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mercoledì 15 aprile 2015

Lettera aperta a Fabio Tortosa

Caro Tortosa,
quella notte non ero alla Diaz, non ci siamo mai incontrati e, francamente, spero la cosa non cambi mai. Ha avuto ragione su molte cose, ci sono in effetti due verità, una processuale e quel che è successo. Riesco perfino a comprendere il suo "lo rifarei 1000 volte", sapendo che l'ha già fatto 1000 volte.
Lei nella vita esegue ordini, lo fa per gli ammirevoli motivi che ha elencato, li stessi di chiunque faccia un qualunque lavoro. I suoi ordini, quella sera, erano di mandare un messaggio. I suoi ordini erano di colpire un movimento ormai finito con violenza fisica e psicologica, voi quella sera eravate lì per terrorizzare.

Ci siete riusciti, protetti dall'impossibilità di venire identificati, in un gruppo senza volto che fa del cameratismo omertoso il suo baluardo ogni volta che, tra le varie rapine in casa di cui vi occupate, decidete di esprimere quel lurido fascismo che vi portate dentro. È vero, non tutti i poliziotti sono fascisti, solo quelli che si notano. Se ci pensa è anche normale, tra la puzza e tutto quell'ostentato machismo, tra le teste rotte e le sospensioni occasionali ed arbitrarie dei diritti democratici, è facile capire come il poliziotto fascista venga notato più di un poliziotto qualunque. Ma l'omertà è totale, resta da capire se siete solo voi, luridi fascisti, a coprire le voci della gente per bene con il vostro baccano o se questa gente per bene, più semplicemente, stia solo rimanendo zitta. Spero tanto nella prima, perché una persona per bene non sta zitta davanti all'ingiustizia.

Non le scrivo per essere a mia volta un fascista della rete, ne sto vedendo fin troppi sui siti di informazione. Loro, come voi, sfogano la frustrazione di una vita meschina con la violenza, in questo caso verbale. Le scrivo per dirle che immagino quanto lei ed i suoi amichetti vi siate sentiti degli eroi. Avete espugnato una scuola, piena di pericolose persone intente a dormire in maniera minacciosa, li avete massacrati nel sonno, inseguiti nei corridoi, resi inermi, picchiati, protetti dalla catena di comando criminale che vi ha ordinato di farlo. Avete fatto loro dimenticare di poter esser protetti dai loro diritti, li avete ridotti male, molto male. Quelli che si reggevano in piedi li avete torturati nel vostro carcere, privati del sonno e dei più fondamentali diritti, avete fatto loro dimenticare che esiste una società e che quella società esiste per proteggerli. Ah, quanto vi sarete sentiti eroici, potenti.

E immagino che pure ora, con quelle sue frasi da vero uomo che non mostrano nemmeno l'ombra di pentimento per essere un bestia rabbiosa, si stia sentendo un vero duro. Le riconosco la furbizia di aver aspettato la fine del processo per dire al mondo che l'eroe è lei, non c'è momento migliore per essere dei veri duri di quando la cosa peggiore che le potrebbe mai capitare è di ricevere uno scappellotto da uno che si chiama Angelino Alfano.

Lei è un criminale, uno sgherro sottopagato di nemici della democrazia, la sua vita fa schifo perché in quella scuola ci è entrato, non si è risparmiato, ci sarà già entrato 1000 volte da allora e 1000 altre ci rientrerà. Protetto dal suo branco di sgherri senza volto, dal suo sindacato fascista e dalla convinzione di non essere proprio lei una delle più grandi minacce al Paese. Le scrivo per dirle che è un vigliacco, sono persone come lei che mi fan sentire meglio con me stesso, quella calda sensazione di essere migliore di qualcuno. Le auguro con tutto il cuore di vivere a lungo ed in salute, in compagnia di una persona spregevole quale lei è. Non immagino punizione più grande, visto che ha deciso di mostrare tutto sto coraggio solo nel momento in cui era sicuro che la verità giudiziaria non avrebbe più potuto raggiungerla.

lunedì 30 settembre 2013

Notturno - To the ground.

Di incapacità di scrivere, su queste pagine dico, se ne dibatte molto. L'incapacità di iniziare, l'incapacità di continuare se si perde la spinta iniziale, l'incapacità di essere la stessa persona in ogni seduta illuminata dallo schermo, affumicata dalle sigarette che dovrei accendere sul balcone, resa stanca, per lo più lenta, dal thc. Non vendono alcolici decenti in sta Nazione, ti tocca fumare e francamente non è un'esperienza così piacevole se si vuole poi imprimere qualche barlume di coerenza su uno schermo. È un mese che scrivo, è un mese che cancello tutto, un mese in cui faccio uscire la parte migliore di me in sporadici episodi non pubblici salvo poi ritrovarmi vulnerabile, senza la consueta corazza che una fila di righe piene di battute non riuscite, banalità ben vestite, un bandone rosso in cima e due grigi di lato, mi procurano solitamente. Ma forse è il momento di uscire dal vulnerabile nido e vedere se ancora questa cosa funziona, se qualcosa ancora batte, non solo sospeso in un tempo non definito, di musica nuova, musica vecchia, musica studiata in aereo. 

