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domenica 29 dicembre 2013

Notturno - Milano

Una notte ricevetti un link, dentro c'erano pensieri, telai e catene di biciclette come sonagli. Non ho così buona memoria di quanto contenesse, ricordo sensazioni, ricordo che era sempre estate.

Milano è il giallo del sodio che si riflette nelle pozzanghere, sempre quello che ritrovi ovunque ma che in fondo sai essere autentico solo lì. È una pizza alta, di quelle che ti portavi a casa nel cartone fumante, tra lo sferragliare del tram e il rumore continuo delle auto sul pavé, una grande piazza disseminata di case. Rimane quel grande paesotto dove in fondo si conoscono tutti, dove scendi al bar per berti una birra, un the, scambiare le due chiacchere stanche di chi si gode la città deserta, assuefatta dal cibo natalizio e dalle case in montagna.

Ti appare all'improvviso, tetro, imponente, San Vittore. Per la prima volta lo vedo libero dall'arte di strada, triste più che mai, silenzioso nel suo contenere più respiri di quanti si potrebbe permettere, più storie di quante vorrebbe contenere. Da qualche parte qui intorno ci dovrebbe essere l'edicola, o almeno lo spiazzo che la conteneva, da dove tornavi con le dita sporche di piombo, infreddolito dalla vita in su perché la stufetta elettrica era un toccasana solo parziale. Quella via mi sta urlando contro la vita lontana, di quando contavo le parole, di quando il mondo ti passava davanti per un pomeriggio, una giornata intera, al ritmo sincopato di quotidiani distribuiti col sorriso e delle prime nuvole del denso fumo di Marlboro rosse.

Le biciclette ispirate da quella piazza, da quella via. Ci sono dentro, veramente. Ho le scarpe bagnate, perché qua piove poco, ma è come piovesse tre volte in una. Ho un treno da prendere e corro via, sapendo che in fondo Milano, che casa mia non lo è più da un po', sempre così mi aspetterà, al di là delle piazze scintillanti ed artefatte che son spuntate come infestanti funghi dove esistevano parchi e siringhe.

L'Essere e Benessere è la nuova versione ben vestita delle botteghe dei cinesi.

In realtà la memoria è ancora agile. O così credevamo.

domenica 13 gennaio 2013

Si vede che sei portato

Questo vuole essere un post in risposta all'Argonauta che ha scritto queste belle parole. In realtà più che una risposta è una riflessione che mi ha portato a fare, e a scriverne spinto da quel fuoco lento di cui parlava, in merito al suo punto di partenza: scrittori si nasce. A dirla tutta ho avuto recentemente, per puro caso, un bel dibattito su analogo argomento e, sempre per puro caso, sono stato spinto a riflettere sulle parole di un professore non mio che sostenevano, in sostanza, che le scienze umane fossero più difficili di quelle naturali.

Parto brevemente da questo ultimo punto, tralasciando l'orrenda consuetudine di dire scienze umane, dicendo che non è una competizione: è normale riuscire in qualcosa e avere difficoltà in altro. Non esiste una classifica di difficoltà delle discipline proprio perché questa dipende prevalentemente dal grado di interesse che uno ha nel momento in cui vi si adopera. Analogamente non ha senso chiedersi chi fosse più genio tra Salvador Dalì e Richard Feynman. Son partito da qui proprio perché le parole di questo professore, che solitamente altri professori dicono nella versione opposta, si fondano su un grave errore nel nostro sistema educativo che ora proverò a esporvi.

Veniamo dunque alla risposta per l'Argonauta. Scrittori non si nasce, ma semplicemente per l'esistenza della necessità di imparare, sperimentare, mettersi in gioco. Mi sono sempre opposto a concetti come il, ben noto a chi fa fisica (credo), "sei portato a fare [nome attività]", un po' perché se fossi portato probabilmente farei meno fatica, un po' perché il rovescio della medaglia è che, per motivi a me sconosciuti e mai chiariti, non dovrei essere portato a fare altro. E credo sia brutto insegnare, perché se questo succede da piccoli lo vedo come un insegnamento (forse più un'installazione quasi permanente), alle persone che non possono fare qualcosa. Per carità, ci sono i geni che, nel mettersi a fare quello che fanno, danno un alito di sapere in più al loro mestiere, ma quelli sono, per l'appunto, geni, mosche bianche. Le persone normali, cioè tutti, possono in principio fare quello che vogliono.

Insegnare un concetto come la predisposizione ad una specifica attività limita enormemente il potenziale dell'espressione della mente umana, incanalandola in binari che non ha mai voluto e che, ancor peggio, qualcuno ha imposto sfruttando un ruolo, quello dell'insegnante o del genitore, che dovrebbe essere il più alto simbolo della generosità umana. Questo è esattamente il meccanismo che ha portato un buon numero di persone, ma dentro di me ho il sospetto che sia la maggior parte, a credere di non essere portato per la matematica e dunque mai ad impegnarsi con la stessa lena spesa per altre discipline. Sono sempre stato fin da piccolo un rompipalle che non ascolta le persone ma, ahimé, qualcosa riuscivano a farmi passare ed è per questo che io non so disegnare. Il mio compagno di banco alle elementari, per analogo motivo, non solo non sa disegnare ma non sa nemmeno contare troppo bene. Esasperando il discorso, quelli che non sono riusciti a rispondere alle domande di logica del concorso per insegnanti probabilmente non hanno nemmeno provato a ragionarci, perché nella loro testa non è quello che sono portati a fare.

