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martedì 4 novembre 2014

Intrappolato

È il momento. Disse ingoiando gli ultimi calmanti della giornata sotto la tenue luce dei lampioni che, pacati, si proponevano dalle tende tirate. Pensieri felici, pensieri tranquilli. Un rituale ormai consolidato, un rituale rivelatosi sempre inutile. Come andare a messa ogni domenica.

Senza sogni si muore, lentamente, il corpo ha bisogno di ricaricarsi, un riavvio cerebrale necessario, manco fossimo un'avanzata versione di Windows Vista. Ne era ben consapevole, per questo si forzava, nonostante tutto a rinchiudersi nella sua personalissima prigione ogni notte. Per sopravvivere. Letteralmente.

Il torpore, i muscoli rilassati, la mente sempre meno vigile. Un dolce scivolare nelle fauci del diavolo. Dannazione, qualunque cosa accada so che non è reale, è solo un sogno. Solo un sogno. Era sempre quello il suo ultimo pensiero, tutte le notti. A volte funzionava, la pratica aiuta a riconoscere il vissuto quando lo si rivive nella propria testa e, all'occorrenza, a saperne prendere le distanze. Non importa quanto realistica possa essere un'immagine, una parte di me è consapevole che io lì non c'ero, io questo ho solo immaginato di averlo vissuto e ora sto solo riproducendo quell'immagine artefatta, trasmessa dalla più potente scheda grafica in circolazione. Svegliati, non sei costretto a rimanere in quella casa. Svegliati.

Aprì gli occhi, cercando riferimenti di realtà, un appendino, la sua lampada, i lampioni, quella sensazione spiacevole sul collo tipica del sudore. Il battito torna normale, il fresco del frigorifero va ad infrangersi sulla calura corporea appena sprigionata. Tanto vale riposare un po', in un perenne dormiveglia in attesa della routine.

Ma non è mai così semplice, dopo settimane di prigionia, spolpato di ogni vigore emotivo, il cervello si spegne di nuovo, soffice tra i cuscini. Non è qualcosa di vissuto o immaginato, è qualcosa che sta accadendo ora. Non è reale. O quel telefono squilla sul serio, sarà meglio alzarsi. No, non ce la faceva proprio a forzare se stesso ad uscire da un incubo in divenire, pur consapevole che quella era l'unica altra opzione, una volta addormentato. In isolati momenti, tuttavia, si rendeva conto di vivere situazioni che potevano essere piegate al suo piacere e volere, che non necessariamente doveva subire quelle sbarre. Come criminali che riescono a reinventarsi secondini, riusciva sporadicamente ad esser padrone di quel sogno, a piegare il tormento in qualcosa di diverso, financo sadica vendetta verso quel diavolo. 

E se fossi in realtà sveglio?

Questo lo tormentava, in quei sogni che cominciavano con un suo risveglio e terminavano con il consolidato rituale di cui sopra. Il dubbio, non c'è nulla di più logorante. Erano immagini ed azioni assurde, ma ragionevoli. La sua condanna per un crimine non commesso era questa: trascorrere la giornata come un passeggero, incerto se ne fosse padrone o semplicemente spendesse il tempo a sbirciare sotto la sottana della vita. I sogni erano la prigione della sua mente, a prescindere dallo stato di veglia. Lo erano sempre stati, da aspettativa irraggiungibile dalle miserie della realtà a cinico, per nulla distaccato, sguardo su ogni possibilità passata e presente. 

Un inferno tanto personale, tanto consapevole della propria deflagrante potenza da rendere ogni altro problema piccolo, insignificante. Come se l'esperienza dell'orrore, con il suo traumatico bagaglio, i dubbi, le insicurezze, potesse in fondo dare quella spinta a riprendere a dar calci nelle palle della vita.

In quel momento si risvegliò, sudato. E andò a riaprire il frigorifero.

I'll see you in the next life, wake me up for meals

mercoledì 12 marzo 2014

Di imbarazzo e stanze piccole.