No, non ci sarà un tema, non questa volta, non ci sarà uno scopo e nemmeno un rabbioso urlo, ci sarà quello che potrei descrivere meglio, un vuoto, una distanza con tutto ciò che sono stato che è arrivata prepotente, un water insospettabilmente alto, dei bottoni d'emergenza sulle pareti, l'assenza di un bidet, una stanza vuota, una risposta che non arriva, altre che invece arrivano. Gli spazi curvi, lo confesso, mi angosciano, se ne stanno sornioni a godersi il complicarsi della mia formulazione. La domenica spesa a mangiare zuppa in scatola, in un montante spauracchio di un passato che credevi lontano, ma che ti risveglia a pugni nello stomaco, ti rende più forte, smarrito in una deriva senza vie d'uscita.

Il mondo comincia, lento ma con frenesia, a distribuirsi intorno a te proponendosi oscuro, tu lo guardi e continui a ruotare attorno agli stessi punti. In fondo è l'orbita che fa la differenza. Iniziai a scrivere da piccolo, molto piccolo, mi piaceva scrivere i gialli, erano modi di creare mondi immaginari in cui far morire la gente, personaggi veri in storie impossibili. Con un tempo e uno spazio reale, ma banalmente impossibili. L'adolescenza porta travaglio, si sa, porta oscurità, porta successioni di eventi che determinano con violenza la persona che non diventerai negli anni successivi. O quella che diventerai. Quindi scrivi di questo, cupo, contorto, come i diari di Sara Scazzi spiattellati in prima serata, al telegiornale nazionale. 

I telegiornali nazionali non li posso più vedere, ma penso stiano dicendo esattamente le stesse cose che han detto negli ultimi 10 anni. Sono anche abbastanza sicuro che se avessi in questo momento ricordi più precisi potrei anche aggiungerne altri 10. Tuttavia ci si sente molto vecchi quando i ricordi iniziano avere due cifre, di cui una è un due, soprattutto quando è la prima. Smettessimo per una volta di preoccuparci di uomini piccoli che gridano per aver l'attenzione della stanza. Suppongo ognuno sia in una certa misura quell'uomo piccolo piccolo, o che per lo meno lo abbia dentro da qualche parte, che si affanna a lasciare qualcosa nell'immaginario più o meno collettivo. Queste pagine mi sono sempre raccontato essere per me, ma forse mentivo, forse per qualcuno sono sempre.

La musica ha del sincopato ora, stupido youtube, ma potrei iniziare a farne un gran calderone che racchiuda 5 o 6 artisti, per vedere se so ancora contare le note.

Il tempo.

Non c'è spazio per quel tempo.

Ma una volta manco c'era il tempo, un modo lo si trova suvvia.

Uno ha commentato da qualche parte che queste pagine sono l'esempio di una generazione che crede di avere tutte le semplici soluzioni. Beh, ora credo di vivere in un posto che di semplici soluzioni ne ha applicata qualcuna e, con biblico rispetto, potrei rispondergli che facciadimerda, funziona, stanno bene, orrendamente bene. Ma forse non lo leggerà mai, diteglielo voi, tutti e 5.

Mescolando frammenti di quel che ho pensato e non scritto nell'arco di un mese è uscito questo, una volta volevo riuscire a scrivere cose che la gente capisse, per lo meno intuisse, eventi recenti han evidenziato che è l'occhio del lettore ad essere artefice dell'emozione, sebbene serva il terreno fertile fornito dallo scrittore.

Bisogna saper arrivare.

Trattieni il respiro, la musica rallenta, forse si è anche fermata. Non è un infarto, è un ciclone, di oscura, tetra, allegria. Ti striscia dentro, ti accorgi che il respiro non lo stai trattenendo, semplicemente non lo possiedi più. 

BAM

La gioia, lo smarrimento, la lontananza, il distanziarsi. Come vedete, so elencare delle parole, ma non così tante.

Ho ritrovato un paio di miei blog che negli anni ho abbandonato, è stato un rapido ritorno al tormento giovanile, ma con lo spirito zen del laureato migrante. Fra 7 giorni ho un treno da prendere, una Nazione da cambiare, poi un'altra, poi un'altra, poi casa, che non è casa e di nuovo in giro, nella felice deriva sguazzante di questi anni 10, con l'incoscienza dentro, per aumentare il peso che ci si porta dietro e la forza con cui lo si sostiene.

Uno degli scadenti post che ho ritrovato finiva così, ve lo propongo con la canzone che stavo ascoltando quando l'ho ritrovato, come quasi sempre accade ho una memoria che associa cose non correlate tra loro. Godendoci una crisi di governo senza angoscia, con la stessa rabbia, quella dell'autunno che una volta era bello definire caldo e un gran vento scandinavo che soffia tutto intorno. Creando il tempo si srotola dello spazio. Così dicono.

Un mare di parole insomma, che toglie sempre più il valore alle stesse, che annega lo stesso concetto che ballonzola nell'aria in ste stesso, nero, cupo e assolutamente sconclusionato. Come se quel nero mare lo stia sudando per esporlo alla lettura di gente che potrei non conoscere, in una raccapricciante fuoriuscita di materiale cerebrale.

Non la rileggo neanche, tanto fa schifo, ma in fondo un po' sarete anche abituati, allo schifo dico. Abbastanza abituati dall'esserne ormai quasi insesibili, ci navigate dentro, siete felici e continuate, con me, a guardare il niente.