Cosa fa quindi la differenza? Certamente l'insegnamento, che sia fatto in modo da ispirare il più disinteressato degli studenti, che indirizzi ma non costringa una mente in formazione a prendere una strada o abbandonarne un'altra. Tuttavia, tralasciando ovvi discorsi socio-economici che, proprio per la loro ovvietà, avrebbero una potente voce in capitolo, la differenza più netta, alla fine, la fa l'individuo esprimendo quella libertà che non gli è stata negata. L'espressione più genuina è probabilmente la capacità di saper accettare, anche a priori, l'eventualità del fallimento. Solo così forse sarà in grado di avere il coraggio di sperimentare, di sviluppare la testardaggine quando le cose vanno storte e la forza di ripartire quando questa testardaggine era al servizio di una fallace idea. Solo così quando troverà il suo prevedibile limite sarà in grado di assumersi ogni responsabilità.

La prima espressione matematica che mi sono inventato, me lo ricordo bene, l'ho inventata in terza elementare. La maestra, che per altro era una brava maestra, aveva detto ad un altro che era portato per la matematica. L'aveva detto come se, per qualche motivo, avesse un talento che tutti gli altri non potevano avere. Ricordo che pensai che non fosse il caso che una frase simile venisse detta ad uno dei più bravi, ma piuttosto a chi era più in difficoltà, come incoraggiamento. Presi un foglio da disegno, i cari Fabriano che sei obbligato a comprare, lo misi in orizzontale ed iniziai a scrivere una serie di numeri ed operazioni di ogni genere. Dopo due righe e mezzo misi un uguale e la mostrai alla maestra all'inizio dell'intervallo. Mi disse che ci voleva troppo per risolverla. A fine intervallo io, che non ero portato, avevo trovato il risultato che si rivelò essere giusto il giorno dopo. Da quel giorno ho smesso di ascoltare troppo la gente, ho sviluppato una fastidiosissima arroganza e supponenza che solo col tempo ho ridotto (di poco, mi piace pensare, con arroganza, di saperle sfoderare nei momenti più opportuni) e ho dovuto aspettare il liceo prima di avere di nuovo un compito a casa di matematica che richiedesse qualche particolare sforzo intellettivo. Oddio, più che altro dovetti cambiare il modo di impegnarmi. Oggi sto, toccatina, per finire la mia tesi di fisica teorica. Le materie scientifiche mi han regalato i voti scolastici migliori solo quando iniziai a distrarmi parecchio in altre materie, più per l'insegnante (ancor più per la mia pigrizia, ma la pigrizia ce la mettevo in tutto con la stesso impegno) che per la materia in sé.

Oggi non bado più alla lunghezza delle equazioni, ho imparato sulla mia pelle che mi fottono in qualunque forma.

Ancora mi da fastidio non saper disegnare, non so fare un sacco di cose nel mio campo, tuttavia disegnare è la cosa che mi brucia di più.

venerdì 14 dicembre 2012

Non è diventare grandi: è marcire

Quando ero piccolo era un momento meraviglioso. La città si faceva silenziosa, perfino il tram 4 ed il tram 1, che nella mia memoria passavano alternativamente ogni 11 minuti, diventavano silenziosi, perfino le vibrazioni che trasmettevano alla casa si sentivano di meno.

Nevicava.

Un democratico velo su tutto, ogni auto identica a quella che la precede, tutti uguali, silenziosi, lenti.

Quando ero piccolo guardavo la neve cadere, speravo che continuasse ad esistere una volta toccato l'asfalto, assaporavo in anticipo l'istante in cui avrei lasciato segno del mio passaggio per la prima volta su quel tappeto scricchiolante.

Guardavo gli spazzaneve e gli uomini con le pale e io vedevo in loro il male, coloro che mi rubavano i sogni lasciandosi dietro quella pappetta nerastra mescolata al sale.

Il sale.

Il sale lo vedevo come il veleno per la fantasia e spargere il sale era inequivocabilmente la misura della stupidità umana.

Ecco, quest'anno la neve l'ho spazzata io, il sale l'ho messo io e solo a quel punto ho realizzato che non basta avere lo stesso piacere di sempre nel calpestare la neve e farla scricchiolare: si diventa grandi quando sei tu quello che porta via la fantasia di un ipotetico bambino.