Sono giorni in cui un video, che poi è una pubblicità, viene visualizzato milioni e milioni di volte perché sa racchiudere quell'umano imbarazzo che grossomodo tutti han sperimentato almeno una volta nella vita. Sono giorni in cui un giornale pubblica storielle adolescenziali che grossomodo tutti hanno vissuto o osservato almeno una volta, storielle che colpiscono giusto perché sono sul giornale, perché accadono sporadicamente qua e là nel mondo e non c'è nulla di bizzarro, ma su un quotidiano possono diventare giganti, tetre, perverse (vi ricordate il diario di Sara Scazzi spiattellato in prima serata con musica appropriata? Io si, pezzidimerda). Certo, avrebbero potuto sottolineare di più che non è un'inchiesta, ma giusto il racconto di una storia, simile magari a tante, ma non a molte. Certo, avrebbero potuto fare una piccola riflessione, giusto per non essere un lancio d'agenzia ma un articolo di giornale. Ma in fondo, al di là del lavoro approssimativo della Bea, credo che più che l'imbarazzo per una storia di libertà sessuale che potrebbe avere della sociopatia dentro, se ne parli tanto perché sotto sotto una buona fetta di lettori ha gradito quel centinaio di parole che ha dato loro immagini mentali utili per i loro momenti di intima masturbazione. Perché si può fare i difensori della dignità della donna, i bigotti indignati, ma c'è una buona fetta di popolazione che non disdegnerebbe sbattersi senza responsabilità e ritegno una quattordicenne, poco importa se ci sono 30 o più anni di differenza, scoparsela perché "tanto lo vuole" è l'intimo desiderio di quella fetta ben amalgamata nella popolazione. Per questo c'è una legge e per questo non si fa educazione sessuale nelle scuole.

Storie di imbarazzo o da imbarazzo. Pare che tirino e quindi ve ne puppate una.

Si entra con il passo di chi è probabilmente in ritardo, un silenzio quasi religioso, ti pare quasi che i tuoi passi possano riecheggiare nei corridoi.
Salve, avrei un appuntamento.
Si accomodi prego, arriva subito.

Si accomodi, come se fosse comodo aspettare lì. La sala d'aspetto sarà 15 metri quadri, 8 sedie blu, qualche rivista ammassata che non legge mai nessuno. Ci sono altre 4 persone già, al tuo arrivo scambi un mezzo sorriso ad occhi bassi con al massimo due di loro. Ti siedi e ringrazi di non conoscere nessuno. Ognuno cerca di evitare gli sguardi altrui, c'è solo uno che per ingannare il nervosismo osserva con discrezione ogni movimento altrui per scriverci un pezzo sul blog. La testa è sempre mezza china, lo sguardo fisso, può esserci una gamba che saltella nervosa, quello dipende dal soggetto, ma in fondo il comune denominatore sono le mani. Tutti nascondono le mani, c'è chi tiene le braccia conserte, chi le ha sotto le cosce, chi giochicchia con le punte dei capelli, chi le avvolge attorno ad un touchscreen. Te ne accorgi quando noti il tremolio nelle tue.

I minuti si scandiscono con l'arrivo di figure differenti dal sorriso rassicurante che abbozzano nomi mal pronunciati.

Eppure basterebbe solo iniziare ad ascoltarsi magari, quattro chiacchere sul tempo, qualcosa che ammorbidisca l'aria sopra i capi chini.

Inizi a respirare cercando di sembrare meno nudo, la nudità di avere persone nel tuo stesso identico stato di imbarazzo ansiogeno.
Pochi minuti e passerà tutto, ti ripeti, pochi minuti e potrò alzarmi e camminare via da questa situazione in cui chiunque potrebbe migliorare le cose ma in cui nessuno, soprattutto tu, accumulerà mai abbastanza coraggio per farlo.

È il tuo momento. Dai, alzati e salutali, un sorriso può far sempre bene a degli sconosciuti. Non lo fai, con lo sguardo basso sei arrivato e te ne vai allo stesso modo. Abbandoni quei 15 metri quadri di storie non raccontate e vai. Perché una volta in quei 15 metri quadri, anche se non è un'unità di crisi, è come se tutti, compreso te forse per condizionamento, avessero la faccia di chi in crisi ci entrerebbe se si dovesse aspettare oltre o peggio rimandare.

Ripassarci davanti qualche decina di minuti dopo ti cambia lo sguardo ed il sorriso, ma quell'atmosfera di imbarazzata nudità condivisa riesce lo stesso a colpirti. Non scambi mezzo sguardo e torni a cercare il sole sulla faccia.

La prossima volta sarà più facile, la prossima volta saranno meno sconosciuti, la prossima volta, te lo ripeti, sorriderai e renderai la giornata di qualcuno più leggera per un secondo, renderai la tua più significativa per un secondo.

In fondo basterbbe farci compagnia.


