natalizio e dalle case in montagna.

Ti appare all'improvviso, tetro, imponente, San Vittore. Per la prima volta lo vedo libero dall'arte di strada, triste più che mai, silenzioso nel suo contenere più respiri di quanti si potrebbe permettere, più storie di quante vorrebbe contenere. Da qualche parte qui intorno ci dovrebbe essere l'edicola, o almeno lo spiazzo che la conteneva, da dove tornavi con le dita sporche di piombo, infreddolito dalla vita in su perché la stufetta elettrica era un toccasana solo parziale. Quella via mi sta urlando contro la vita lontana, di quando contavo le parole, di quando il mondo ti passava davanti per un pomeriggio, una giornata intera, al ritmo sincopato di quotidiani distribuiti col sorriso e delle prime nuvole del denso fumo di Marlboro rosse.

Le biciclette ispirate da quella piazza, da quella via. Ci sono dentro, veramente. Ho le scarpe bagnate, perché qua piove poco, ma è come piovesse tre volte in una. Ho un treno da prendere e corro via, sapendo che in fondo Milano, che casa mia non lo è più da un po', sempre così mi aspetterà, al di là delle piazze scintillanti ed artefatte che son spuntate come infestanti funghi dove esistevano parchi e siringhe.

L'Essere e Benessere è la nuova versione ben vestita delle botteghe dei cinesi.

In realtà la memoria è ancora agile. O così credevamo.

domenica 15 dicembre 2013

Notturno - Genova

La luce entra di sbieco sul tavolo, intorno a me c'è il sonno pesante, davanti la strada sopraelevata e le sue luci al sodio che fanno così tanto casa. Il porto addormentato è appena percepibile, un'ombra nella notte, una notte che non voglio perdere dormendo. Sto viaggiando da più di 60 ore ormai, se mi fermo temo di non svegliarmi e non voglio dormire, voglio vivere ogni istante.

Certo che quella strada, quando non ci sei sopra, è proprio una merda.

Genova si rivela ancora incredibile, arrampicata ed oscura, vie strette tra case altissime che sembrano appoggiarsi l'una sull'altra. Vie verniciate di poesie urbane, su ogni muro troverai un pensiero, spesso mal costruito ma comunque potente e, nell'insieme, armonioso. Genova è sporca, è la bellezza dell'immondizia, è il posto migliore dove perdersi. Ti arrampichi, prima o poi da qualche parte arrivi, da qualche parte troverai un'improvvisa apertura a quel claustrofobico labirinto di genuina oscurità.

Tanto basta ricordarsi che il mare è da quella parte.

La luce innaturale entra sempre con la stessa angolazione, non importa quanto io possa aspettare, rimbalzerà su questo foglio stropicciato e oramai mal scarabocchiato per diffondersi tenue nel resto della stanza, una stanza che è più casa di quanto mi aspettassi.

Sto vivendo da qualche mese in stanze come questa, talune possono sembrare prigioni, altre lo possono diventare, ma in ogni caso è ormai questo il mio nuovo concetto di casa, un concetto senza luogo, in balia di un vento freddo che mi spinge e prova a fermarmi allo stesso tempo. Questa volta non è riuscito a fermarmi, per quanto furibondo fosse, questa volta sono arrivato in tempo.

La città la si gira con lo sguardo per aria, ispirandosi con la luce per scegliere le vie dove infilarsi, consapevoli e speranzosi che solo così si possa apprezzare il battito di una città sempre meno oscura, sempre più propria, per una sola notte.

Ho financo ritrovato l'angolo di paradiso, tra i tanti angoli che ho ritrovato in questo viaggio che è solo a metà strada, che mi aveva accolto quel giorno con gli amici di Libera. L'ho ritrovato deserto, l'ho ritrovato pieno di gente che celebrava il sabato sera, ma rimarrà sempre pieno delle risate dei bambini di quel giorno, del mio bisogno di dormire, della mia voglia di non farlo.

Ho preso tanti treni per arrivar fin qui, alcuni in pieno volto, alcuni addormentati intorno a me, quieti, beati, come l'ombra del porto là, dietro le luci, con le sue sagome che si fan più deformate col passar del tempo.

Osservo il soffitto, la luce artificiale si fa sconfiggere dalla tenue dirompenza che proviene da levante, con l'azzurro che si mischia all'emissione del sodio fino a cancellarla, fino alla sua resa. Allungo una mano, ora posso chiudere gli occhi per un po'. Ricomincia il cammino, tortuoso, intervallato da pasti poco sani, birre, stazioni ed aeroporti. Non posso dormire sul serio quando sorrido così.

Col mal di vivere mi ci sciacquo il culo.

mercoledì 13 novembre 2013

La coperta calda

Son notti di lavoro, son notti che non faccio finire fino a che non accade qualcosa, per lo più la chiusura del bar. Mi rifugio nella pagina bianca, antica nemica, antica compagna di tante serate. Faccio correre le dita e vedo cosa ne esce fuori, metto disordinato ordine ai pensieri della giornata. O anche solo a quelli di un momento. Mi diletto per i pochi lettori, per i perversi navigatori delle barre di ricerca, mi diletto nella speranza che qualcosa rimanga. Un punto rosso nel vento della rete.

Ho pensato che questo post sarà il primo che non condividerò su facebook, il primo in cui proverò a non mettere dentro nessuno, il primo in cui non proverò a mettere dentro tutti. Un post mio, un eviscerarsi per cambiare marcia. In fondo è sempre quello il punto, un guardare se stessi da una prospettiva distaccata, un coccolarsi in una oscura consapevolezza di voler gridare qualcosa in un prolisso sussurro di nulla.

Nel mio smodato parlare della coperta calda di chi non scrive mai ho sempre tralasciato quanto avvolgente sia il momento in cui sporco il mio schermo degli schizzi dei miei pensieri, quanto sia confortante saper di poter riempire un vuoto col proprio vuoto. La pagina da sporcare è ciò che desidero afferrare, ciò che ti stende quando si palesa nel reale.