Invecchiare fa schifo.
Se la gente invecchiano è per colpa dei gay che si sposano. Benedetto XVI.

giovedì 16 agosto 2012

Sarebbe stato più semplice

Perché non lo dici a tutta la classe al posto di bisbigliare?
Ecco, maestra, perché se lo facessi probabilmente disturberei la lezione. 
Pensa un attimo, se lo fanno tutti ci ritroviamo in una classe dove tutti urlano per parlare col vicino di banco e nessuno ascolta più quello che stai dicendo, oltre a non riuscire a comunicare quello che vuole comunicare. 
È un po' lo stesso motivo per cui abbiamo inventato i telefoni e non ci limitiamo ad urlare dal balcone se vogliamo sentire qualche amico. 
Senza contare che se voglio dire a Matteo che quello che insegni è noiosissimo, mi sembra poco cortese dovertelo far sentire mentre fallisci nel tentativo di renderlo interessante. 
Quindi, ecco, sono un po' di motivi per cui non lo dico ad alta voce, ma visto che ogni volta dobbiam perdere tempo per rispondere a domande stupide direi che d'ora in poi non mi tratterrò.

 
Così si che le elementari sarebbero state più semplici.

Se avessi evitato di rispondere così sono certo che sarebbero state più semplici.

domenica 1 luglio 2012

Rossaggini, il punto dove guarda il Ché nelle foto.

Visto che in sti giorni con persone diverse, in discorsi diversi, mi son emersi nella mente un po' di quei luoghi comuni, quei cliché, quei falsi miti che, nella storia di un giovane vecchio quale sono, lo rendono quello che è, un giovane vecchio di sinistra, un nipote dei fiori, ho deciso di elencarne alcuni, non del tutto in ordine temporale. Dunque lo scopo di quanto segue è di ricordarci quello che si è stati da giovinotti, sapendo ridere del proprio stereotipo e, infine, ricordarsi un po' perché era importante essere come si è. Insomma, ricordarsi che c'è bisogno di sinistra, nella vita, o tutto si chiamerà centro e le persone andranno sempre dritte, in linea retta, inconsapevoli ed incapaci di svoltare quando serve.

Si comincia un po' in sordina, inconsapevolmente, sul finale delle medie, con i maglioni sformati, i jeans consumati fino a strapparsi, le magliette scolorite e niente, niente che sia nike. Sono i tempi di Genova 2001, del io quell'acqua non la bevo ché è della Nestlé, dell'eco per anni di quelle parole giuste, e oggi sappiamo quanto dannatamente giuste, che si son perse nelle grida della violenza, del sapete solo tirare sassi, mai una proposta. Mai una volta che si ascoltasse una manifestazione.
Sono gli anni in cui pian pianino cresci, ti interessi, gli anni dei capelli lunghi, la barba incolta (all'inizio perché spunta così, all'improvviso e a tradimento, poi perché è così che deve essere, ribelle). Ti ritrovi con un libro ingiallito nei jeans, di quei vecchi tascabili che hai trovato in cantina o su qualche bancarella polverosa e che stanno bene nella tasca dietro. In inverno porti un cappottone, oramai da decenni non è più obbligatorio che sia un eskimo, ma il Manifesto piegato che spunta dalla tasca è sempre gradito. L'Unità, se vuoi fare il moderato. Quei tempi in cui sviluppi le tue idee di socialismo, hai la tua deriva marxista, la grande utopia, la feroce disillusione, leggi molto, che un po' intellettuale ti piace esserlo, hai sempre pronto il graffiante l'abolizione della proprietà privata non è nel Manifesto di Marx ed il tuo modo di definire l'infinito è, e per certi versi rimarrà sempre, il punto dove guarda il ché nelle foto.

Cresci in fretta, ti senti crescere in fretta, perché alle volte sei davvero due persone in una, e partono le grandi manifestazioni per la pace, con le fascette bianche di Emergency appese allo zaino. Mai che ci ascoltasse qualcuno, anche lì. Si riempiono le piazze e ci si conosce sempre tutti, anche se non sei propriamente la socialità fatta persona. 
Inizi con i Berlinguer era una brava persona, peccato non averlo visto vivo, oppure il Nudi si, ma contro la DC, oppure ancora lunghe invettive contro i quarant'anni di malgoverno democristiano che non hai visto. Urli fascisti carogne tornate nelle fogne. Ci si lancia a bomba contro l'ingiustizia.
Vai alle feste dell'Unità, seduti per terra, con la birra che gira, illuminati dai lapilli della complicità. Come i punkabbestia col cane, che stanno più in là e in cuor tuo sai che puzzano troppo. Diventano gli anni in cui balli scalzo, con la braccia larghe e la faccia verso il cielo, perché ai concerti si va per pogare e volersi bene. Se cominci a volerti veramente bene è il tempo dei baci sudati al vino ai bordi dei concertoni, in cui le punte delle dita devono in qualche modo terminare coi suoi fianchi, a limitarsi per non essere infiniti perché laggiù, all'infinito dico, ci può essere solo lo sguardo del che. I tempi, che si trascinano un po' per sempre se hai capito i veri perché, in cui alcune canzoni le devi ascoltare col pugno alzato.