Latta e miele.

martedì 26 febbraio 2013

Ho fatto uno strano sogno

Un sonno profondo ed agitato, il PdL, dopo non aver mai fatto niente per il Paese e di tutto per il suo padrone, aver indagati e condannati per cose che vanno dalla corruzione al traffico internazione d'armi e aver nuovamente fatto promesse campate per aria, era di nuovo al 30%. Meno male che le elezioni sono ancora lontane qualche mese, se no sarebbe... bizzarro. Spinto da questo scenario post apocalittico che la mia malvagia mente mi ha messo davanti agli occhi mentre non ero cosciente, scrivo una lettera aperta al futuro governo e al futuro parlamento.

Caro potere esecutivo, caro potere legislativo, la situazione in cui siamo, i cui responsabili sono ben distribuiti a vario titolo, chi più ma soprattutto chi molto di più, è drammatica. Economia arrotolata e schiava di se stessa, nessuna prospettiva, istruzione mortificata ogni giorno di più, disgregazione sociale, equitalia, evasione fiscale, sistematica elusione delle regole, giustizia lenta e, non paghi, ostacolata sono solo alcuni dei problemi che da anni dobbiamo fronteggiare. Oddio fronteggiare, più che altro li subiamo inermi. So che non siamo più tanto abituati, ma quella che si propone con le elezioni che arriveranno tra qualche mese, è l'occasione per unirci tutti in un grande abbraccio, da comunità. L'occasione di portare ognuno le proprie idee e confrontarle con quelle degli altri, confrontarle veramente. L'occasione di vedere un parlamento che finalmente non vota a blocchi ogni provvedimento, ma che sa affrontare il dissenso. Mi piacerebbe vedere un parlamento che mette gli interessi degli ultimi in cima alla propria agenda, mi piacerebbe un governo che non ricatta nessuno con la fiducia, ma che discute, essendo pagato per farlo, anche mesi interi senza sosta pur di avere una legge condivisa. Perché è lo spirito di condivisione che ci manca, a noi elettori, l'empatia verso il prossimo e quale luogo migliore del Parlamento per dare il buon esempio. Mi piacerebbe, ve ne prego, che non ci fossero altri indagati in Parlamento e che, se ce ne fossero, il voto che consentirebbe alla magistratura di procedere fosse dettato da una valutazione nel merito e non dai soliti giochi di potere cui siamo abituati. Mi piacerebbe che lavoraste perché non si muoia più ogni volta che piove, perché non è una cosa da settima o ottava economia al mondo, perché piuttosto che promettere di detassare le case sarebbe meglio concentrarsi sul proteggere tali case dalla pioggia. Siamo un grande Paese, malgrado il Paese, siamo perfettamente in grado di diventare un grandissimo Paese se solo ci mettessimo a fare le persone serie e voi, caro futuro potere esecutivo e legislativo, avete questa meravigliosa occasione.

Un'altra cosa, importante, torniamo a concentrarci sulla formazione di futuri cittadini. Non è mortificando la pubblica istruzione che ci garantiremo un futuro di successo. Ricordatevi che il tempio della democrazia, dove si vota, è sempre allestito dentro una scuola pubblica, qualcosa vorrà pur dire no? Il nostro scopo non deve essere impedire ai giovani di trovare lavoro all'estero, deve essere dare l'opportunità a chi è andato via di tornare, deve essere invitare i giovani stranieri a venire da noi.

Non ho la ricetta per realizzare tutto questo (se ce l'avessi avrei provato ad essere lì con voi fra qualche mese), ma forse il punto è che non c'è una ricetta, dobbiamo smettere di cercare una formula magica. Mi son sempre abituato a pensare che quasi nessuno ha un vero talento, le persone vanno avanti spaccandosi la schiena di lavoro ed è questo che vi chiedo di fare. Questo renderà il vostro eventuale fallimento tollerabile, solo se ci metterete tutte le vostre forze perché solo in quel caso non sarete state delle sanguisughe.

E infine parlo a tutti noi, in particolare a chi voterà il Movimento 5 stelle di Grillo (perché son quelli per definizione nuovi e da nuovi si devono comportare), impariamo, vi prego impariamo, a pensare che siamo tutti dalla stessa parte, abbiamo tutti gli stessi diritti e abbiamo idee diverse. Se finalmente accettassimo quest'idea, forse, non ci troveremmo in una situazione in cui ogni osservazione, ogni dissenso, viene visto come un attacco frontale in toto, impariamo a prestare ascolto e a provare, lo ripeto, empatia per chi espone idee diverse dalle nostre. Impariamo ad ascolare le proteste, impariamo a guardare i numeri con atteggiamento critico, cerchiamo di capire (non dico riuscirci, ma provarci, come esercizio) cosa nascondono quei numeri. Impariamo a rispondere alle domande, fare domande non è da nemici del popolo, supporre le risposte prima che vengano date, specularci sopra, lo è. Non so quanti leggeranno questa lettera aperta e quasi sicuramente nessuno sarà nel potere esecutivo e legislativo eletto nelle prossime elezioni, ma se il buon esempio non dovessero riuscire a darcelo loro, diamoglielo noi. Un appunto all'elettorato di sinistra invece: bisogna smetterla di fare a gara a chi è più di sinistra, smetterla di preoccuparsi di cose tanto piccole e concentrarsi su quel senso di comunanza che è il vero cuore della sinistra. Non guardiamo più i sondaggi, exit poll, proiezioni, tutte cose che ci servono solo a far la voce più o meno grossa in discorsi da bar urlati o a sapere i risultati con qualche ora di anticipo.