Notte dopo notte si fan finire le dita su una tastiera col solo effetto di occupare gli occhi disattenti di ipotetici lettori. Notte dopo notte si cambia il mondo, che sia descrivendo il proprio o dando prospettive nuove a quello altrui. Notte dopo notte si cerca l'espressione migliore, arrogandosi il ruolo di ricercatore senza alcun merito. Notte dopo notte si controlla quanto sia rimasto e, quando si è fortunati, si finisce in un angolino del cervello di chi si voleva raggiungere. Che poi è sempre solo l'unica cosa che conta.

Non metterti dentro, lettore, è impossibile. Se la forza propulsiva è il distacco da quello che odio, nel profondo, è la vicinanza con te, che sia per 4 righe mal costruite o per tutta una notte, quello che voglio. Perché il lettore è il mio distacco, quell'unico vero lettore.

Scale mobili.

Non ci sono riuscito. Merda.

lunedì 11 novembre 2013

Notturno - Paris

Il post che scrivi 14 volte in 3 giorni e 14 volte parli di cose diverse. Potrebbe bastare sta cazzata per descrivere Parigi, dove il vostro affezionatissimo è relegato per quello che quasi nessuno definirebbe un lavoro vero. Una Leffe (senza sputo) ad accompagnare questo compimento della prima settimana, vecchi, disabili e minorenni all around me. Il nuovo arrivato che non si integra col gruppo che lavora due tavoli più in là facendomi sentire in colpa per non fare lo stesso. Emozioni talvolta contrastanti ma comunque sempre intense da 7 giorni.

Parigi è una città che si sa presentare, non è Brussels, Parigi è un riff di Eric Clapton, un quadro che fa da cornice al tutto, semplice, raffinata, marcia sotto. La percorro sottoterra, il mio tempo scandito dalle sirene della metro. Senzatetto ed odore di piscio separati da una manciata di scalini da scintillanti piazze infiocchetate, musei troppo intensi per farsi percepire. La percorro di notte, con le sue luci gialle a ricordarmi quanto mi piaccia Milano, la percorro con la pioggia, passo spedito, sguardo all'insù, vento che ti ricorda casa.

Mi avvolgo nel mio felpone, nel mio cappuccio, nella mia nuvola di fumo e cammino spedito pensando alla serata, ai sorrisi, alle dita che corrono sulla tastiera immaginaria di qualcosa di reale. Parigi rende difficile mettersi poi alla tastiera vera a cercar di rinchiudere in un 16:9 quello che accade. Accade in una notte, forse 3, ora cammino sulla Senna, passando dal Musée d'Orsay al Louvre, nulla che possa capire sul serio, sia chiaro, ci ho bisogno di tempo per notare le cose, per farmele trasmettere. Io son quello che al cinema si gira per vedere le espressioni delle altre persone, in un museo non posso che inebriarmi dell'entusiasmo altrui, financo invidiarlo. Certo, il migliore era quello che, beato, con una mano sulla faccia, dormiva sereno a due passi da decine di Monet, Manet e Cézanne. Tuttavia quello che mi ricordo è il saltellio entusiastico di chi vive, assapora e respira ciò che ha studiato, ciò che ha visto in foto, ciò che forse ha rappresentato dei passaggi formativi. Vibrante entusiasmo, travolto da un insieme di quadri che meriterebbero una stanza privata giusto per pensar un po' a cosa si sta vedendo e alla propria vita.

Parigi è fermarsi a mangiare fuori da un bar, godersi la jaaz band che suona lì, a due passi. Parigi è questa casualità. È scalare Montmatre evitando i turisti, farsi stendere tipo Stendhal a Firenze e poi giù, a capofitto, infilandosi nelle stradine, sotto le tende, tra vestiti usati ed antiquariato. In un ristorante che scintilla musica francese, bevi del vino, risate, italfrancegnolo ben annegato nel rosso. Ti scalda l'anima. Poi torni su, quasi non ti capaciti di quanto sia tutto vero quello che provi guardando in basso. Sorriso.

Il bar si svuota, gli altri clienti si fanno inghiottire nella notte. Io penso che a Parigi mi manchi proprio una bici. Dovrei piantarla con sti notturni, una volta mi piaceva parlar della vita di voialtri, che però ora osservo nel suo riprodursi sempre identica, col distacco di chi ha già ripetuto la cosa fino a risultare il solito vecchio trombone. Ora sto a guardarmi l'ombelico, accoccolato nel mio felpone e cappuccio, pensando a capucci che si uniscono, sirene della metro, corse nella notte e realtà.

Parigi la rivedo nei miei peli delle braccia, Parigi è piena di topi.

Palazzo del Congresso.

martedì 29 ottobre 2013

Notturno - Groningen

E pensare che non volevo scrivere, ma il vento odierno ha un po' spazzato via la mia volontà di lavorare, coi suoi 120 e più km/h. Mi sto letteralmente drogando da due giorni con Rock'N'Roll Animal, perché quel maledetto, quello che sentivo la domenica, ogni domenica, come la messa, ha pensato bene di morire, di domenica. Ecco, ci ho sempre un rapporto maniacale con la musica (intera discografia ascoltata in ordine cronologico o morte), ma non per Lou Reed, per lui no, c'è sempre stato Rock'N'Roll Animal, troppo per rischiare di rovinarlo, e poche altre sporadiche canzoni. Un po' come, quattordicenne, ti innamori delle tette di una ragazza. Ecco, Lou Reed ha sempre avuto quel fascino troppo profondo per mettermi ad assorbirlo come solitamente tento di fare, troppo oscuro per buttarmici davvero senza pensarci. Quindi niente, è rimasto quell'amore superficiale ma non meno sincero che in fondo appartiene al passato di ognuno di noi, spero. Che poi, intendiamoci, è amore superficiale perché ho sentito solo 15 album. Si prova la stessa sensazione per John Lee Hooker. O per Frank Zappa.

Anche i Doors han fatto quella fine lì nella mia vita musicale.

Che poi è un peccato, perché ora non c'è più il tempo di mettersi a studiare come una volta, perché in fondo c'è tutta una musica del divenire che sta acquisendo un suo perché.