Continui a crescere, ascoltando Radio Popolare, in inverno come in estate, coi 7 GR al giorno, i collegamenti dalle manifestazioni, la radiocronache di un po' qualunque cosa, strane storie in notturna, i se porti da mangiare puoi fare la trasmissione, se nessuno chiama entro 10 minuti mettiamo un cd e andiamo a casa, come trottole in piazza San Fedele, le risate con Passatel e, solo per un'estate, 2 all'ora, così non si suda. Cresci così e la rabbia giovanile fa spazio alla bile post adolescenziale, sei nell'era delle sigarette fai da te, sempre diverse da loro stesse, ribelli. L'era delle dita congelate per dare i volantini in dicembre quando piove e tira vento. Continui a passare il 25 Aprile a Milano ma ora concludi la giornata con la frittatona patate e cipolle in macchina. Continui con la cultura un po' da salotto che fa sempre piacere, ma ora abbandoni le pagine ingiallite, preferendo un film musicale su un pasticcere trotzkista nell'Italia degli anni '50. Inizi ad arrabbiarti davvero col tuo partito, perché si divide su tutto. Poi pian piano capisci che è un partito di sinistra, quindi c'è dibattito anche interno, fino al punto di dividersi e, guardando quelli dall'altra parte, sai nel profondo che è meglio così, alla fine. Cominci con InformareXresistere, poi capisci che son dei fascisti peggio di quei servi del potere.
Ci si divide, infine, in quelli che hanno accettato il compromesso e quelli che non l'hanno fatto e, per questo, ce l'hanno col PD.

E, D'Alema, dica qualcosa di sinistra.

mercoledì 23 maggio 2012

Quel giorno, in breve

Faccio parte di quelli che quel giorno era abbastanza grande da ricordarsi quei giorni, quell'anno. Che oggi siano passati 20 anni è solo il peso del mio invecchiamento, un invecchiamento che si fa sentire e solo alcuni ricordi rimangono nitidi.


Ricordo che stavo cenando.
Ricordo il tg5 che parlava lontano nel salotto.
Ricordo di un telecomando.
Ricordo di un'autostrada che per quel telecomando non c'era più.
Ricordo l'aria pesante, come se fossimo tutti in quel polverone a Capaci.
Ricordo la parola mafia, è possibile fosse la prima, ma certamente non più della quinta, volta che la sentivo.
Ricordo di un frigorifero usato come segnale.
Ricordo di un piccolo casolare, se così si può definire, arrampicato sulla montagna, se così si può definire.
Ricordo la corsa a chi diceva più Kg di tritolo.
Ricordo lo smarrimento.
Non ricordo il tuo volto prima di quel giorno, ma ricordo quel sorriso, intravisto da qualche parte, probabilmente un ricordo successivo lì collocato, ad hoc, per rendere quel ricordo, fumoso come se tra quelle macerie ci fossimo ancora, più fluido.
Ricordo che avevi un amico.

Ricordo che avevan già deciso che nemmeno lui poteva vivere.


A quanto pare in Italia le cose si possono ricordare solo quando la cifra è tonda, che sia la volta buona che smettiamo di fare i paraculo e le cose cominciamo a ricordarcele per davvero.

sabato 14 aprile 2012

Milano ed un ricordo per capirla di più

Recentemente ho visto "Romanzo di una strage", film tratto da un libro di Cucchiarelli, "Il segreto di Piazza Fontana", in cui ridà un alito di vita alla teoria della doppia bomba. Film molto ben fatto, sebbene ognuno di voi possa trovare copiose critiche in giro per la rete, ma credo che i film vadano anche presi per quello che sono, film. Vedendolo ho ripensato a quel sondaggio, fatto un paio d'anni fa al massimo, in cui è emerso che la stragrande maggioranza degli studenti dei licei milanesi è convinta che la responsabilità di quel massacro sia delle Brigate Rosse, il resto attribuiva il tutto alla mafia e una coda statistica si distribuiva tra gli anarchici, i fascisti e i servizi segreti. La cosa sorprende (oddio, fino ad un certo punto, visto che pare sia vietato mettere nei programmi scolastici ogni evento successivo al '48) perché è una cosa successa nella loro città, che ha dato il via ad una serie di eventi nella loro città, che determina il carattere della loro città.
Dunque ho pensato di mettere un po' insieme le idee e fare un piccolo tour (che potete seguire da qui) tra i luoghi della storia recente di Milano, anche solo come superficiale promemoria.