Non so se mai ci riusciremo, ma provare finalmente a pensare per una volta al quadro generale prima di partire a testa bassa a sostenere od opporsi ad un provvedimento potrebbe essere ciò che veramente da la svolta al Paese. Si, il rispettare le regole, pagare le tasse ecc, è incluso nella richiesta di pensare a sto quadro generale.

Direte che sono un sognatore, ma credo sia colpa di chi non sogna.

martedì 5 febbraio 2013

Elezioni e cultura scientifica

Nelle scorse settimane, ripetendo quanto fatto in occasione delle primarie, la rivista Le Scienze ha rivolto 10 domande ai candidati alle poliche che ci saranno fra 20 giorni. Le risposte, che sono talvolta lunghe ed elaborate le trovate qui con il loro layout discutibile. Quello che segue è un riassunto non esaustivo di quello che son riuscito a leggere.

Prima ed unica considerazione qui presente degna di un vero peso ci è fornita dalle risposte non pervenute. Pare evidente, infatti, che Berlusconi, Monti e Grillo non ritengono di dover dare delle risposte sul futuro della cultura scientifica, della ricerca, dell'istruzione e di varie questioni energetico-ambientali. Monti non è abituato a rispondere alle domande dei giornalisti, Grillo, si sa, alla scienza non ci crede e, non per accanirmi, Berlusconi è di una ignoranza epocale (che non c'è niente di male, a priori, però sarebbe bene che alla guida di un Paese ci sia un gruppo di persone in cui almeno uno sappia di cosa si parla). Ebbene, questo per dire che considero, a prescindere, ognuno degli altri tre candidati, che la briga di trovar almeno qualcuno che rispondesse a delle domande nemmeno troppo impegnative se la sono presa, infinitamente più validi dei tre fin qui citati. Dunque mi sono letto le risposte di Bersani, Giannino ed Ingroia alle 5 domande che mi interessavano di più.

Parto da Ingroia, che, lo dico per trasparenza, è fin qui colui il quale si sta guadagnando il mio voto alla camera. Proprio per questa mia intenzione di voto devo dire, con la feroce lucida brillantezza che mi caratterizza, che Ingroia (o chi per lui, tutte le volte che nominerò un candidato è sempre da intendersi o chi per lui) non ha probabilmente capito cosa gli è stato chiesto, con chi stesse parlando e, non pago, di cosa stesse parlando. Una pessima figura, risposte telegrafiche, che funzionerebbero meravigliosamente in un dibattito televisivo, non su una rivista scientifica. La risposta in merito ad investimenti, meritocrazia e trasparenza per la ricerca e l'università contiene una serie di ovvietà figlie di un mondo ormai lontano e rigido su posizioni che nulla hanno a che fare con gli esempi europei migliori. Se gli si chiede come incentivare gli investimenti privati si mette a parlare di agricoltura, moda, turismo e cultura e, non so voi, non ci vedo la scienza nel filo dei suoi pensieri. Sulla sperimentazione animale incita ad un dialogo con le non meglio definite associazioni di settore che, non me ne vogliano, spesso si sono distinte per poco acume scientifico. Insomma, ogni tanto ha qualche buono spunto (e ne parliamo a breve), ma in generale ha toppato alla grandissima. Peccato.

Visto che ci piace ragionare calcisticamente, dico fin da qui che, incredibilmente, Bersani ne esce vincitore, probabilmente perché ha già l'esperienza accumulata in occasione delle primarie alle spalle. Le sue risposte son interminabili, è vero, però individuano con buona lucidità alcuni problemi esistenti e propongono, con una concretezza che pochissime volte ho visto in quel partito, delle soluzioni, discutibili quanto volete, ma almeno non sono slogan, gli slogan mi han rotto le palle. Ritiene di dover aumentare gli investimenti utilizzando i fondi provenienti da risparmi e da una riorganizzazione della spesa militare che ritengo un bel messaggio da dare, quello di rimettere la ricerca nelle priorità per il progresso. Sulla meritocrazia ha terreno facile, viste le chiacchere fatte fin qui dal precedente governo, ma promette di riportare il finanziamento ai livelli precedenti agli ultimi tagli, destinando 500 milioni al diritto allo studio (campo in cui siamo parecchio indietro), un diritto allo studio legato alla regolarità degli studi di chi ne usufruisce ed esteso agli alloggi, terreno fertile per numerosi approfittatori (per lo meno per quel che ho visto intorno a me). Le idee di Giannino non le commento perché, fin da quando calvacava i tagli del governo precedente, in crociata verso baroni mai identificati e quindi da essi nascosti, non leggo lucidamente le sue idee liberiste, pertanto non commento il suo solito discorso ritrito che fa da 4 anni. Però ho ritenuto interessante la sua idea di controllo sulle università telematiche così da evitare diplomifici.

Un Giannino che si riprende sugli incentivi per gli investimenti privati, evidenziando una buona conoscenza del problema, in particolare nel campo delle biotecnologie, e mi piace che pensi che il primo passo da fare non sia finanziario, ma normativo. Anche Bersani fornisce una buona risposta, più sulle modalità di incentivo, credito d'imposta e green economy, posizione, tra l'altro, condivisa con Ingroia.