Oggi tirava vento, ma robe da pazzi, emergenza vera, mi ha piegato un pezzo di bici, mi ha tirato un ramo (piccolo, ma si sa che son na checca) tra capo e collo mentre tentavo invano di decidere che cuffie comprarmi tanto per viziarmi un po' con un oggetto di cui al momento non ho bisogno.

Non so esattamente cosa ci si debba aspettare da un blog, in fondo stiamo tutti lì, a migliaia, perfino milioni, a batter tasti nelle nostre oscure camerette, impegolandoci tutti in discorsi tendenzialmente più grandi di noi sulla vita, l'universo, l'amore, il sesso, al solo scopo di far passare a te, lettore capace di una sola espressione facciale, qualche minuto di vaga ispirazione, più naturale espressione di un narcisismo mal celato e talmente ridondante da rendere una qualunque critica allo stesso di una sterile incoerenza e pomposità seconda solo alla scelta dei vocaboli di questa frase.

La verità è che non volevo scrivere, nella vita pure, volevo la calda coperta bagnata di chi non scrive, volevo non avere un pubblico. E invece anche solo un lettore fisso esiste e mi preme fargli vedere quanto si possa andare lontano insieme lasciando correre le dita, in questi post che mi piace chiamare notturni, come se scrivessi in altri momenti della giornata poi. La notte è il mio regno, è il nostro regno, nella notte mai ci vediamo e sempre ci leggiamo, nella notte beviamo, nella notte fumiamo alle finestre, nella notte ci sappiamo spogliare di inutili corazze e scaraventarci addosso il fabio volo represso dentro di noi. La notte è la dama delle frasi facilmente costruibili.

La notte ci si accorge che ci si sta mettendo troppo dentro le parole, che in fondo si rasenta la pornografia, la notte rende legittima la pornografia.

La notte. Una notte. Solo una. Di nuovo.

I punti a caso.

Parigi.




domenica 20 ottobre 2013

Emozione Libera

Ieri, 19 ottobre, a Milano si sono celebrati i funerali laici di Lea Garofalo, testimone (non collaboratrice, testimone) di giustizia uccisa dal marito mafioso. La storia di Lea l'ho raccontata a chiunque abbia incontrato, perché credo sia la storia più terribile che abbia mai sentito, intrecciata com'era nella vita di sua figlia, Denise. L'ho raccontata e non riesco a scriverla, perché è un orrore talmente forte quello che sento nelle ossa che non credo di riuscire a reggere un racconto che rimanga nell'aria per più di qualche secondo.

L'evento di ieri più che per Lea era per quella fortissima ventenne che è Denise, una vita sotto protezione, una vita rubata da una violenza di uomini che si vogliono definire d'onore e che a volte nell'immaginario collettivo entrano come criminali, ma con onore. Leggetevi quella storia, fino in fondo, poi ditemi quanto onore possono avere bestie simili. Ma mi son lasciato trasportare, volevo dire altro, l'evento di ieri l'ho seguito da 2000 km di distanza e credo che per una volta valga la pena di gettarsi alle spalle la consueta corazza e provare a mettervi due righe, per una volta vorrei provare a trasmettere quell'emozione. Mi manca quel (poco) che facevo in Libera, era un qualcosa di quotidiano, di frustrante perché impalpabile ai più, ma era capace di trasmettermi quel brivido lungo gli arti, quel brivido che ti ricorda che non sei vuoto, che c'è qualcosa dentro di te e quel qualcosa ti può dare la forza di fare un passo in più e così via. Con Libera è veramente cominciato tutto sui campi confiscati a Polistena, un uragano di sensazioni nuove, un uragano che non finisci mai di descrivere, un uragano che mi portò qualche mese dopo a Torino, due giorni insieme alla grande famiglia di Libera. Poi cominciò il quotidiano, la mini responsabilità affidatami e con esso i duecentomila problemi, la frustrazione che ti può dare l'indifferenza della gente che non riesci a scalfire, ma sempre, sempre per davvero, un gesto, una fatica, che riusciva a darti la forza di affrontare la frustrazione successiva o la riunione inconcludente successiva. È lì che mi sono chiesto il perché ed è lì che è nata l'idea per questo post.

Libera non è l'unico modo di far antimafia, ci sono altre associazioni e anche modi di fare antimafia nel proprio privato, ma è sicuramente un modo di fare antimafia che ti porta ad esperienze decisamente nuove e profonde. Quella profondità è la stessa che ti spinge, come un fuoco quasi eterno, a raccontare a chiunque quello che hai sentito, perché in fondo è la cosa più genuina che puoi trasmettere. Puoi riportare informazioni che hai imparato, altre che ti sei trovato da solo, ma in fondo sai che è quella mole di emozioni che ti sta facendo continuare con passione e vuoi, ne hai bisogno, che anche altri sentano quelle emozioni, perché si attivino (anche solo nel loro piccolo, come te) e raccontino a loro volta. Questo, per me, è il modo di vincere la battaglia culturale contro la mafia, ricordare alle persone che c'è un cuore pulsante in questa Italia cancerosa.