Se dovessi andare a Milano, ora che non ci vivo più, prenderei la bici e probabilmente passerei da Sesto San Giovanni. Si, il tour di Milano comincia a Sesto, perché da qualche parte bisogna pur cominciare e si sa che Milano non ha confini, circondata e compenetrata da una miriade di paesini dormitorio che rendono la città infinitamente più grande di quella che è, con una popolazione che varia a seconda dell'orario della giornata, mentre inspira ed espira persone, con frenetica costanza. Sesto, la Stalingrado d'Italia, medaglia d'oro, come Milano, alla resistenza e per la maggior parte delle persone è poco più del luogo da cui parte la metro rossa. L'episodio di Sesto che mi viene in mente è quella notte tra il 7 e l'8 dicembre del 1970, la notte del Golpe Borghese, la notte in cui i fascisti guidati dal principe Borghese occuparono militarmente (salvo poi annullare tutto per motivi a me ignoti) luoghi strategici e istituzionali. Il grosso venne fatto a Roma, ma un centinaio di uomini della forestale occuparono proprio Sesto, la Stalingrado d'Italia.
Da Sesto, con la mia metaforica bici, posso prendere viale Monza e iniziare ad addentrarmi in città. Di chilometri ne devo fare 4, tutto dritto, tra semafori e inquinamento, il tempo scandito dalle fermate della linea rossa. Proprio grazie a queste fermate so che tra Rovereto e Pasteur devo girare a sinistra e cercare via Leoncavallo, sede storica dell'omonimo centro sociale milanese, lì vicino nel marzo del 1978, in via Mancinelli, i fascisti uccisero in un atto di guerra (una guerra non contro di loro, contro la città) Fausto e Iaio, due ragazzi, 18 anni, due storie, una rabbia che la città ha sopportato, una rabbia che a scrivere queste due superficiali righe mi sale da dietro la schiena e mi fa tremare le mani. Tornando su viale Monza, poco più in là, c'è Piazzale Loreto, dove i fascisti sono stati fatti penzolare, appesi per i piedi.
Proseguo verso il centro, su corso Buenos Aires, dove c'era una volta la sede di Radio Popolare, storica radio della sinistra milanese. In quella radio c'è un pezzo di storia della città, al di là della carica artistica e giornalistica che è passata per quegli studi, quei microfoni hanno raccontato gli eventi, dagli anni di piombo ad oggi, le dirette dalle manifestazioni, le campagne di informazione, le interviste in esclusiva, i 9 radiogiornali al giorno.
Corso Buenos Aires finisce dopo 2 km e io mi fermo dopo i giardini di porta Venezia, in via Palestro, dove nel luglio del 1993 un'autobomba mafiosa davanti al museo di arte contemporanea uccise tre vigili del fuoco, un vigile urbano e un immigrato che dormiva su una panchina. Quella strage la ricordo bene e la porto come mia piccola cicatrice. La città dimenticò troppo in fretta la presenza della mafia sul territorio, ma ogni anno, nella notte di fine luglio che fa da anniversario, i pompieri si trovano lì e fanno andare in silenzio i loro lampeggianti, a ricordare gli innocenti uccisi dalla mafia, a Milano, in pieno centro.
Proseguo in via Palestro per non più di 600 metri fino ad incontrare via Fatebenefratelli, per me sinonimo di Questura di Milano. Quel luogo ha molte più storie di sangue di quelle che dovrebbe avere un edificio adibito al servizio e alla sicurezza del cittadino. Nella notte del 15 dicembre 1969, dopo 3 giorni di interrogatorio guidato dal commissario Calabresi, veniva defenestrato e quindi ucciso il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, morto innocente, mentre indagavano sulla strage fascista di Piazza Fontana in cui 3 giorni prima persero la vita 17 persone. Come rappresaglia per quell'omicidio (per cui la questura non venne ritenuta responsabile), nel maggio del 1972, le Brigate Rosse uccisero il commissario Calabresi davanti alla sua abitazione, in via Cherubini. Un anno dopo, in quella Questura, mentre si ricordava l'omicidio, una bomba a mano anarchica uccise 4 persone. Per arrivare dove è morto Calabresi devo attraversare parco Sempione, che ora è luogo curato di sole e verde, ma per me rimarrà sempre il contenitore di tossici a 2 passi dal Duomo che era negli anni '90. Alché basta seguire corso Vercelli e si arriva lì, dove un uomo dello Stato, abbandonato dallo Stato, ha visto la sua esecuzione.
Torno sui miei passi, mi dirigo verso il Duomo, e passo per via Morozzo Della Rocca, dove nel luglio 1979 la mafia uccise l'avvocato Giorgio Ambrosoli, che stava indagando sul banchiere siciliano Michele Sindona. Altro omicidio mafioso, a due passi dal Duomo, che la città ha perso nelle pieghe della sua memoria.
Attraverso Piazza Duomo, piena delle sue formichine operose, ma solo dopo le 10 di mattina. Questo pezzo lo faccio a piedi, mi piace il selciato del centro, sentirlo sotto i piedi. Dal Duomo a Piazza Fontana sono 4 minuti, ogni volta che vado in centro cammino quei 4 minuti, a sentire la vibrazione dell'odio fascista che si fa sempre più grande, passo dopo passo. Piazza Fontana non ha nulla di particolare. Tagliata dal tram, una banca sulla destra con una lapide che non nota mai nessuno, una fontana e un'aiuola, che ho sempre visto illuminata, credo prenda luce tutto il giorno. Su quell'aiuola ci sono due targhe che ricordano Pinelli, il marmo anarchico che ne ricorda l'uccisione, la plastica istituzionale che ne ricorda la morte. Pinelli non se lo ricorda un po' nessuno, è un'indagine mezza insabbiata su cui si fa finta di niente, ma abitava nel mio quartiere e mi hanno insegnato, in quel quartiere, a ricordare le ingiustizie.
Non ho ancora conosciuto nessun milanese abbastanza vecchio da essere in grado di camminare a quei tempi, che non sia andato ai funerali delle vittime, in piazza Duomo. Non ho ancora conosciuto nessun milanese che non ricordi bene quel giorno e quegli applausi che mi hanno così dettagliatamente descritto.
Milano è anche e soprattutto piazza Fontana, dalla reazione della città, all'ingiustizia delle indagini, all'assoluzione (ma responsabilità fascista ben riconosciuta) degli imputati. A 5 minuti da lì c'è l'università, dove in quegl'anni si formava il gruppo di azione partigiana di Feltrinelli.
L'orrore di quel luogo mi fa venire voglia di bellezza, prendo via Torino per finire dopo un po' sui navigli. Oramai è sera, lampioni gialli, pavè. So che se proseguissi per un paio di chilometri mi troverei sulla destra la casa di Giorgio Gaber, il nostro poeta, un altro bel pezzo di città in uno dei posti più romantici della città.
Per tornare a casa la prendo molto larga e passo dalla mia università, una volta polo di vera grande eccellenza industriale, un luogo da operai, il luogo dove sono nate le Brigate Rosse, perché Milano è anche questo.