No, non è il racconto di chi va a donare sperma. Quello lo pubblico verso Pasqua.

mercoledì 5 febbraio 2014

Bianco

Una stanza vuota, il tavolo nascosto sotto le carte, i muri bianchi ed immacolati, una sedia buttata per caso, un cavalletto, macchie sul pavimento consumato. Il sole entrava prepotente dalle ampie finestre, si diffondeva repentino in ogni angolo, fin quasi ad appiattire la scena. La profondità doveva venire da dentro. Dipingeva nutrendosi d'aria, di storie impresse in attimi rubati dalla vita, di antidolorifici disciolti in bicchieri di latte, perché la bellezza, in ogni forma, immaginata o scolpita con la grafite e il pelo di bue, avrebbe sempre richiesto il suo tributo. Il passato veniva accumulato in angusti sgabuzzini ormai pieni di polvere e minuscole forme di vita che avidamente ne erodevano i contorni. Si lasciava riempire dalla luce fin dalle prime ore, ne osservava e descriveva i giochi, cercando di carpirne i segreti, cercando di capire la notte.

Osservava il bianco uniforme della propria vita con la felicità di chi ha uno sgabuzzino pieno d'acari, si immergeva nella vita come corpo estraneo, spiando, assorbendo i colori altrui, talvolta financo inquinandone l'invecchiamento. Tornava nella sua bolla di luce a vomitare dalle dita ogni fermo immagine, a curare le ferite col suo latte speciale, a stipare il suo sgabuzzino fino al limite estremo.

Ogni storia ha bisogno di un motore, ogni tela di una spinta dopo i sedativi. A lui non mancava, al punto che la grande casa di vuoto ormai aveva solo quella stanza, ogni giorno senza sosta, inalando i colorati respiri della vita spiata faceva. Una rivalità, quello era il motore, una frustrazione verso chi avrebbe sempre mosso le mani sul bianco meglio di lui, verso chi non riempiva solo stanze, verso chi non creava solo sgabuzzini, verso chi non consumava la luce con gli occhi, verso chi non meritava quella luce.

Sorso.

Tutto si offuscava, avrebbe smesso di sporcare la luce inalata, avrebbe creato quel candore, l'ultimo, che lo circondava dentro di sé.

Un pennello affilato, un pennello speciale, il pennello del riscatto, copiose macchie comparivano sotto l'impeto del suo lavoro, movimenti decisi, ad imprimere la propria libertà di essere più di chiunque, più di ogni cosa, per un'ora come per tutta la vita. Delineava contorni, sfumava luci riflesse e fatte ormai proprie.

Ecco. Raggiunta quella bellezza, quella di cui per anni ha abbozzato maldestre prove ora accatastate in ogni luogo. Gli ultimi ritocchi si fanno con un sorriso. Il gran finale di un crescendo. Alla faccia di quel bastardo.

Sorso. Intorpidimento. Troppe aggiunte a questo latte. Ma che colori caldi questo tramonto!

I paramedici chiamati dai vicini allarmati dal cattivo odore dovettero chiamare i pompieri per aprirsi un varco tra le cataste di tele e blocchi intonsi, non sapevano nemmeno dire se ci fossero dei mobili. Lo trovarono seduto verso la finestra con l'ennesima tela bianca sul cavalletto, il viso consumato in una smorfia sorridente. Una rossa pozza secca tutto intorno a lui, adagiato sulla sedia nudo, il sole riempiva uniforme e violento ogni angolo, nessuno notò con quanta cura si era premurato che ogni schizzo sul proprio corpo fosse esattamente dove doveva essere. Di quanto armoniosa fosse la posizione del bisturi sul pavimento. Nessuno lo notò, distratti dal bianco impolverato tutto intorno a loro.

Nessuno.

venerdì 24 gennaio 2014

I miei sogni di libertà

La piccola lampada sul tavolo non bastava nemmeno ad illuminare i pochi oggetti che aveva, ma tanto bastava. La penombra è un abbraccio di brillante fascino. Fuori la città addormentata stava ignara come solo la fase REM ti può rendere. Era quella convinzione, di essere l'unico sveglio in tutta la città, che lo rendeva così pacifico.
Cercava sovente risposte sui fondi delle bottiglie, raramente vi trovava altro che un dolce intorpedimento dei sensi e una insensata tendenza ad accentuare le emozioni, sorrisi o lacrime che fossero. Saliva lentamente di gradazione, in maniera inesorabile trangugiava malti e luppoli di vario tipo e preparazione, lasciava l'immaginazione vagare e le sue pagine bianche riempirsi di quella storia che non si sarebbe mai compiuta.
Qualche volta era anche solito abbandonare le quattro claustrofobiche mura del suo appartamento appena arredato per uscire, in simil pigiama sfidando le sferzate del mattino non ancora nato, e osservare dal basso quella stessa città che, già con le prime luci dell'alba, si attiverà con le sue formiche operose. Piccoli puntini che osserverà con gli occhi a mezzasta e l'alito acido di chi ha bevuto troppo la sera prima, osserverà dall'alto, dietro il vetro che lo separa dalla vita degli altri.

