sabato 14 aprile 2012

Milano ed un ricordo per capirla di più

Recentemente ho visto "Romanzo di una strage", film tratto da un libro di Cucchiarelli, "Il segreto di Piazza Fontana", in cui ridà un alito di vita alla teoria della doppia bomba. Film molto ben fatto, sebbene ognuno di voi possa trovare copiose critiche in giro per la rete, ma credo che i film vadano anche presi per quello che sono, film. Vedendolo ho ripensato a quel sondaggio, fatto un paio d'anni fa al massimo, in cui è emerso che la stragrande maggioranza degli studenti dei licei milanesi è convinta che la responsabilità di quel massacro sia delle Brigate Rosse, il resto attribuiva il tutto alla mafia e una coda statistica si distribuiva tra gli anarchici, i fascisti e i servizi segreti. La cosa sorprende (oddio, fino ad un certo punto, visto che pare sia vietato mettere nei programmi scolastici ogni evento successivo al '48) perché è una cosa successa nella loro città, che ha dato il via ad una serie di eventi nella loro città, che determina il carattere della loro città.
Dunque ho pensato di mettere un po' insieme le idee e fare un piccolo tour (che potete seguire da qui) tra i luoghi della storia recente di Milano, anche solo come superficiale promemoria.

Se dovessi andare a Milano, ora che non ci vivo più, prenderei la bici e probabilmente passerei da Sesto San Giovanni. Si, il tour di Milano comincia a Sesto, perché da qualche parte bisogna pur cominciare e si sa che Milano non ha confini, circondata e compenetrata da una miriade di paesini dormitorio che rendono la città infinitamente più grande di quella che è, con una popolazione che varia a seconda dell'orario della giornata, mentre inspira ed espira persone, con frenetica costanza. Sesto, la Stalingrado d'Italia, medaglia d'oro, come Milano, alla resistenza e per la maggior parte delle persone è poco più del luogo da cui parte la metro rossa. L'episodio di Sesto che mi viene in mente è quella notte tra il 7 e l'8 dicembre del 1970, la notte del Golpe Borghese, la notte in cui i fascisti guidati dal principe Borghese occuparono militarmente (salvo poi annullare tutto per motivi a me ignoti) luoghi strategici e istituzionali. Il grosso venne fatto a Roma, ma un centinaio di uomini della forestale occuparono proprio Sesto, la Stalingrado d'Italia.
Da Sesto, con la mia metaforica bici, posso prendere viale Monza e iniziare ad addentrarmi in città. Di chilometri ne devo fare 4, tutto dritto, tra semafori e inquinamento, il tempo scandito dalle fermate della linea rossa. Proprio grazie a queste fermate so che tra Rovereto e Pasteur devo girare a sinistra e cercare via Leoncavallo, sede storica dell'omonimo centro sociale milanese, lì vicino nel marzo del 1978, in via Mancinelli, i fascisti uccisero in un atto di guerra (una guerra non contro di loro, contro la città) Fausto e Iaio, due ragazzi, 18 anni, due storie, una rabbia che la città ha sopportato, una rabbia che a scrivere queste due superficiali righe mi sale da dietro la schiena e mi fa tremare le mani. Tornando su viale Monza, poco più in là, c'è Piazzale Loreto, dove i fascisti sono stati fatti penzolare, appesi per i piedi.
Proseguo verso il centro, su corso Buenos Aires, dove c'era una volta la sede di Radio Popolare, storica radio della sinistra milanese. In quella radio c'è un pezzo di storia della città, al di là della carica artistica e giornalistica che è passata per quegli studi, quei microfoni hanno raccontato gli eventi, dagli anni di piombo ad oggi, le dirette dalle manifestazioni, le campagne di informazione, le interviste in esclusiva, i 9 radiogiornali al giorno.
Corso Buenos Aires finisce dopo 2 km e io mi fermo dopo i giardini di porta Venezia, in via Palestro, dove nel luglio del 1993 un'autobomba mafiosa davanti al museo di arte contemporanea uccise tre vigili del fuoco, un vigile urbano e un immigrato che dormiva su una panchina. Quella strage la ricordo bene e la porto come mia piccola cicatrice. La città dimenticò troppo in fretta la presenza della mafia sul territorio, ma ogni anno, nella notte di fine luglio che fa da anniversario, i pompieri si trovano lì e fanno andare in silenzio i loro lampeggianti, a ricordare gli innocenti uccisi dalla mafia, a Milano, in pieno centro.