Altro punto comune ai tre candidati è la necessità di dover fare un passo indietro in merito alla legge 40, allineandosi all'Europa, ma sottolineo che solo Ingroia parla di testamento biologico come un diritto inalienabile, Giannino punta su sollevare lo stato scaricando sul rapporto medico-paziente, Bersani non perviene.

La domanda successiva era sul contrasto all'analfabetismo scientifico, tema spesso trattato anche su queste pagine (qui, qui e qui direi). Tutti concordi sul dover agire fin dalla scuola primaria (Ingroia mi pare solo concentrarsi sulla necessità di estendere la scuola dell'obbligo fino a 18 anni, che non è la risposta giusta al problema, ma gli da l'assist per esprimere il giusto concetto che è inutile introdurre le nuove tecnologie se non ci sono soldi). Si distingue Bersani per l'idea di chiedere aiuto all'Europa, come ha fatto la Svizzera per colmare le differenze di genere, così da contrastare il fenomeno, mentre Giannino mi pare più intenzionato a puntare sui festival che, almeno per me, di certo attirano curiosità e passione. Giannino si oppone con mio sommo piacere al sensazionalismo degli ultimi anni nei confronti della scienza, puntando su incentivi ad una divulgazione scientifica di maggior spessore e serietà, così che sia veramente accessibile a tutti.

Insomma, questo è quello che ho visto, ammetto di non aver letto con increbile attenzione, consapevole del fatto che son risposte che danno ad un giornale di nicchia e dunque sicuramente pesate su questo. Ingroia mi perde un po' di punti, Bersani e Giannino ne guadagnano, gli altri tre possono morire. No dai, non morire, ma preferisco morire pur di evitare di votarli. Cosa votare ancora non lo so, rimangono le intenzioni, rimangono dei punti scuri su ogni candidato.

Una fortuna che so che mai nessun candidato riuscirebbe a soddisfare completamente un elettore, anche se il candidato fosse l'elettore stesso, se no mi sarebbe proprio impossibile votare.

E non votare è da stronzi.

lunedì 7 gennaio 2013

Una storia d'amore

Un tunnel, una serie di giorni più o meno mangerecci, in cui invecchi, invecchia pure quell'altro più famoso, cambi calendario. Una sorta di mondo incantato ti circonda tenendoti lontano dal mondo finché bam, dannata epifania.

L'aria frizzante del mattino è qualcosa di tonificante, un tiepido sole si affaccia timido dalle case dietro ai binari. Tutti silenziosi attendiamo il carrozzone di metallo che, fischiando, rallenta come solo lo stridore del metallo consente di fare. Il momento dopo sei lì, nello stretto corridoio che fieramente divide i sedili, in piedi insieme ad altri ad osservare chi, fortunato, si è seduto. Una fortuna guadagnata con l'esperienza e con l'attesa, un privilegio che solo l'arbitrarietà del caso può distribuire, un privilegio che osservi con quella punta di invidia, stretto tra la moltitudine di pendolari che ti sostiene nei cambi di velocità in un abbraccio dato malvolentieri ma non per questo meno rassicurante.

Lo vedo, era in fondo alla carrozza e si avvicina inesorabile con il passo di chi cammina col fango fino alle ginocchia, con lo sguardo di chi spera di trovare spazio nella testa del treno, di chi non ha un posto dove andare ma crede che il suo diritto di andarci sia in qualche modo più importante di chi sta lì e sopporta silenzioso l'abbraccio di estranei. Ora è a 2 persone di distanza, mi sporgo in avanti, premendomi contro l'apposito sostegno cui reggersi come da indicazioni e trasformando quell'angusto corridoio nel passaggio più comodo possibile per te, cavaliere errante del diritto mal riposto.

È dietro di me, pare di partorire, un parto in cui il nascituro dispettoso si ferma sulla soglia e sta lì, a riflettere sul cosmo e sulla vita probabilmente. All'improvviso sopraggiunge la consapevolezza, seguita da uno smarrito terrore: quell'animale maledetto in giacca e cravatta, con la sua sciarpa di cashmere carica di vigliaccheria, non voleva passare, voleva il mio posto. Si, il bastardo ha visto da lontano il mio sguardo gentile e ha deciso arbitrariamente che solo un gran posto poteva infondere cotanta serenità. Ha meditato a lungo su quale tattica adottare, dissimulando una improbabile marcia verso una terra promessa e poi, una volta accertatosi del mio spostamento, vestendo l'abito di chi si accorge dell'assurdità del tutto si ferma a leggere della carta piombata.

Oramai non provo altro che un cieco furore, sento i capillari degli occhi che pulsano, la visuale periferica si oscura.

Che sia un infarto?

No, mai avere infarti mentre si sta in diagonale su un treno di pendolari, lo sanno tutti, sono le regole.

Potrei tirargli una gomitata, di quelle date con lo slancio e cariche di quantità di moto, lì sul cervelletto, osservare le sue ginocchia piegarsi e sulla sua carcassa senza più energie sedermi. Se lo facessi abbastanza in fretta potrei farlo passare come un nuovo sedile. No, non sarebbe giusto, di certo qualcuno si accorgerebbe del movimento improvviso. Meglio affidare la cosa ad una mistica danza delle lame, con una veloce torsione del busto posso portarmi a tiro della sua arrogante carotide e regalargli una morte carica di una misericordia che non merita. No, poi dovrei comunque giustificare 4 litri buoni di sangue arterioso sui miei compagni di viaggio.