Tutto quello che mi serve è una pagina bianca ed una storia da raccontare.

Così si diceva per giustificare il suo non voler prendere parte alla follia collettiva chiamata routine, quella che da sempre aveva alimentato lo slancio creativo, la corsa al collo della bottiglia e il lento spegnimento dell'amor proprio. Un susseguirsi di eventi sempre uguali a loro stessi, la frustrazione di non poter mai, malgrado ogni sforzo, cambiare le cose. Che fosse grazie alla sua creatività o con piccoli gesti quotidiani, il mucchio di formiche operose, il giorno dopo, si sarebbe comportato allo stesso modo.

Dunque osservava la vita da lontano, piccola e distante, si nutriva appena per sopravvivere, si attaccava al proprio intorpidimento ed immaginava. Volava col pensiero in situazioni reali ma supposte, dimostrando una chiara capacità di chiaroveggenza ad un occhio esterno. Occhio miope nel vedere che era fredda descrizione di un futuro già avvenuto.

Scriveva, sempre delle stesse cose, di tutte quelle possibili, scriveva di ciò che il tempo aveva sgretolato e di ciò che ancora per un po' avrebbe resistito.

Sorso.

Formicolio tra le sinapsi.

Era il momento di correre più veloce, di lasciare che la pagina si sporcasse, di non ostacolare la storia, identica a dieci pagine prima, diversa in tutto e per tutto. I personaggi del suo mondo supposto cercavano di venire a capo di un rompicapo truccato, lui onnipotente si sfogava giocondo nel rendere interessante la vita altrimenti patetica di ognuno di loro. Tesseva fili che tagliava con sadico potere.

Sorso, si sale sempre più in direzione di quella esplosione tanto voluta.

La storia da sempre supposta si era oramai delineata in un incessante battere di tasti, non restava che concludere, decidere cosa al lettore doveva rimanere di quella notte lunga giorni, ogni pedina era con sapienza stata mossa per toccare i tasti di una vita ormai lontana ma così ben dipinta.

Sarebbe stata gioia o crudele fallimento. L'amarezza o un sorriso.

In quel momento era finalmente padrone, in quel momento poteva smettere di bere, di cercare di offuscare la raggiunta lucidità.

Saltò nella libertà.
L'impatto fu notato la mattina dopo, dal giornalaio, la prima di tutte le formiche del giorno.

venerdì 21 settembre 2012

Racconto d'autunno

Quanto può essere banale cominciare con una foglia che cade, artritica, da un albero? Ma era proprio quello che si vedeva, andava roteando in una discesa non uniforme, con capriole che la facevano accelerare e poi fermare a mezz'aria. L'albero da cui veniva era ormai troppo spoglio per proteggerla ancora, dunque piccole secchiate di gocce finissime finivano per appesantirla, facendola vibrare fino ad appiccicarsi al terreno, morta, per sempre.

L'ombrello era abbastanza grande da ricoprire tutti e due, ma dovevano star stretti, come pinguini, per proteggersi dagli schiaffi bagnati del vento. La pioggia fine li circondava tutt'intorno, glaciale, penetrante, di quelle pioggie che prendi senza proteggerti, non aggressive, ma che alla fine ti sono arrivate fino alle ossa. Stretti, uniti, cercando di arrotolare una sigaretta che andava via via svuotandosi, portata via dal vento.

Le automobili passavano poco più in là, in fila, ordinate, lente. La benzina ormai saliva di qualche centesimo ogni mese, ma nessuno rinunciava a passare quelle ore della loro giornata incolonnati, ordinati, nervosi, lenti. Persone che per dormire di più al mattino andavano di corsa, in modo da stancarsi e dover dormire di più: il riassunto della futilità. Ormai da tempo ci si era convinti che quelle carrozze a scoppio fossero indispensabili. Non importa che fossero lente, costose e stressanti, non se ne poteva fare a meno. Tossicodipendenza da spesa immotivata ed inefficiente.

Incendiare quelle sigarette dava qualche sfrigolio in più del solito, qualche goccia doveva averli in qualche modo raggiunti. Se ne stavano in silenzio ad osservare il verde che moriva per rinascere giallo, marrone e rosso, colori caldi per una stagione fredda. La pioggia suonava per loro e loro erano ben contenti di essere gli unici spettatori e, silenziosi, si scambiavano grandi pensieri con sorrisi appena accennati.