Proseguo in via Palestro per non più di 600 metri fino ad incontrare via Fatebenefratelli, per me sinonimo di Questura di Milano. Quel luogo ha molte più storie di sangue di quelle che dovrebbe avere un edificio adibito al servizio e alla sicurezza del cittadino. Nella notte del 15 dicembre 1969, dopo 3 giorni di interrogatorio guidato dal commissario Calabresi, veniva defenestrato e quindi ucciso il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, morto innocente, mentre indagavano sulla strage fascista di Piazza Fontana in cui 3 giorni prima persero la vita 17 persone. Come rappresaglia per quell'omicidio (per cui la questura non venne ritenuta responsabile), nel maggio del 1972, le Brigate Rosse uccisero il commissario Calabresi davanti alla sua abitazione, in via Cherubini. Un anno dopo, in quella Questura, mentre si ricordava l'omicidio, una bomba a mano anarchica uccise 4 persone. Per arrivare dove è morto Calabresi devo attraversare parco Sempione, che ora è luogo curato di sole e verde, ma per me rimarrà sempre il contenitore di tossici a 2 passi dal Duomo che era negli anni '90. Alché basta seguire corso Vercelli e si arriva lì, dove un uomo dello Stato, abbandonato dallo Stato, ha visto la sua esecuzione.
Torno sui miei passi, mi dirigo verso il Duomo, e passo per via Morozzo Della Rocca, dove nel luglio 1979 la mafia uccise l'avvocato Giorgio Ambrosoli, che stava indagando sul banchiere siciliano Michele Sindona. Altro omicidio mafioso, a due passi dal Duomo, che la città ha perso nelle pieghe della sua memoria.
Attraverso Piazza Duomo, piena delle sue formichine operose, ma solo dopo le 10 di mattina. Questo pezzo lo faccio a piedi, mi piace il selciato del centro, sentirlo sotto i piedi. Dal Duomo a Piazza Fontana sono 4 minuti, ogni volta che vado in centro cammino quei 4 minuti, a sentire la vibrazione dell'odio fascista che si fa sempre più grande, passo dopo passo. Piazza Fontana non ha nulla di particolare. Tagliata dal tram, una banca sulla destra con una lapide che non nota mai nessuno, una fontana e un'aiuola, che ho sempre visto illuminata, credo prenda luce tutto il giorno. Su quell'aiuola ci sono due targhe che ricordano Pinelli, il marmo anarchico che ne ricorda l'uccisione, la plastica istituzionale che ne ricorda la morte. Pinelli non se lo ricorda un po' nessuno, è un'indagine mezza insabbiata su cui si fa finta di niente, ma abitava nel mio quartiere e mi hanno insegnato, in quel quartiere, a ricordare le ingiustizie.
Non ho ancora conosciuto nessun milanese abbastanza vecchio da essere in grado di camminare a quei tempi, che non sia andato ai funerali delle vittime, in piazza Duomo. Non ho ancora conosciuto nessun milanese che non ricordi bene quel giorno e quegli applausi che mi hanno così dettagliatamente descritto.
Milano è anche e soprattutto piazza Fontana, dalla reazione della città, all'ingiustizia delle indagini, all'assoluzione (ma responsabilità fascista ben riconosciuta) degli imputati. A 5 minuti da lì c'è l'università, dove in quegl'anni si formava il gruppo di azione partigiana di Feltrinelli.
L'orrore di quel luogo mi fa venire voglia di bellezza, prendo via Torino per finire dopo un po' sui navigli. Oramai è sera, lampioni gialli, pavè. So che se proseguissi per un paio di chilometri mi troverei sulla destra la casa di Giorgio Gaber, il nostro poeta, un altro bel pezzo di città in uno dei posti più romantici della città.
Per tornare a casa la prendo molto larga e passo dalla mia università, una volta polo di vera grande eccellenza industriale, un luogo da operai, il luogo dove sono nate le Brigate Rosse, perché Milano è anche questo.