Queste cose non le ho studiate anche perché nessuno ha mai voluto insegnarmele (infatti può darsi siano sbagliate), queste cose me le ha raccontate la mia città e io provo a ricordarmele ogni volta che ci passo in mezzo. Milano è disseminata di lapidi e targhe che ricordano cosa è successo, dalle lotte partigiane al terrorismo, che spiegano perché i muri su cui sono appese grondano sangue. Milano ha sempre saputo reagire a quel sangue, è questo che la rende una bella città, è questo che la rende una città cui voglio bene. Magari di come stia vedendo svanire l'anima di Milano ne parliamo un'altra volta, sempre che i due di voi che han avuto la forza di arrivare fin qui esistano veramente.

lunedì 2 gennaio 2012

Messeg in a botl

Non so quanti di voi l'abbiano mai fatto da giovani, di scrivere una lettera al se stesso di qualche anno dopo, ma, ebbene si, il vostro affezionatissimo è uno di quelle persone che scrive al se stesso del futuro. O almeno così parrebbe dal foglio un po' accartocciato che ho trovato dietro all'armadio oggi.

L'armadio non viene spostato da 12 anni, il foglio è datato 2002, ma superato questo piccolo ostacolo quantomeccanico (nonché il notevole accumulo di polvere e le strane forme di vita che ivi avevan su messo famiglia), quanto quel foglio contiene è quantomeno sorprendente.

Quando muori non credo gliene freghi uno stracazzo di niente a nessuno di quante frasi di Jim Morrison sai sfoderare nei momenti più opportuni

Sul retro, invece, c'è scritto:

Ricordati di scriverlo sul blog, non importa il contesto

Ed io così ho fatto, fedele a me stesso.

Buon anno stronzetti.

giovedì 29 dicembre 2011

Da piccolo ero un bambino tutto speciale

Trovo esistano due difficoltà pressoché insormontabili che si devono affrontare, quasi sempre perdendo data la loro pressochinsormontabilità, nel momento in cui si prova a mettere per iscritto un racconto, una narrazione, un pensiero.

La cosa senza dubbio più difficile è dare i nomi ai vari personaggi. Non ho fantasia per i nomi, non ne ho mai avuta, sarà dovuto al fatto che non so mai il nome di quasi nessuno, il più delle volte. Per ovviare a questa mancanza di fantasia, i personaggi io li numero, che magari poi, per motivi altri, il loro nome mi sembrerà evidente.
La controindicazione è che poi ci si ritrova con situazioni in cui 1 dice a 6 che 4 ha ucciso 38 e nessuno dei due sa come dirlo a 115, che è il figlio di 38 e 922. O cose simili, per decine di pagine, a mano.
Ecco credo che il fatto che poi il racconto abbia comunque senso per me denoti un qualche disturbo mentale. Non ai livelli di quando davo i numeri alle parole, che per altro non faccio più dacché la rai, ad una certa ora, faceva finire le trasmissioni con un disco colorato e un suono costante ed ipnotico (che no, non cambiava se stavate a guardarlo per 3 ore, magari alla quarta ora si, però non saprei), però credo che in qualche modo questa storia, quella dei personaggi numerati dico, sia in qualche modo collegata con quell'altra. La cosa poi divertente è inserire volutamente qualche errore qua e là, sostituendo in punti casuali i ruoli dei vari personaggi e ingegnarsi per tenere in piedi la trama. Così, male che vada, se decidono di fare la settima stagione di Lost sei prontissimo a scriverne la sceneggiatura.

L'altra cosa è ben più superabile ed è un po' il filo conduttore di ognuna di queste pagine virtuali: la banalità. Ritengo particolarmente difficile, se non impossibile evitare di dire delle spaventose banalità. Se non altro perché, spesso, si mettono per iscritto pensieri oramai consolidati e quando li scrivo non mi pare abbiano più tutta sta originalità. E dunque niente, ci si riduce al compromesso con se stessi di cercare di dare ad ogni momento la banalità che più si merita.

Pensieri profondi, quelli di 18.

mercoledì 23 giugno 2010

L'inesorabile affiorare di ricordi senza motivo

Una volta la mia cuginetta, che a quei tempi aveva si e no 5 anni, guardo sopra il mio letto, dove svetta l'oramai inflazionata immagine del Che e chiese a mio padre: "Chi è quello?"