Rumori in lontananza di qualche treno carico di lavoratori, pronti ad affrontare un'altra giornata di fatiche. C'era chi faticava per comprarsi da mangiare, chi per dei nuovi vestiti, chi per fare un bel regalo alla fidanzata che gli anniversari sono il giorno in cui ci si dimostra l'amore vero, chi voleva un telefono nuovo da accarezzare che il vecchio era tutto pieno di ditate, chi invece lo faceva per pagarsi la benzina da bruciare dentro la sua carrozza a scoppio, ordinato ed in fila come tutti gli altri, ma almeno fuori da quel mucchio.

Loro invece erano fermi, erano lì solo per respirarsi un po' addosso, per produrre colonne di fumo allungate dal vento. Erano lì per compiacersi. Compiacersi davanti a tutti quelli troppo indaffarati per guardare l'autunno, compiacersi davanti ad un autunno che era venuto apposta per segnalare al mondo che le cose devono finire e dunque morire, compiacersi di qualcosa che stava nascendo, in autunno.

Un ottimismo immotivato, silenzioso, a tratti smielato, banale e irrazionale. Un ottimismo strano, bello, limpido.

Una foglia si stacca dal ramo, ha resistito più delle altre ma ora vuole, come le altre, fare le capriole, buttarsi giù sbattendo le ali, facendo finta di volare. Dall'altro lato della strada un ragazzo prende la pioggia e un altro gli si avvicina, offriva solidarietà.

domenica 13 maggio 2012

Morte di un poeta

Quando lo incontrò ebbe la stessa impressione che aveva chiunque incrociasse il proprio cammino con lui, uno spiantato, che viveva alla giornata, nella nullafacenza. Non escludo che una definizione simile non fosse sbagliata, ma, si sa, alle volte andare più a fondo nelle questioni poteva rivelare bellezze insperate.

Capita di rado di incrociare una storia che, per quanto di breve durata, riesca a cambiare ogni evento che seguirà quell'incontro, questo 18 lo sapeva e certo la sua scarsa inclinazione alla ricerca di nuove relazioni umane non aiutava. Ma erano lì, soli come i papaveri rossi che crescono lungo la ferrovia, circondati da tutto. La pioggia era di quelle fini e taglienti che ti bagna in profondità ed il suo ombrello era abbastanza grande per accoglierli entrambi. I capelli neri ed incolti si incollavano sul viso rendendolo come incrinato, triste.
In fondo non ci devo parlare per forza se gli faccio spazio sotto l'ombrello, pensò.

Scusami, vuoi ripararti qui sotto? Il pullman ci metterà un bel po' prima di arrivare.

Oh no, grazie. Stiamo parlando.

Non so spiegare come quel breve scambio di battute, all'insegna del nonsense, avesse potuto dare il via a uno dei più decisivi incontri della vita di 18 ed in fondo non è questo quello che conta davvero, il giorno dopo uno dei due sarebbe morto. Il giorno dopo sarebbe rimasto, indelebile, solo il messaggio. 31 era un poeta ed un poeta sa sempre decidere quando morire, aveva scelto quel giorno e niente poteva cambiarlo.