Dunque dicevo ieri, una piazza gremita, uno streaming saltellante e i miei occhi a mezz'asta. Me ne stavo in piedi in università, perché solo da lì lo streaming poteva essere almeno saltellante, me ne stavo in piedi con le cuffie e cercavo di capire cosa stava succedendo. Si salutava una donna che è un esempio di coraggio, si salutava una madre di una figlia ventenne che sta dimostrando giorno dopo giorno di avere lo stesso identico coraggio. Una figlia che non vogliamo lasciar sola, un errore che si è già commesso con Lea. Una piazza che è un abbraccio ad una bara, un abbraccio istituzionale e popolare di una città che vuole dire basta a questa melma che le scorre nelle vene da quarantanni. Io me ne stavo in piedi, perché avrei voluto contribuire, perché avrei voluto esserci e abbracciare ogni singola persona persona presente. Fremevo, non potevo stare fermo, ero felice, ma ero triste, relegato altrove. Triste di non poter testimoniare la mia vicinanza con la mia presenza. Avevo fatto il possibile nei giorni scorsi, il possibile da qui, mail, chiamate, inviti, appelli, racconti. Ma no, non era abbastanza, non lo è mai. Avrei voluto consegnare le bandiere IO VEDO, IO SENTO, IO PARLO, avrei voluto far le foto ai balconi che le esponevano, avrei voluto prenderlo quel costosissimo aereo che avevo trovato per tornare e ripartire in giornata. Invece stavo lì, in piedi, pieno di energie e sonno, con le cuffie ascoltavo tratti di quel che succedeva. Poi chiama Denise e solo scriverlo mi ridà quel brivido. Denise, dalla sua vita nascosta, in un giorno durissimo, da l'ennesima dimostrazione di quanto grande sia il suo spirito e chiama. Poche frasi alla piazza, poche ne riesco a sentire per lo meno. Il brivido si concentra intorno agli occhi. Piango, copioso. Ricordandomi ogni istante di violenza di quella storia, ricordandomi come ha dovuto vivere Denise, con un padre e un fidanzato assassini di sua madre, falsi, subdoli, violenti. Bestie. Sono lacrime di rabbia, di dolore infuso. Piango e tutti mi guardano, ma continuo, come se fossi in quella piazza, non posso nasconderlo. La rabbia di sentire dentro la pelle l'ennesima storia di una vita spezzata da un potere che non combattiamo abbastanza, un potere criminale che vive nei nostri silenzi e nei nostri sguardi miopi. Piangevo ed ero felice, perché quella piazza non poteva più essere miope, quella piazza poteva iniziare a parlare. A Genova potevo controllarmi, lì no, era una ragazza, giovane, da sempre privata di una vita, che ci gettava addosso il suo coraggio. Eroi, di solito le persone così le chiamiamo eroi.

Poi arrivano le foto, vi vedo nella folla, vedo le vostre foto. Sono felice.
Telefono.
È stato incredibile, non puoi capire.

È vero, non posso, ma l'ho sentito.

Grazie Lea. Grazie Denise. Grazie, ragazze e ragazzi di Libera. Grazie, maledetta Milano.

mercoledì 9 ottobre 2013

Notturno - Brussels

Cammino per la città, di notte, solitudine accompagnata da luci dal giallo sodio, lapilli di una sigaretta che sporcano il portatile nell'altra mano. Mano tesa, a cercare una connessione da carpire per qualche minuto, giusto per vedere se il mondo si ricorda di far accadere qualcosa.

Niente, la città non è nemmanco ospitale come speravo, divisa in due linguaggi e due soltanto, l'università ne è fiero baluardo, di questa divisione, di questa esclusività di linguaggio. Francese o olandese, fuori dalla mia aula non ho altra scelta. E sì che da qualche parte dovrebbe esserci il parlamento europeo qui, il simbolo di un'unione forse fittizia e sicuramente ipocrita in quella che sembra una città che fa della dicotomia la sua caratteristica finora più evidente. È bello difendere la propria cultura, tuttavia le barricate non han mai portato poi così lontano.

Tornare a vedere delle automobili intorno a me ha un che di fastidioso, ci sono persino dei clacson. Potrei tornare a casa e dormire un po', tuttavia quel maledetto lampione è esattamente a mezzometro dalla finestra e, come dire, è sempre il cazzo di giorno. Il campus è buio, semideserto, inquietante, alberoso, non vedo a più di 1 metro da me. In effetti una sigaretta non può illuminare più di tanto, senza contare il suo carattere effimero. 318, devo arrivare a 139. Sono pure dalla parte sbagliata, mannaggia al diavolo.

Sta cosa di non avere la connessione è sfibrante, unico legame con quella che era una vita precedente, con quella che potrebbe farsi vita presente e un discreto futuro. Sono solo al quarto giorno qui, ne mancano altri 17. Di numeri civici, invece, ne mancano ancora 130. Forse se chiudessi il portatile potrei camminare più rapido.

Quel che era un rituale ormai consolidato, il controllare gli italici avvenimenti, lo scambiare quattro chiacchere con gli amici di sempre, l'aiuto to end the day, mi è oramai precluso, schiacciato tra una serie di corsi intensivi e un appartamento rimasto negli anni 90, ma senza l'eroina. La birra aiuta, 7 gradi, praticamente estiva, finisce prima di fare effetto.

Finalmente a casa, posso mettere della musica, stasera deve essere Giuradei a fornirmi qualche strofa, un'ultima birra lo richiede mentre scrivo. L'enorme vetrata fa tutta la sua scena, cornice di una stanza vuota, dal soffito di 5 metri abbondanti, un tavolo che contiene a malapena un quaderno e un letto come abbandonato al sole del lampione al sodio che fa capolino prepotente, privando del riposo il vostro affezionatissimo. In realtà forse è la prima cosa che scrivo senza poter pubblicare istantaneamente, la prima volta che non potrò chiedere autorevoli pareri nell'immediato susseguirsi della pubblicazione. Ok, non la prima, ma in fondo serviva un tono di epicità a quello che potrebbe rimanere l'ennesimo, vuoto, gorgoglìo di parole senza tema. Percepisco a volte l'eco del battere dei tasti.

Quattro o cinque per gabbia, siete i prigionieri, senza senso né rabbia, siete i matti di ieri.

L'ultima birra è scivolata nell'interno della pelle, come fodera di un sacco pieno di disorientazione e parole pressapoco inventate. Domani si comincia con String Theory I, finalmente, un barlume di ambiente accogliente, financo rassicurante.

La tranquillità unica, che poi è una sensazione mista alla rabbia di sempre, è sapere che, al solito, gli italici avvenimenti sono decine, ma non succede mai nulla. Un Paese addormentato mentre il mondo crolla, brulica di vita.

Scoprire di aver vissuto una vera quotidianità della distanza quando forse si pensava ad uno spensierato scambio epistolare è un qualcosa che ti strappa i peli dello stomaco. Sti preti son proprio bravi a far la birra. Forse le birre condivise a distanza han tuttavia un sapore di diversa vitalità, ma confido nel fatto che da qualche parte qualcuno possa condividere cotanta corposità.