Intanto che valuto il punto migliore per recidere vasi sanguigni meno pirotecnici di questa feccia della società il bagliore industriale mi segnala che la mia fermata è giunta. Per questa volta è salvo, meglio così: la prossima volta che ti incontrerò, perché succederà, godrò nel vedere la tua vita spegnersi in fondo a quegli occhi che chiedono pietosi e ipocriti cosa mai si può aver fatto per meritare tanta silenziosa ferocia.

Io starò in piedi, ad osservarti morire senza patetici suoni, a guardarti con lo sguardo di chi dice: Lo sai perché, fellone, lo sai.

La nostra routine è dalla mia parte e sarà la tua fine.

martedì 18 dicembre 2012

La ferita nel Paese

Oh. È tornato! Cioè, per non dare torto a questo blog non si candiderà mai e poi mai (si sa che i politici ci tengono a non pestare i piedi ai poteri veramente forti di questo universo) però di certo in questi giorni ha ritrovato il modo di dar sfogo al suo egocentrismo come ai bei tempi. Un paio di interviste (sta sera credo sia da Vespa) di quelle che piacciono a lui: silenziose e gaudenti come solo quella fine penna critica di Barbara D'Urso sa essere. Vorrei giusto fare una breve riflessione, posto che questo non cambia.

Quello che mi è saltato all'occhio, come a tutti, è la nuova vecchia promessa di voler togliere la tassa sulla prima casa, che 6 anni e mezzo fa si chiamava ICI e ora si chiama IMU. Stesse parole, stessa illusione di allora, scelta dei tempi diversa ma non meno perfetta. Però bisogna guardare un po' fuori dalla finestra, temo. Tolse l'ICI, vero, figata, meno tasse per tutti, per lo meno tutti quelli che possedevano una casa. E i soldi dell'ICI dove li hanno presi i Comuni? Da tutti i cittadini, ovviamente, un po' tagli, un po' risparmi (ma si sa che questi non sono azioni che ci vengono così spontanee), ma l'arrosto comunque a qualcuno lo devi prendere. Una manovra che ha messo in ginocchio i comuni e che ha portato alla necessità di introdurre la nuova tassa, che ora si chiama IMU.

Ma chi l'ha messa l'IMU? Monti e i tecnici.
Vero, ma tutti sanno o dovrebbero sapere che il governo, detto anche potere esecutivo, ha il solo compito di gestire l'ordine, i militari ed i servizi pubblici, le leggi le fa il parlamento, che c'ha il potere legislativo. Il Governo può fare una legge a forza, detto decreto legge, ma se non viene confermato dal Parlamento questo decade. Dunque è lì il problema del governo tecnico: il Parlamento è lo stesso. La storia, ma speriamo di no, un giorno si ricorderà di questo Parlamento e credo che l'unica cosa degna di memoria sia che è un Parlamento che ha votato che una minorenne marocchina che faceva spogliarelli per pagarsi l'estetista, attività che probabilmente serviva poi a finanziare la retta alla Bocconi, fosse la nipote di un dittatore egiziano.
Ma torniamo all'IMU, chi è che ha il partito più ampio (per altro aveva la maggioranza più ampia della storia ma è comunque riuscito a non governare) e dunque tutto il potere di cambiare le cose prima che queste accadano? Lui, Silvio, proprio lui. Ma allora com'è possibile che un uomo che da sempre gestisce il suo partito come gestisce i suoi camerieri abbia votato si ad una legge per promettere dopo qualche mese che la toglierà. Perché non l'ha tolta prima?

L'idea che le leggi si possano fare e disfare a seconda degli umori propri o delle paure popolari e che il parlamento in tutto ciò sia lo spettatore inerte alle sceneggiate di chi governa è la vera ferita profonda che ha lasciato Berlusconi a tutti noi. Per questo vivo nella speranza che Benigni faccia altre serate a leggere gli articoli della Costituzione che vadano oltre ai primi 12, fondamentali, giusto perché a quanto pare a scuola non si insegna più, io l'avevo studiata un pochetto, ma mi sa che le ore di religione cattolica sono più importanti. Sono disposto a sopportare quelli che si lamentano il giorno dopo ché mezzora di battute su Berlusconi su 2 ore e mezza hanno stancato (trovate un articolo con la stessa proporzione nella cronaca), o si lamentano che Benigni guadagni dei soldi per fare il suo lavoro, o si lamentano che Benigni guadagni troppo per fare il suo lavoro (ricordatevi che purtroppo la tv pubblica è un'azienda e ragiona da azienda, quindi se fa una cosa così è per guadagnare, la fortuna è che se lei guadagna guadagnamo tutti, se poi nel farlo ci ricorda una cosa così importante direi che ci guadagnamo di più) o che si lamentano che la gente si ricordi della Costituzione solo il giorno che la legge Benigni in tv (giusto, fastidioso, facciamo che non la leggiamo mai più). Poi ci son altre categorie che mi infastidiscono e che son disposto a sopportare il giorno dopo (tanto domani ve lo scordate) pur di ricordare a qualcuno perché è importante votare e soprattutto che cosa si vota con quel segno sulla scheda.