La sua poesia non era scritta, la sua poesia era nell'incessante ricerca di un modo di lasciare qualcosa che resistesse anche solo 5 minuti al vento del passato. Quella ricerca era diventata il suo abisso, un abisso dal quale adorava nutrirsi, senza sosta, facendosi trascinare in posti lontani che la gente che gli scorreva intorno non poteva vedere, non voleva capire. Per questo era evitato dai più, nonostante un aspetto non sgradevole, trasandato si, ma non sgradevole, non più di un qualunque giovane presunto alternativo che si poteva trovare in una qualunque città. Lo evitavi perché è così che istintivamente ti comporti verso qualcosa che non capisci e nel suo caso emanava una magnetica felicità che di certo non sapevi spiegare. Uno così, che viveva in equilibrio sui bordi della società, rifiutando con inconsapevole cocciutaggine ogni costrutto artificioso che la società aveva imposto dalla metà dell'ottocento a questa parte, non poteva essere felice, non poteva avere la nostra felicità. Era una persona che si crogiolava nel profondo abisso dei propri pensieri e che il più delle volte in cui apriva bocca lo faceva per parlare a se stesso, al vento, alla pioggia, ad un lampione o ad un rifiuto caduto fuori da un cestino, sfuggendo al proprio destino. Dunque era sorprendente come una persona così, per così dire, chiusa in un mondo esterno a quello in cui viviamo, riuscisse ad essere così trasparente alla vista. Un rapido scambio di battute, tanto bastò perché 18 sapesse con sufficiente profondità chi aveva incontrato, tanto bastò ad entrambi per instaurare, quella sera e solo per quella sera visto come è finita poi, una sincera amicizia. Parlarono molto, sorseggiando ognuno il proprio intruglio alcolico preferito, molto diversi anche in questo. 31  nella vita voleva esagerare, sempre, non importa in cosa, ma non voleva intraprendere niente senza la consapevolezza che avrebbe esagerato, arrivando al limite estremo delle sue azioni e dei suoi pensieri. Solo così, diceva, riusciva a combattere l'opprimente futilità delle cose: esagerare, sempre, anche nella moderazione, anche nella banalità se necessario. Certo, se si rendeva necessario troppo spesso avresti avuto lo stesso peso nella storia dell'umanità di un tubetto di colla stick impiegato per rinforzare un ponte già solido, ma non tutti avevano, come lui, l'ossessione di lasciare qualcosa dietro di sé.
Non lo sentì mai lamentarsi, in tutta la sera. La sua tequila faceva schifo, glielo si leggeva negli occhi, ma anche di questo non si lamentò, si limitò a cambiare intruglio, cercandone uno più schietto, che sapesse prendergli a schiaffi il cuore. Non si lamentò della politica, non si lamentò dell'economia, non si lamentò di una deriva della società che portava la cultura ad essere sempre più solo un arma per farsi una inconsueta scopata. Non per ignoranza, ma per rifiuto, non aveva bisogno di struttura nella sua vita e probabilmente era convinto che la struttura fosse necessaria solo quando ci si dimentica la genuinità dell'emozione e dell'animo umano. Aveva anche una profonda cultura, fatta di esperienze di vita e non solo di studio, lo si capiva perché, se un qualche genere di conoscenza doveva emergere nel discorso, non emergeva mai in maniera didascalica, mai innaturale. La sudava insieme ai fumi della tequila, mentre ti parlava, la cultura dico. Non aveva mai perso un attimo a lamentarsi, lasciandosi molto più tempo per pensare, molto più tempo per agire, fallendo il più delle volte e sapendo apprezzare ogni singolo fallimento come sincera espressione della sua libertà.

Avevano finito da bere e ognuno di loro si godeva il tenue sfrigolio che solo la carta di una sigaretta appena incendiata sapeva produrre. 
Non mi resta un ultimo messaggio da lasciarti, disse 31 all'improvviso gettando tra mille lapilli la sigaretta in mezzo ad una curva, vivere è per la maggior parte della gente un furibondo susseguirsi di cose superflue, finalizzato al produrre altri individui che portino avanti il superfluo. Per quei pochi, in cui ho l'arroganza di includermi, che hanno capito questo semplice concetto la vita si riduce ad una battaglia sempre più estenuante contro un mondo dentro se stessi fino a trovare una felicità che non sanno descrivere e che dunque non possono donare a quel mondo da cui sono scappati. Ecco, quella è la fine del viaggio, lo è in maniera così lampante che si decide semplicemente di spegnersi. Ti ringrazio tanto di avermi saputo ascoltare, hai fatto il tuo primo passo da solo, questo ti causerà sì dei problemi, ma ti piaceranno.

Furono le sue ultime parole, si spense, come aveva detto, come aveva voluto. Una macchina sbandava più in là, recuperando con fastidioso stridore l'aderenza perduta, e lui si spense guardandola, seduto appoggiato ad un muro scrostato qualunque, guardandola in lontananza. Con gli occhi aperti, il gomito appoggiato sul ginocchio, un piccolo sorriso che da alcuni punti di vista pareva un ghigno di soddisfazione verso un mondo che non era riuscito a fargli rispettare le regole nemmeno in quell'ultimo, anonimo, momento. Morì facendo il rumore che fanno le farfalle nel piatto frinire del vostro campo. 18 lo guardava, era così insensatamente uguale a voi, era quella persona che voi non sarete mai. Nessuno riuscì mai a capire cosa gli aveva spento la testa, rimase per tutti un anonimo matto, morto in quella fanghiglia di cui si ricoprono le grandi città quando piove.