Più dell'immagine di una birra solitaria al chiaror di led c'è provare a bere una birra esaurita al chiaror di led. In una scala di immagini poco allegre, intendo. Il piano di scrivere per prendere sonno non sta funzionando, ma so per certo che mancano 4 ore allo spegnimento del lampione, alché avrò circa mezzora prima che il sole diventi troppo forte.

Mi faccio una passeggiata. 7 sigarette dura, una città che non dorme in effetti, una città che non so dove si dirami, confinati in questa semiperiferia da campus da un precluso utilizzo di google maps. Una città che ha ancora del vibrante adolescenziale sesso seminascosto nelle vene delle sue strade.

Forse potrei riconsiderare la mia posizione sugli smartphone, ma in fondo in mondo giusto avrei un appartamento di questo secolo, non credo sia necessario riconsiderare un oggetto del secolo scorso spacciato come indispensabile per il futuro per potersi far accarezzare a caro prezzo.

Vado a far l'equilibrista sulla linea tra Olanda e Francia, come se fossi l'unico a percepire quanto sia meno che un segno per terra. Pare che senza muri non ci si scomodi troppo per rimediare.
E torniamo a vestirci da diavoli sotto natale, ci sarà tempo per purificare.

Ryanair.

lunedì 30 settembre 2013

Notturno - To the ground.

Di incapacità di scrivere, su queste pagine dico, se ne dibatte molto. L'incapacità di iniziare, l'incapacità di continuare se si perde la spinta iniziale, l'incapacità di essere la stessa persona in ogni seduta illuminata dallo schermo, affumicata dalle sigarette che dovrei accendere sul balcone, resa stanca, per lo più lenta, dal thc. Non vendono alcolici decenti in sta Nazione, ti tocca fumare e francamente non è un'esperienza così piacevole se si vuole poi imprimere qualche barlume di coerenza su uno schermo. È un mese che scrivo, è un mese che cancello tutto, un mese in cui faccio uscire la parte migliore di me in sporadici episodi non pubblici salvo poi ritrovarmi vulnerabile, senza la consueta corazza che una fila di righe piene di battute non riuscite, banalità ben vestite, un bandone rosso in cima e due grigi di lato, mi procurano solitamente. Ma forse è il momento di uscire dal vulnerabile nido e vedere se ancora questa cosa funziona, se qualcosa ancora batte, non solo sospeso in un tempo non definito, di musica nuova, musica vecchia, musica studiata in aereo. 

No, non ci sarà un tema, non questa volta, non ci sarà uno scopo e nemmeno un rabbioso urlo, ci sarà quello che potrei descrivere meglio, un vuoto, una distanza con tutto ciò che sono stato che è arrivata prepotente, un water insospettabilmente alto, dei bottoni d'emergenza sulle pareti, l'assenza di un bidet, una stanza vuota, una risposta che non arriva, altre che invece arrivano. Gli spazi curvi, lo confesso, mi angosciano, se ne stanno sornioni a godersi il complicarsi della mia formulazione. La domenica spesa a mangiare zuppa in scatola, in un montante spauracchio di un passato che credevi lontano, ma che ti risveglia a pugni nello stomaco, ti rende più forte, smarrito in una deriva senza vie d'uscita.

Il mondo comincia, lento ma con frenesia, a distribuirsi intorno a te proponendosi oscuro, tu lo guardi e continui a ruotare attorno agli stessi punti. In fondo è l'orbita che fa la differenza. Iniziai a scrivere da piccolo, molto piccolo, mi piaceva scrivere i gialli, erano modi di creare mondi immaginari in cui far morire la gente, personaggi veri in storie impossibili. Con un tempo e uno spazio reale, ma banalmente impossibili. L'adolescenza porta travaglio, si sa, porta oscurità, porta successioni di eventi che determinano con violenza la persona che non diventerai negli anni successivi. O quella che diventerai. Quindi scrivi di questo, cupo, contorto, come i diari di Sara Scazzi spiattellati in prima serata, al telegiornale nazionale. 

I telegiornali nazionali non li posso più vedere, ma penso stiano dicendo esattamente le stesse cose che han detto negli ultimi 10 anni. Sono anche abbastanza sicuro che se avessi in questo momento ricordi più precisi potrei anche aggiungerne altri 10. Tuttavia ci si sente molto vecchi quando i ricordi iniziano avere due cifre, di cui una è un due, soprattutto quando è la prima. Smettessimo per una volta di preoccuparci di uomini piccoli che gridano per aver l'attenzione della stanza. Suppongo ognuno sia in una certa misura quell'uomo piccolo piccolo, o che per lo meno lo abbia dentro da qualche parte, che si affanna a lasciare qualcosa nell'immaginario più o meno collettivo. Queste pagine mi sono sempre raccontato essere per me, ma forse mentivo, forse per qualcuno sono sempre.

La musica ha del sincopato ora, stupido youtube, ma potrei iniziare a farne un gran calderone che racchiuda 5 o 6 artisti, per vedere se so ancora contare le note.

Il tempo.

Non c'è spazio per quel tempo.

Ma una volta manco c'era il tempo, un modo lo si trova suvvia.

Uno ha commentato da qualche parte che queste pagine sono l'esempio di una generazione che crede di avere tutte le semplici soluzioni. Beh, ora credo di vivere in un posto che di semplici soluzioni ne ha applicata qualcuna e, con biblico rispetto, potrei rispondergli che facciadimerda, funziona, stanno bene, orrendamente bene. Ma forse non lo leggerà mai, diteglielo voi, tutti e 5.

Mescolando frammenti di quel che ho pensato e non scritto nell'arco di un mese è uscito questo, una volta volevo riuscire a scrivere cose che la gente capisse, per lo meno intuisse, eventi recenti han evidenziato che è l'occhio del lettore ad essere artefice dell'emozione, sebbene serva il terreno fertile fornito dallo scrittore.

Bisogna saper arrivare.

Trattieni il respiro, la musica rallenta, forse si è anche fermata. Non è un infarto, è un ciclone, di oscura, tetra, allegria. Ti striscia dentro, ti accorgi che il respiro non lo stai trattenendo, semplicemente non lo possiedi più. 