Mio padre in 22 anni mi ha palesato una qualunque sua inclinazione politica solo quando una volta urlò addosso al vicino leghista quanto fosse totalmente privo di logica e fondamento il suo pensiero secessionista. Se no nulla, sempre molto attento a non influenzarmi mai. Per esempio ho fatto il catechismo anche se non l'ho mai visto avvicinarsi a una chiesa in vita mia. A ben pensarci poteva trovare metodi più folkloristici per spingermi verso il consumo occasionale di droghe.

Ho passato l'intera infanzia a ignorare una qualunque opinione di mio padre in campo politico, se si vedeva il Tg3, poco dopo cominciava il Tg5. E si guardavano nello stesso modo. Prendeva Repubblica, è vero, ma non così spesso da annoverarlo tra i lettori di Repubblica. Con l'avanzare degli anni ho elaborato che era stata una sua scelta di lasciarmi libero di credere in quello che volevo o una sua qualche difficoltà nel sbilanciarsi con me.

Mio padre guardò il poster, rosso e nero, dallo sguardo sognante (il poster dico, lo sguardo di mio padre io mica lo vedevo), con lo sguardo che dice ancora "Hasta Siempre comandante".

Quel modo di crescermi era probabilmente il vecchio imprinting ideologico, quello che contano sono gli ideali di ugaglianza, di rispetto, di raziocinio. Cose che sono nate in me, a mio modo di vedere, in maniera del tutto spontanea, nonostante il catechismo.

Mio padre aspettò un attimo prima di dire "quello? quello è un eroe".

Una cinquenne una frase del genere non la sente neanche, infatti credo che me l'abbia chiesto nuovamente qualche tempo dopo, però in quella frase, molto casuale, così fine a se stessa, così dettata dalla ormai familiare volontà di troncare il discorso, quella frase col tempo mi è rimasta. Perché è così squisitamente ideologica, così noncurante dei morti provocati dal vecchio Ernesto, così preberlusconiana, da raccogliere in se stessa una qualche poetica, da avere la forza di 22 anni di silenzio.

Perché nel 94 nacque il primo partito post-ideologico, iniziò a morire la politica, fino a quando non nacque il secondo primo partito post-ideologico, pieno di ex-democristiani, ex-socialisti ed ex-comunisti, che ha decretato ufficialmente che governare uno Stato, o meglio per convincere la gente a farti governare, non serve avere ideali, neanche quelli prima citati. Lentamente pare ci si dimentichi anche che servirebbe per lo meno avere idee, ma pare che di questi tempi è chiedere troppo.

Quasi servisse la presenza di qualche eroe.

domenica 30 maggio 2010

Ricordo, stragi di mafia, vecchie canzoni e libri di storia

Una volta ero alle elementari, in quel caldo pomeriggio d'ottobre noi si era in giardino a fare quello che la società impone di fare a degli ottenni o poco più: partita di calcio. La ricreazione si doveva svolgere sempre così: 4 giacche per terra a delimitare una porta dai pali spropositamente larghi che ribattevano il pallone sempre nello stesso modo, sfidando ogni legge sulla conservazione del momento. Me li ricordo bene, quegli intervalli post pranzo che ti procuravano quelle strisciate d'erba in corrispondenza delle ginocchia sui jeans, che ogni tanto ti procuravano qualche livido, qualche labbro gonfio per una parola detta fuori posto.
E mi ricordo anche che una volta la maestra Concetta, perché è così che si chiamava quella che ci insegnava a leggere e scrivere ma non a far di conto, ci stava richiamando segnalando l'inesorabile fine del ludico momento e ricordo anche che cominciai a correre, in direzione della porta. Non era una decisione tattica delle più ardite per uno che era scarso quindi faceva il difensore, bensì la porta, con le sue due giacche, era tra me e l'ingresso della scuola dai tratti archittettonici così marcatamente fascisti.

Strano come qualche ricordo sia estremamente nitido, per me che poi non dimentico nulla. Per esempio mi ricordo quella notte del 27 luglio 1993, o meglio mi ricordo la mattina seguente quando mia nonna, perché era a casa sua che mi trovavo, mi disse: "è scoppiata una bomba vicino a casa tua". Una bomba che uccise tre vigili del fuoco, la cui caserma era proprio lì vicino, accanto alla mia scuola materna. Tre vigili del fuoco che una volta mi fecero salire su uno dei loro mezzi, mi mostrarono come il loro pastore tedesco riuscisse con facilità ad aprire il portone della caserma. Anche quel cane era sul posto quella notte, così mi dissero poi degli altri vigili, ma lui si salvò. Insieme a loro morirono anche un vigile urbano, anche lui giunto sul posto, e un, cito il tg5 della sera successiva, "vagabondo, un immigrato irregolare" che dormiva su una panchina.

Mi ricordo che quel caldo pomeriggio d'ottobre mi dirigevo di corsa verso l'ingresso della scuola dai tratti archittettonici così marcatamente fascisti e vidi a terra il cappotto blu del mio compagno di classe Antonio, promosso a palo destro della porta, il cappotto, non il mio compagno Antonio, anche perché era decisamente troppo robusto per essere un palo.