Insomma, ci vorrà tanto a smaltire il veleno di questi 20 anni, cerchiamo di affrontarlo con una certa consapevolezza almeno.

venerdì 14 dicembre 2012

Non è diventare grandi: è marcire

Quando ero piccolo era un momento meraviglioso. La città si faceva silenziosa, perfino il tram 4 ed il tram 1, che nella mia memoria passavano alternativamente ogni 11 minuti, diventavano silenziosi, perfino le vibrazioni che trasmettevano alla casa si sentivano di meno.

Nevicava.

Un democratico velo su tutto, ogni auto identica a quella che la precede, tutti uguali, silenziosi, lenti.

Quando ero piccolo guardavo la neve cadere, speravo che continuasse ad esistere una volta toccato l'asfalto, assaporavo in anticipo l'istante in cui avrei lasciato segno del mio passaggio per la prima volta su quel tappeto scricchiolante.

Guardavo gli spazzaneve e gli uomini con le pale e io vedevo in loro il male, coloro che mi rubavano i sogni lasciandosi dietro quella pappetta nerastra mescolata al sale.

Il sale.

Il sale lo vedevo come il veleno per la fantasia e spargere il sale era inequivocabilmente la misura della stupidità umana.

Ecco, quest'anno la neve l'ho spazzata io, il sale l'ho messo io e solo a quel punto ho realizzato che non basta avere lo stesso piacere di sempre nel calpestare la neve e farla scricchiolare: si diventa grandi quando sei tu quello che porta via la fantasia di un ipotetico bambino.

Invecchiare fa schifo.
Se la gente invecchiano è per colpa dei gay che si sposano. Benedetto XVI.

martedì 20 novembre 2012

Lettera da un fronte

Oggi a scuola non ci vado. Non che di solito ci vada tanto spesso, le strade non sono sicure, la scuola non è sicura. In questi giorni non ci va nessuno, raid israeliano, così si chiama il motivo per cui non ci vado. È quella giustificazione che ogni tanto si presenta, praticamente, da quando sono nato. La stessa che si presentava anche per mio fratello maggiore, finché non è morto.
Si sta nascosti nei buchi, mia madre ed io, fuori cadono le bombe intelligenti, così intelligenti da colpire sempre dove fa più male. Lo sa bene la mamma di Yasser, il mio amico di sempre che si chiamava così perché era nato il giorno in cui è morto quel Yasser più famoso, suo padre scelse quel nome per tenere viva la speranza che quel Yasser più famoso rappresentava per tutti. Yasser era semplicemente in casa sua, con le sue sorelle. Una bomba ha risparmiato solo sua madre, ora è qui con noi, in questo buco nella terra, non fa altro che singhiozzare.
Autodifesa la chiamano, questo è il motivo per tante bombe di fila. Basta un razzo, di quelli che di solito si fabbricano nei cortili con qualche tubo di metallo, e loro partono, a centinaia, intelligenti. Si autodifendono, dicono, eppure quelli sulla terra che non gli appartiene sono loro, noi siamo quelli che resistono, quelli che vogliono schiacciare, cancellare dal pianeta.
Mi affaccio all'ingresso del nostro buco, ogni tanto il sole mi manca, è un sole che filtra dalla polvere delle macerie di quelle che erano le nostre case, le nostre scuole. Sotto quelle macerie ci sono amici, parenti, il vicino di casa, il maestro di scuola.

Io li odio. La terra era nostra e ci fanno passare per dei mostri, quando i mostri sono loro, uccidono i miei amici, mio fratello, mia sorella, mio padre. Quando sarò più grande li combatterò, li odio e li voglio scacciare dalla mia terra.

La vedo, laggù, la bomba è partita, un missile luccicante con la sua scia di fumo.

Viene verso di noi, verso il nostro buco. Chissà perché, noi non abbiamo mai fatto niente, non ancora per lo meno, ma possibile che si vogliano difendere da un odio che loro hanno generato e che io non ho ancora espresso?

La bomba è tanto forte da ridurci tutti in piccole parti, loro manco lo sapranno dov'è finita, ben nascosti dietro al loro muro bianco. Si sono autodifesi dal mio odio, è colpa mia. Non ho mai lanciato nemmeno un sasso, ma è colpa mia. Avrei voluto imparare a contare bene, prima di morire, mia madre mi diceva che era importante, che mio padre era morto perché non aveva imparato. Che sia quello il problema?

Hanno spento il mio odio, soffocandolo sotto le macerie del nostro buco, ma da domani tutti vedranno chi hanno ucciso, ben nascosti dietro il loro muro, ed il loro odio aumenterà ed altre bombe cadranno, a polverizzare altre vite.

Rimane la nostra terra, questa.

venerdì 26 ottobre 2012

Di libertà sui blog e novità

Si nota che in sti 2 giorni sono a corto di idee su come diavolo trovare quei due termini nascosti in un integrale così che sto pezzo di tesi possa ritenersi fatto? Ebbene, nella speranza che l'idea sopraggiunga con un prorompente Eureka e non come un prorompente arcangelo Gabriele con la madonna, scrivo qui e vi beccate un meraviglioso post autoreferenziale.

Partiamo da un fatto di oggi: cambiano un po' le norme sulla diffamazione ed i blog. In particolare oggi i giornali titolano cose tipo: Diffamazione, anche i blog hanno obbligo di rettifica. Ebbene, non tocco i mille problemi che crea in generale l'obbligo di rettifica così impostato (se no perdo tutta l'autoreferenzialità), però messa così (e pure leggendo gli articoli) pare che una naturale interpretazione di questo emendamento del PdL sia che in questo si equiparino testate giornalistiche con comunissimi blog, come questo, che di diffide non se ne è mai prese (ma il suo scapigliatissimo autore si, un vero bad boy).