BAM

La gioia, lo smarrimento, la lontananza, il distanziarsi. Come vedete, so elencare delle parole, ma non così tante.

Ho ritrovato un paio di miei blog che negli anni ho abbandonato, è stato un rapido ritorno al tormento giovanile, ma con lo spirito zen del laureato migrante. Fra 7 giorni ho un treno da prendere, una Nazione da cambiare, poi un'altra, poi un'altra, poi casa, che non è casa e di nuovo in giro, nella felice deriva sguazzante di questi anni 10, con l'incoscienza dentro, per aumentare il peso che ci si porta dietro e la forza con cui lo si sostiene.

Uno degli scadenti post che ho ritrovato finiva così, ve lo propongo con la canzone che stavo ascoltando quando l'ho ritrovato, come quasi sempre accade ho una memoria che associa cose non correlate tra loro. Godendoci una crisi di governo senza angoscia, con la stessa rabbia, quella dell'autunno che una volta era bello definire caldo e un gran vento scandinavo che soffia tutto intorno. Creando il tempo si srotola dello spazio. Così dicono.

Un mare di parole insomma, che toglie sempre più il valore alle stesse, che annega lo stesso concetto che ballonzola nell'aria in ste stesso, nero, cupo e assolutamente sconclusionato. Come se quel nero mare lo stia sudando per esporlo alla lettura di gente che potrei non conoscere, in una raccapricciante fuoriuscita di materiale cerebrale.

Non la rileggo neanche, tanto fa schifo, ma in fondo un po' sarete anche abituati, allo schifo dico. Abbastanza abituati dall'esserne ormai quasi insesibili, ci navigate dentro, siete felici e continuate, con me, a guardare il niente.


Latta e miele.

venerdì 30 agosto 2013

Cronaca di un viaggio qualunque

In una spinta di fine agosto, solitario in questi 12 metri quadri così ben assortiti, stanco, in attesa che il bagno si liberi, facciamo finta di usare questo blog come uso la carta.

Un altro quadernetto, l'ennesimo, che finirà incompleto. 
Una sfida nuova, forse la più grande. 
Il passato fuori dal finestrino, il futuro attraverso una cabina.

Tempo di percorrenza: 32 minuti. L'autostrada sfreccia calma ai miei lati.

Tempo di percorrenza: 18 minuti. Le montagne iniziano ad intravedersi, finalmente spezzando questa piattezza esasperante, ma si prosegue dritto, sempre dritto.

Tempo di percorrenza: 4 minuti. Minuti inevitabili. Freccia. Qualche svincolo, parcheggio e poi via coi miei 30 kg di orpello.

In aeroporto gli aerei li vedi solo fermi al sole, fumo l'ultima sigaretta con due spagnole, loro tornano a casa, non so dove. Io la casa la sto lasciando, fumo due nervose volte. In sala d'attesa c'è la famiglia olandese dai figli numerosi e piccoli, biondissimi, che torna dal caldo mare. Un'altra famiglia viaggia in canottiera e scarponi da montagna. Poi c'è tutta la fauna degli scappati di casa, quelli che partono per qualche mese, quelli che non torneranno, è il nostro aereo. Occhi incerti, felici, ma incerti. Molto vestiti per stare nei limiti di peso fascisti.

Altoparlante che non ascolto.
Calma, tranquilla, contenuta eccitazione.

Si prega di spegnere gli apparecchi elettronici.

La Lombardia dall'alto ha tutto un suo fascino, una ragnatela dagli spessi fili di case che nascondono le strade. Poi il tappeto di nuvole, come lava bianca solidificata che tutto ha ricoperto, a tratti spaccata rivelare i resti di una civiltà già lontana, una moderna gigantesca Pompei. Non voglio dormire, mai. Le Alpi, da vecchie amiche quali sono, irrompono da sotto il tappeto prepotenti e fiere, un maestoso saluto.

L'occhio si fa pesante, il posto stretto mi culla, la tasca della giacca è appesantita dalla mancanza del biglietto di ritorno.

L'aria olandese è fresca, forse solo pulita, ho 40 minuti di pullman davanti a me, dalla periferia alla città. Prati verdi spezzati solo da ampi laghi, animali, un susseguirsi di case col giardino davanti, magari anche la staccionata, col mattone a vista e la porta verde. Oppure bianchissime come chiese protestanti. Tutte affiancate, talvolta pure uguali tra loro, strette, con un tetto altissimo tanto spiovente da sembrare una distesa di cappelli a punta. Più che spiovente, stemporalmente (dovevo dirla, non potevo evitarla). Superiamo biciclette, auto lente, mucche ed infine un canale. Cambia leggermente lo scenario, i tetti si appiattiscono, le strade si fanno più ampie, non per le auto, per i pedoni e le bici. Siamo in periferia, quella con gli uffici, le fabbriche, la routine. Parcheggi di biciclette nascondono i prati sullo sfondo, ponti mobili ci separano dalla città, mai caotica. Sono tutti in giro, godendosi il tiepido sole delle 5, han finito tutti di lavorare un'ora fa. Un cieco attraversa la strada, il pullman si ferma in tempo e lo affianca. L'autista sta chiedendo al cieco se stesse andando alla fermata, mancavano una cinquantina di metri, ma l'ha fatto, tanto non genera traffico. 

Ora son qui, indeciso su quanto aspettare prima di usare quel cubicolo senza finestre che chiamano bagno, giusto per non avere due spettatori delle mie funzioni corporali più profonde, dopo il kebab nella parte male della città. Oddio, è pur sempre il quartiere dei fiori e sono in via dei giacinti, ma c'era del losco, del tenebroso e soprattutto del buon piccante. La torbida confessione è che magari scrivo le cose sul quadernetto, con la sigaretta che affumica la scrivania, un bicchiere di lato, eccetera, ma il più delle volte la pubblicazione, l'ultimo passo tra me e voi, avviene sulla tazza del cesso. Qui non posso, non ci sta il portatile al cesso. Un incubo.