Esagerare, sempre, questo non lo seppe scordare.

domenica 8 gennaio 2012

Storia di una incredibile felicità

Guardò l'orologio. Era un orario strano, credo di non averlo mai visto, pensò. Era solito prendersi alle volte delle serate per sè. Girava squarciando coi suoi fari asimmetrici il buio della città. La radio magari spenta, il finestrino aperto, la sigaretta che getta ovunque meteorici lapilli per via della turbolenza. Era solito terminare le sue modeste corse entro i limiti di velocità in qualche bar, di quelli che non frequentava abitualmente.
Molti considerano il bere da soli un gesto di tristezza, solitudine, tormento. Per lui non era così, non che gli mancasse la compagnia, solo che ogni tanto gli piaceva trovarsi del tempo da condividere con il suo bicchiere, il suo pacchetto di sigarette, il suo tavolo in legno consumato da generazioni di artisti del bassorielievo, con la gente che gli scorreva intorno.
E osservava.

Sorso.

La sua vita era un barcamenarsi tra coppie che non si sarebbero mai lasciate, salvo lamentarsene, e foto rese scarse tanto dal fotografo quanto dal mezzo. Si ritagliava così il suo angolo di paradiso fuori dal rumore di quella società.

Sorso.

Due tavoli più in là delle ragazze alternano un tenuo schiamazzare al silenzioso abbozzare con le labbra le parole di qualche canzone. Canzoni buone solo per estrapolare qualche verso che sicuramente farà effetto scritto da qualche parte. Per lo meno su di loro.


Sorso.

Al bancone si orchestrano i più o meno diffusi discorsi da bar.
C'è la crisi.

Che insieme a ce lo chiedono i mercati è il nuovo me lo dicono le vocine nella testa.
Ce lo chiedono i mercati!

E bam... ti prenoti per lo sconto di pena.


Sorso lungo, a sentire il malto, che c'è crisi.

Guarda che tette quella.
Eh ma così grosse vedrai, tra qualche anno...
Che poi che gliene frega degli anni successivi, pensava, quelle tette le desidera qui ed ora, tempo qualche anno e fanno a tempo a innamorarsi. A quel punto che gli frega delle tette?

Sorso.

Non la capiva, tutta quella gente la fuori, così ossessionata dall'estetica, dalla ricerca di un modo in cui le cose in qualche modo sono loro gradite. Senza saper accettare più la bellezza per quello che è. Apprezzabile veramente solo quando ha la capacità di stupirci.

Sorso.

Entra una coppia cromaticamente mal assortita, sebbene omogenea. Come se Formigoni facesse un pompino a Elton John.
Pensò questo mentre beveva.

Rise.
Schizzi negli occhi.

Fazzoletto.

Sorso.

Raccoglie il pacchetto di Winston rosse dal tavolo. Si avvolge in una nuvola di fumo per proteggersi fino alla macchina. Sta volta la radio la accende. Janis Joplin gli stava graffiando le orecchie quando la strada sbandò. Lui, invece, no. Sorrise.

Sorso.

giovedì 29 dicembre 2011

Da piccolo ero un bambino tutto speciale

Trovo esistano due difficoltà pressoché insormontabili che si devono affrontare, quasi sempre perdendo data la loro pressochinsormontabilità, nel momento in cui si prova a mettere per iscritto un racconto, una narrazione, un pensiero.

La cosa senza dubbio più difficile è dare i nomi ai vari personaggi. Non ho fantasia per i nomi, non ne ho mai avuta, sarà dovuto al fatto che non so mai il nome di quasi nessuno, il più delle volte. Per ovviare a questa mancanza di fantasia, i personaggi io li numero, che magari poi, per motivi altri, il loro nome mi sembrerà evidente.
La controindicazione è che poi ci si ritrova con situazioni in cui 1 dice a 6 che 4 ha ucciso 38 e nessuno dei due sa come dirlo a 115, che è il figlio di 38 e 922. O cose simili, per decine di pagine, a mano.
Ecco credo che il fatto che poi il racconto abbia comunque senso per me denoti un qualche disturbo mentale. Non ai livelli di quando davo i numeri alle parole, che per altro non faccio più dacché la rai, ad una certa ora, faceva finire le trasmissioni con un disco colorato e un suono costante ed ipnotico (che no, non cambiava se stavate a guardarlo per 3 ore, magari alla quarta ora si, però non saprei), però credo che in qualche modo questa storia, quella dei personaggi numerati dico, sia in qualche modo collegata con quell'altra. La cosa poi divertente è inserire volutamente qualche errore qua e là, sostituendo in punti casuali i ruoli dei vari personaggi e ingegnarsi per tenere in piedi la trama. Così, male che vada, se decidono di fare la settima stagione di Lost sei prontissimo a scriverne la sceneggiatura.