E INVECE NO.


L'emendamento dice:
capoverso «Art. 8», al comma 5, sostituire le parole: «Per le testate giornalistiche diffuse per via telematica» con le seguenti: «Per i prodotti editoriali diffusi per via telematica, con periodicità regolare e contraddistinti da una testata,».

Ora, correggetemi se sbaglio, ma quei blog cui fa riferimento sono, ad esempio, quelli che troviamo sul Fatto Quotidiano, la colonna delle opinioni per intenderci, in cui ogni giornalista e opinionista scrive su un blog che si appoggia sulla testata del Fatto e mi sembra ragionevole che lì si applichino le norme sulla stampa. Non certo un comunissimo blog, insomma non certo il 99,99% dei blog italiani. Insomma, sento puzza di giornalisti cialtroni qui.

Dopo aver salvato l'integrità di questo blog passiamo alle due imponenti novità. Come vedete, in fondo ad ogni post ora trovate 4 post in qualche modo correlati. Dico in qualche modo perché il modo in cui sono scelti è meno ovvio di quello che sembra (vorrà dire che scriverò di più così da avere più dati a disposizione). Per tutto ciò ringrazio l'Argonauta, che l'ha messo lui e quindi io ho copiato.

Secondopoi, ho aggiunto sulla sidebar un collegamento ad un post casuale nel profondo passato di queste pagine. Questo perché dopo che il post sui Pink Floyd ha rovinato per sempre ogni statistica che stavo facendo sui miei lettori e su come si comportano (ma ancora grazie per cotante visite), ho notato che c'è un buon numero di post che non sono tra i miei preferiti (ma che, insomma, non ci sono figli minori), che non vi siete letti mai. Visto che, da come arrivate qua, i post li scegliete in base al titolo e all'immagine direi che non sono stati letti per sfiga loro, quindi ho deciso che magari il karma ve li piazzerà lì, accanto alla vostra sfaccendataggine, restituendo loro un minimo di visibilità.

Beh, insomma, sti cazzi, non mi viene in mente come diavolo trovare i fermioni che mi servono, è un brutto giorno per fare il fisico oggi.

venerdì 3 agosto 2012

Art.1: Fatti i cazzi tuoi

Visto che in estate perfino il PD si ricorda che bisogna parlare ogni tanto di diritti civili, oggi proverei a gettare delle linee guida che si possono riassumere con il nuovo articolo 1 della Costituzione, che da il titolo a queste righe.

Ci sono momenti che, ciclicamente, si ripresentano e offrono spunti per parlare nuovamente di diritti civili da concedere ad una determinata categoria della popolazione, tipicamente gli omosessuali ed i malati terminali. Ebbene, seguitemi bene tutti voi oppositori al concedere ai gay il diritto di sposarsi o ai malati terminali di morire, se dai questi diritti, udite udite, la vostra libertà non viene intaccata in nessun modo. A dire il vero l'unica condizione che cambierebbe, e cambierebbe in meglio in quanto si da loro una opportunità (che non è un obbligo) di fare qualcosa che fino ad oggi gli è stata proibita, è quella della categoria in questione, e quella soltanto.

I gay si vogliono sposare? Fatti i cazzi tuoi, lasciali sposare.

Eh, ma il matrimonio è un'altra cosa. Quella non puoi certo chiamarla famiglia.

E fatti i cazzi tuoi! Chiamamola unione civile e al posto di famiglia usiamo amore infinito, non è il nome che conta. Contano i diritti che la coppia in questione può esercitare perché è, di fatto, identica a qualunque altra coppia.

Eh si, ma poi questi si mettono ad adottare bambini, che crescono senza le due figure di tutti gli altri. Crescono deviati. I bambini! Chi ci pensa ai bambini?!

Fatti i cazzi tuoi! In prima (e ottima) approssimazione, il 100% dei pazzi omicidi, ladri, stupratori, truffatori e in generale di brutte persone non ha avuto una famiglia omosessuale che lo crescesse. Quindi direi che possiamo stare tranquilli. Direi che la mia affermazione ha lo stesso peso scientifico della tua e che potremmo amabilmente starcene zitti entrambi.

Una persona ha una terribile malattia che le sta togliendo via via la dignità al punto che si ritrova a sperare di morire in fretta? E tu fatti i cazzi tuoi e falla morire! Quanto sei sadico a volerla tenere in vita, vedendola piano piano spegnersi divorata dal suo demone.

Insomma, n-mila anni fa un presunto dio ha dettato ad uno scribacchino un libro di regole, storie di punizioni feroci all'insegna del perdono, cose pittoresche. Qualche secolo fa un gruppo di parrucconi ha deciso di tenere solo le cose che gli piacevano di più e tu, sulla base di questo, ti impunti per impedire a persone altre, che con te non hanno e non avranno mai nulla a che fare, di vivere meglio?

Non sei un cattolico (funziona con qualunque altra perversione religiosa), sei uno stronzo! Non c'è altra spiegazione, sei semplicemente uno stronzo.

Pertanto l'articolo 2 della nuova Costituzione quando conquisterò il mondo è: il mondo non è un posto per gli stronzi.