Fortunatamente il sole è sceso dietro le case alle 22 sta volta, sono stanco e mi sento molto lontano da casa, in una stanza che non è mia con persone dal nome incomprensibile che ascoltano la mia cacca. Domani girerò, si, mi perderò spontaneamente, per non fermarmi, perché a fermarsi ci si ricorda quanto si è lasciato controvoglia. I giornali online ti ricordano quanto sei felice di aver lasciato tutto, ma il resto rimarrà controvoglia, sospeso in un limbo in attesa di una nuova definizione. 

Coffeeshop.

martedì 27 agosto 2013

Notturno

A volte mi chiedo da dove venga il vento. Poi me lo ricordo e tutta la poesia sparisce, o meglio: muta. Passo a ragionare a come ci si possa sentire in quell'unico punto del pianeta dove il vento non c'è, è nullo. Perché so che esiste, in ogni istante, un punto senza vento ed è pure ragionevole pensare che non sia mai lo stesso, per lo meno in intervalli di tempo non troppo lunghi. Ma allora che si prova a veder quel punto, privo di forze, spostarsi? Che rumore farà? Probabilmente quello del vento, ma cosa cambierebbe? Sarei in grado di riconoscere il momento in cui quel punto passerà sopra di me? Saprei dire quanto è probabile che questo accada almeno una volta a generazione? Probabilmente più di quanto possa supporre. Sarei davvero in grado di riconoscere il momento in cui tutta l'aria del mondo mi viene incontro (o scappa via) in ogni direzione? Certo, domande irrilevanti, ma in fondo odio non essere a dimensione nulla per questo, perché a quel punto non sarebbero più irrilevanti, perché quell'anarchico punto senza vento del pianeta, solitario ed ostinato, sarei potuto essere io.

La serata è fresca dopo l'uragano, rende più piacevole incendiare il tabacco, fa formare nuvole più chiare ed ampie. Sarà un inferno apatico, sto posto dico, ma dopo una certa ora, se riesci ad ignorare le strutture umane, regala solo suoni da natura incontaminata: qualche goccia riecheggia nel parcheggio dopo aver piegato una foglia, altre si spengono silenziose nei prati. Qualche pipistrello ricomincia il suo lavoro di sentinella contro le zanzare, almeno credo, sono silenziosi, ma le ali nervose non passano mai inosservate. Prendo il violino. Ho sotto di me pochi metri, ma abbastanza per farmi male se sbaglio qualcosa. Solitamente sto ben aggrappato, lasciando le gambe penzolare, ma ho il violino, mi dovrò affidare all'equilibrio.

Riempio il silenzio con note basse, vibrano tra i palazzi, si smorzano tra le foglie e si perdono verso la provinciale illuminata. Chissà se è davvero una provinciale poi, ma che importa ormai. Alzo le frequenze, la velocità, l'intensità, sovrasto tutto, le dita scorrono veloci, saltellano da una corda all'altra, imitano le ali di quel pipistrello, è una gara. Nessuno sta sentendo, nessuno ascolta mai, nessuno si rammaricherà di qualche nota presa con troppa leggerezza. Il vento asseconda le frequenze, le porta lontano, le distorce, gli alberi si piegano sotto le note, qualche goccia comincia a scivolare dal tetto.

Tuono. Senza lampo.

Si scatena di nuovo, con rabbia crescente, arriva da dietro la casa: sono al sicuro da tutto. Vedo bordate d'acqua sfrecciare ai miei lati, quasi orizzontali. Gli alberi sbattono contro le pareti come a volersi vendicare dello spazio rubato, secondo me l'ululare del vento è un FA. Loro sbattono, a tempo, è un 12/8, il tempo giusto! L'orchestra di fiati ce l'ho, le percussioni pure, è il mio momento. 27 note, una in fila all'altra, ripetute, addomesticate, decorate, ma sempre quelle 27. Si, funziona, nessuno sta ascoltando e tutto sta funzionando, anche se manca qualcosa.

Il vento gira, devo saltare, possibilmente dentro, potrei anche metterle su un pentagramma. Ecco si, se solo trovassi anche la matita...

Lampo. Senza tuono.

Il vento è fuggito lasciando solo della bagnata frescura. Finisco la sigaretta, come brucia bene. Attimi persi, come la volta che sono stato nel punto senza vento, svaniti come le 27 note e le successive mancanti.

Pettinare palle pelose.

sabato 24 agosto 2013

Farewell

È un po' che la meno con sta storia che sto partendo e, nella ritrovata spinta scrivente, ho deciso di sporcarvi lo schermo di rosso, grigino e nero ancora una volta. Lascio prima un po' sfrigolare la sigaretta da sola, che magari quell'unico, solitario, necessario cubetto di ghiaccio nel whiskey compie il suo destino. Sistemare la musica prima di partire mi ha fatto quasi completare la compilation blues che da anni ho in cantiere. Oddio, mancano ancora 5 o 6 pezzi e non sono sicuro dell'ordine, ma mi piace raccontarmi di non essere ancora a 3 anni dalla conclusione. Però mi ha fatto notare che, per uno che ascolta fin troppo fedelmente solo musica prodotta prima dell'85, il duemila pare abbia segnato un ritorno in gran carriera del blues. Non tutto il male vien per nuocere, ma magari studio ancora un po' prima di infilarmi in un post musicale, di nuovo. Poi mi becco del radical chic, di nuovo. Che poi son solo il solito pirla, come sempre.

L'estate è arrivata tardi, ha ruggito violenta e pare essersi spenta in un soffio di polvere e turisti di rientro. Mi mancano pochi giorni, ho quasi risolto ogni problema immediato, devo giusto capire come far stare buona parte della mia vita in 20 kg e la cosa deprimente è che molto probabilmente ci riuscirò, se non altro per un obbligo imposto da logiche ignare di qualunque principio della teoria degli errori.