Ricordo anche che in quella calda estate del '93 ci furono altre bombe, me le ricordo bene, oltre a quella vicino a casa mia, che ora viene ricordata come la strage di via Palestro. Mi ricordo che la parola mafia usciva spesso, molto più spesso di quanto non si fosse fatto nei mesi precedenti, essì che l'eco delle esplosioni in cui son morti quei due giudici si sarebbe dovuto ancora sentire. Come se lontano dalle stragi la memoria della gente si intorpidisse. E si intorpidiva in fretta perché pochi mesi prima avevano provato ad uccidere Maurizio Costanzo, credo perché reo di aver invitato Rita Dalla Chiesa, figlia di una delle figure antimafia più rilevanti della mai studiata storia Italiana.

Mentre correvo verso quel cappotto lungo, di quelli che per un certo periodo della mia vita mi son rifiutato di mettere, prima di pensare che con un cappotto lungo, se mi mettevo a correre, avrei dato l'impressione a tutti di avere un mantello. Oppure di essere un investigatore di quei film anni 80/90, in cui poi alla lunga si metteva a piovere, enfatizzando in maniera marcata il suo abbandonare la donna che l'amava per dedicarsi al rischio del lavoro, da vero uomo vissuto mezzo secolo fa. E ricordo che pensai, per 5 metri buoni, lo salto o lo calpesto?

Ricordo che ai tempi i giornali, alcuni giornali, si interrogarono, molto brevemente, giusto il tempo di far dimenticare la cosa alla gente, se fosse davvero solo opera di Cosa Nostra, che solo qualche anno dopo capii essere solo un altro modo di dire mafia. Strano come frasi pensate 16/17 anni fa siano ancora in qualche modo attuali. E' strano anche che saranno 10 anni che vado a concerti in cui in un certo momento chi è sul palco dice "questa canzone è stata scritta N (con N intero positivo maggiore di 10, spesso tendente al 20, a volte al 40) anni fa e sembra scritta l'altro ieri". E' strano perché c'è sempre qualcuno che si stupisce di come, facendogli pensare un po' alle cose, qualche ricordo affiori dall'intorpidimento. E' anche strano che nessuno abbia ancora scritto una canzone su come, in 10 anni, le canzoni scritte 40 anni fa (che adesso sono 50) siano ancora attuali.

Antonio non mi aveva mai fatto nulla di male e in fin dei conti andavamo d'accordo, una rarità per il mio periodo elementare. Questo suppongo non stupisca nessuno che mi conosca da più di 10 minuti, se son così, diciamo, particolare ora, figuratevi in tenera età. Diciamo che nel piccolo inferno dei primi anni di istruzione, in cui cerchi di non prendere troppe botte (sapendo perfettamente che non verrà youtube a salvarti) quelli molto più grossi di te che non ti picchiano sono qualcosa di molto prezioso.

Non mi ha mai stupito molto come le canzoni e le notizie, ciclicamente, si assomiglino tra loro. In Italia, in quell'Italia che non si vede mai sui libri di scuola perché è molto più istruttivo farti studiare come delle scimmie si lanciassero la cacca vicendevolmente tra un graffito e l'altro, oppure quei 1000 anni di sostanziale nulla chiamato medioevo, non gli avvenimenti storici eh, ma ricordo capitoli interi dedicati a come seminassero nel feudo. Riprendendo le redini di quella incidentale durata troppo per proseguire la frase precedente, dicevo, è molto più istruttivo, evidentemente, sapere quelle robe lì, piuttosto che un qualunque evento avvenuto dopo il 1945. Quindi dicevo, in italia, in quell'italia che non studi mai, le cose non cambiano, mai, al più si vestono diversamente, fino a che non si dimenticano, fino a che non si ripresentano di nuovo.

Alle elementari son sempre stato buono con tutti, più per convenienza che per sincera bontà, tranne che col bullo della scuola, che una volta voleva picchiarmi e non chinai il capo. Questa cosa lo colpì positivamente, da quella volta prese le mie difese e non mi picchiò più. Per lo meno non in faccia. Mentre correvo verso il cappotto di Antonio, a un solo passo dallo stesso, cambiai idea. E lo calpestai, tutti videro che l'avevo fatto, anche Antonio. Era un gesto così, di gratuita offesa, che mi porto dentro come una piccola cicatrice, di cui ancora so dispiacermi.

C'è un mafioso pentito, un procuratore generale antimafia e un ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Repubblica che sostengono che le tragi etichettate come mafiose di quegl'anni erano probabilmente un tentativo di golpe. Alcune accuse portano all'attuale presidente del Consiglio e ad alcuni suoi stretti collaboratori. Due soli giornali, ad oggi, hanno messo in evidenza la cosa.

Certe cose puoi dimenticarle, ma la puzza di marcio prima o poi si fa sentire, sta a noi non dimenticarle di nuovo.

Del cappotto di Antonio io non mi scorderò, è qualcosa che mi porto, come monito, sempre dietro.

Scusa Antonio, il tuo cognome non lo ricordo, ma io non mi scordo mai nulla.

Un abbraccio metaforico a Carlo, Sergio e Stefano, per quanto non riesca più ad associare i vostri nomi a vostri volti ricordo bene come siete sempre stati gentilissimi con i bambini della scuola materna che stava tra la vostra caserma e via Palestro.