L'altra cosa è ben più superabile ed è un po' il filo conduttore di ognuna di queste pagine virtuali: la banalità. Ritengo particolarmente difficile, se non impossibile evitare di dire delle spaventose banalità. Se non altro perché, spesso, si mettono per iscritto pensieri oramai consolidati e quando li scrivo non mi pare abbiano più tutta sta originalità. E dunque niente, ci si riduce al compromesso con se stessi di cercare di dare ad ogni momento la banalità che più si merita.

Pensieri profondi, quelli di 18.

lunedì 26 dicembre 2011

Di natale, progetti e altre cose di cui potrei fare a meno di scrivere

Mi è stato fatto notare recentemente che non scrivo da una vita. O meglio, non scrivo qualcosa che non riguardi Libera da una vita. Nel mentre ci son state un mucchio di novità, la più importante è che questo blog è passato sotto il giogo del diavolo google. Poi è pure cambiato il governo, ma non mi piace parlare di quello che la gente si dicono al bar. Dicevo, Splinder ha deciso di chiudere i battenti e dunque son migrato a blogspot, so che non ve ne eravate accorti e so anche che senza questa informazione avreste mal dormito, incompleti, nell'ignoranza. Nella migrazione si son perse delle cose, un paio di post a cui ero affezionato e che magari vi rimetto, un po' di accenti la cui assenza mi crea più dolore fisico delle mie ultime due relazioni con il gentil sesso, una generale formattazione del testo che lascerò approssimativa così com'è per ricordarmi che avere i soldi non è sinonimo di far le cose bene. E questo metodo sicuramente mi costa molto meno di un prodotto apple qualunque. L'altra cosa che dicevo, sebbene non mi piaccia parlare dei fatti miei come saprete, è che non ho scritto per un po' perché mi stavo dedicando alla stesura di un mio racconto breve, che non so se vedrà mai la luce di un monitor, ma che magari per questo nuovo anno potrebbe comparire a pezzi (non necessariamente ordinati) su queste pagine virtuali. Se volete un'anticipazione, la prima parola che non sia un monosillabo è "circoncisione". Non so esattamente cosa un lettore (e la scelta del numero non è casuale) si possa aspettare da un post di natale. Probabilmente sarebbe bello parlare di come percepisco io il natale, perché chiaramente ognuno lo percepisce a modo suo. Per esempio potrei dire che, essendo ateo, il natale per me è quella festività che mi ruba la scena in cui la quasi totalità delle persone, che, si sa, sono una manica di stronzi, ha il dovere (ben differente dal piacere) di essere più buona, fare regali e adorare un essere onnipotente che non solo non ascoltano, ma che pensano di fottere adorandolo una volta l'anno. O poco più. Per me natale significa potersi ritrovare in famiglia e pensare che sarebbe bello se quel metaforico abbraccio culinario potesse riproporsi più spesso. Ma più di tutto il natale mi ricorda la capacità che abbiamo di per lo meno fingere di poter vedere il mondo come un bimbo. Finzione della gioia o, per i più fortunati, gioia vera, genuina, poetica. Mi sarebbe parecchio piaciuto poter scrivere poesie ma, come notate dalle virtuali pagine che illuminano le vostre sfaccendate mezzore, sono più tipo da prosa. Sebbene, come notate da questa virtuale pagina che illumina la vostra più sfaccendata mezzora, non è che mi riesca poi così bene. Però mi piace pensare che lo spirito natalizio, oltre a quella finzione che arriva in taluni casi ad essere doverosa, riesca a rimanere dentro le persone, che in qualche modo possano viverci tutto un anno, di quella poesia. Mi piace pensare che il logorio della vita dell'uomo moderno, stronzo, distaccato, mai sognatore, non possa mai intaccare quella poesia. Nel mio ideale di mondo le persone vivono scrivendo poesie. Le poesie si scrivono in tanti modi, le più belle senza ricorrere a simboli convenzionali nel colore opposto a quello dello sfondo. Mi diranno che non si mangia con la poesia. Ma si sbaglieranno, aridi fino al midollo. Esiste un modo molto semplice di campare scrivendo poesie. Leggendole. Ebbene, nella letterina a babbo natale metterei il desiderio che le persone possano vedere la poesia che c'è in quello che fanno. E ci metterei pure la speranza di non essere una persona buona solo a natale. Speranza che mi viene giusto in queste ultime righe, scritte nel momento in cui il natale è finito. Insomma buon natale, che, con la giusta poesia, può essere tutto l'anno. E gnente, che lo sia.