Mi è capitato di partire, nella vita dico, alle volte anche proprio per non tornare, tipo quando mi han strappato via da Milano per quell'inferno apatico chiamato Brianza. Quasi sempre però son partito ben consapevole di quando e come sarei tornato. Giusto una volta questo pensiero non mi sfiorò nemmeno, la grande fuga del 2009. Quattro amici, una macchina piena di cose poco usate, una tenda, un'Italia da girare, da costa a costa, nessuna tabella di marcia, che tanto anche a farla non resisteva più di mezza giornata. Quella volta lì si scappava tutti da qualcosa, chi dal vuoto, chi dall'instabilità, chi dalla troppa stabilità, chi dai propri errori, chi da una combinazione delle precedenti e chi non ha neanche mai detto il perché. Però sapevo che prima o poi saremmo tornati, che i soldi sarebbero finiti, che era un giro dell'Italia e dunque, per definizione, dal punto di partenza ci doveva pur passare. In quel viaggio forse ognuno di noi cambiò, seppellire un cadavere non è cosa di tutti i giorni se poi non ci girano sopra un horror scadente e in fondo in 5 in auto non ci si stava. No, non fu quel tipo di viaggio, ma fu un viaggio che ci unì, in maniera strana, quell'unione che non ha bisogno della vicinanza per resistere. In fondo uno è già andato da un po', io lo sto in un certo senso raggiungendo, l'altro ci sta pensando e l'ultimo chi lo sa. Tuttavia da quella fuga ho sempre avuto la sensazione forse ingenua che lo scorrere del tempo non possa allontanare il ricordo di quei 4, più magri, meno istruiti e con più capelli, che hanno rotolato per l'Italia e sono quasi morti uscendo dall'autostrada, o almeno così ci piace ricordare.

Quella macchina è la stessa che portò due di noi, in un infinito viaggio senza grandi soste, fino in Calabria per fare un campo di volontariato di Libera. Anche quella fu una fuga per noi, sebbene si rivelò poi qualcosa di più profondo e duraturo, abbastanza da non poter essere contenuta in un paragrafo di un post (soprattutto perché ne ha già uno tutto suo), la scoperta di una nuova famiglia. Una fuga che riprese a fine campo, in salita sulla Salerno-Reggio Calabria, con troppo sonno sulle palpebre e troppi pensieri nella testa. Al punto che alla fine ci si fermò a galleggiare in cerchio come i vecchi nel basso Lazio, con la tenda, la stessa, piantata con solo un terzo dei picchetti perché posta su una buona approssimazione di ciò che definirei cemento. Un ritorno che durò ancora qualche giorno, ne avevamo bisogno. Un ritorno fatto in folle, perché quell'altro idiota era partito praticamente senza soldi e avevamo fatto l'ultimo pieno prima di Perugia. Ma, anche lì, tornammo. Tornammo e per me cominciò una grande esperienza, ora soffocata da troppi mesi di tesi, lavoro, preparazione, con Libera. Qui, in Brianza. Quante cose sono successe solo perché ho passato 7 giorni in una scuola elementare in Calabria con altri 35 amici.

Ma ora è diverso, il biglietto è di sola andata e io non sto scappando, se non da un sistema e una società che non mi hanno voluto. Ma per una volta voglio fare solo il sentimentalone, non parlerò dei perché, li sapete, sono quelli di tutti gli altri. Ne ho una paura fottuta, di quel "sola andata" cliccato di corsa per non pensarci troppo. Ne ho paura perché qui sto lasciando veramente tutto, dalle esperienze fatte a quelle linee d'universo più o meno volontariamente non percorse e, per quanto sia consapevole che semplicemente se ne stanno spiegando altre davanti a me, non posso non pensare che quelle stiano svanendo: per quanto mi possa impegnare ad accumularle fra 7 giorni saranno esperienze ormai svanite via. Poi ci sono le cose molto importanti, che rimangono anche se io vado proprio per la loro importanza e per tale importanza non meritano di essere scritte qui.

È tuttavia inutile negare che però mi mancheranno anche cose che potrebbero sembrare più stupide. Tipo Radio Popolare mi mancherà, sono quasi 20 anni che la sento e non poter più mettere sul 107.6 mi mancherà. Tra l'altro la fuga del 2009 di cui sopra venne proprio concepita di ritorno dagli studi gialli di via Ollearo, nel traffico della circonvallazione alle 18, dopo Mentelocale. Mi mancherà nonostante possa sentirla ancora in streaming, mi sentirò sempre un po' in ritardo e di certo se c'è qualche iniziativa non ci potrò andare con troppa facilità. Certo è che sto andando via proprio per avere uno stipendio, quindi potrò finalmente abbonarmi con soldi miei, dopo tanti anni.
Tipo il Libra, il pub più a Berlino della Lombardia (o qualcosa del genere), mi mancherà, perché è difficile immaginare un altro posto che mi faccia sentire a casa dal primo giorno (e se non ti ci senti, a casa dico, c'hai dei problemi di vita). Perché la famosa fuga del 2009 sarà stata concepita in auto ma pianificata, per quanto inutilmente, al sole di un lampione proprio lì davanti, perché è stato luogo di incontri importanti, scontri dolorosi, playlist composte da pezzi dei Clash o dei Ramones, angurie ricolme di vodka, chupiti, abbracci, ghiaccioli, serate al bancone, scrittura della tesi, amicizie coltivate e amicizie anche solo abbozzate. Due esempi di quotidiano che mi lascio alle spalle e che, come mille altre cose, non avrò più, non nel quotidiano. Ecco, questo fa paura nell'andare via, soprattutto senza sapere se e quando si tornerà (oltre che come turista, intendo).

Si, non ho parlato delle persone (a ben vedere si, ma non abbastanza), però in fondo ho pensato che quelle che val la pena vedere le posso vedere un po' in qualunque posto del mondo, tanto meglio se non è un posto dove sto peggio. Eppoi, che cazzo, mi sto fabiovolizzando troppo in questi post, mica mi posso addentrare in sto discorso. Suvvia.

Quindi gnente, mi mancherà l'Italia, nonostante l'Italia e il suo costante impegno a non farsi rimpiangere.

La sigaretta non sfrigola più e non è la stessa di prima, il bicchiere è vuoto, la compilation prosegue nel suo riempire la notte, in 20 kg non ci starà mai tutto, perché non tutto si può lasciare a casa, anche se sta smettendo di essere casa.
Farewell, non pensarci e perdonami se ti ho portato via un poco d'estate
con qualcosa di fragile come le storie passate

Bigodino.