Queste cose non le ho studiate anche perché nessuno ha mai voluto insegnarmele (infatti può darsi siano sbagliate), queste cose me le ha raccontate la mia città e io provo a ricordarmele ogni volta che ci passo in mezzo. Milano è disseminata di lapidi e targhe che ricordano cosa è successo, dalle lotte partigiane al terrorismo, che spiegano perché i muri su cui sono appese grondano sangue. Milano ha sempre saputo reagire a quel sangue, è questo che la rende una bella città, è questo che la rende una città cui voglio bene. Magari di come stia vedendo svanire l'anima di Milano ne parliamo un'altra volta, sempre che i due di voi che han avuto la forza di arrivare fin qui esistano veramente.

domenica 25 marzo 2012

Kony e predicozzi. Tutto questo dal pulpito sbagliato

In questa serata in cui protesto perché uscire il sabato sera è troppo mainstream, mica come passare la notte facendo conti buffi, ho deciso di prendermi una pausa dalle sudate carte e parlare dell'evento internettiano dell'ultimo periodo: Kony 2012.

Il video credo oramai l'abbiam visto un po' tutti quindi non sto qui a raccontarvelo e son troppo pigro per linkarvelo. Sono state avanzate validissime obiezioni dalla stampa di mezzo mondo (se ne son persino accorte le Iene ieri) e dai numerosi videoblogger che han ribattuto colpo su colpo le tesi dell'autore del video (nella mia top ten delle persone preferite del mese per essersi fatto arrestare nudo e ubriaco dopo aver distrutto due auto in pieno giorno). Ma non è di questo, né tantomeno delle onnipresenti (ma sempre con qualche fondamento) tesi sul colonialismo americano, che voglio parlavi: gente che ha studiato meglio lo ha fatto benissimo al posto mio.

Invece voglio parlarvi di quanto gigantesco sia stato l'impatto virale di questo video. I milioni di visitatori crescevano ogni ora, il numero di video identici ma sottotitolati in varie lingue è in costante aumento dalla seconda settimana di esistenza di questo video di, udite udite, 30 minuti! Senza contare tutte le emittenti televisive che han riproposto ogni singolo fotogramma di questa storia e senza contare il fatto che la visualizzazione su facebook non aumenta il contatore di youtube (per lo meno non secondo i miei esperimenti). La cosa, a mio avviso, può essere letta come una bella speranza per questo pianeta. Non è il video di un gattino ubriaco che piscia su un bambino che ride ad aver fatto il giro del mondo, è un video che, per lo meno al primo sguardo e al netto delle obiezioni sopra citate, ha un messaggio sociale ed umanitario, di impegno civile. Ed è un video di 30 minuti, che richiede tu smetta di vivere la corsa della tua giornata per guardare un filmato il cui messaggio attende un buon numero di scene per palesarsi. Il tutto in una società in cui chi guarda un porno di 5 minuti salta le scene che oramai ha capito come vanno a finire. Lo faccio pure io, spero sempre che dopo i fazzoletti alla fine si sposino facendo trionfare l'amore, che è il vero messaggio di ogni video porno.

Certo, il video è fatto benissimo e il messaggio comunicativo è penetrante.

Tuttavia le scene di pompini le salti dopo un po'.

Ma torniamo a Kony 2012. Oltre a mostrare un uso della timeline di facebook che tu, comune mortale, mai potrai avere, da questo messaggio di impegno civile e umanitario in un costante bombardamento emotivo tale che, finiti i 30 minuti, non riesci a non parlarne con qualcuno, ti ha colpito, nel profondo, con la gioia e la sofferenza. E così si diffonde, sfruttando la bontà che hai dentro e che, ammettiamolo, vuoi un po' ostentare perché fa figo anche quella nel momento giusto. Oppure ti colpisce al punto da trovare cosa c'è dietro, altra cosa essenziale per la libertà e la democrazia del pianeta tutto. Dunque guardavo alla diffusione rapidissima di questo messaggio di grande umanità con un sorriso commosso, che, anche se il messaggio nascosto fosse di puro marketing, l'utente medio, che lo guarda e lo diffonde, lo fa perché promuove una causa giusta.

Un bel momento, ma fortunatamente è passato in fretta. Perché è stato anche subito chiaro che il diffondere il video fosse più che sufficiente per quasi chiunque vi ci sia imbattuto. Quasi nessuno si è messo, di fronte a notizie di così clamorosa crudeltà, a informarsi di più, quasi nessuno ha pensato di organizzarsi per raggiungere chi il pc non lo usa. E da qui usciamo dal solo contesto di Kony 2012. È la buona azione part time. È l'impegno civile solo nel proprio cortile e solo se non mi fa rinunciare a null'altro per compierlo. È il lavaggio periodico della coscienza, ma comunque solo per proprio interesse. È il non lottare mai e anzi vivere con fastidio la lotta altrui solo perché non ci riguarda direttamente. È il mettersi a tenere insieme il tessuto sociale di questa società per i motivi più sbagliati: quelli non dichiarati. Sono tutte queste cose che fanno male all'impegno civile, un sapone consumato da tutte queste bolle.

È un momento storico in cui dovrebbe arrivare a grandi passi una illuminata coesione delle varie parti della società per combattere l'ingiustizia, una qualunque, che sia nel mio giardino o in quello del vicino o in quello dell'amico del vicino che vota il partito sbagliato e che mi sta pure un po' sul cazzo ma che ha comunque una dannatissima ragione. Invece no, una carneficina, ognuno fa come gli pare, che palle i camionisti, che palle i pescatori, che palle i manifestanti.

Guarda, sanno solo tirare sassi.
Come? Dicevano qualcosa prima e non li ascoltavo?
Beh che importa, tirano i sassi ora.

Se c'è solidarietà o condivisione è sempre part time, per carità, mi faccio i cazzi miei anche io e capisco il valore di sapersi fare i cazzi propri, ma sono cazzi poi così importanti sempre? Così indispensabili e irripetibili? Che sia studiare o uscire con gli amici o dormire una manciata di ore in più: siamo sicuri che non si possa, qualche volta in più, rimandare un simile impegno per far qualcosa anche per gli altri. Giusto per ricevere indietro un sorriso, ma anche per non riceverlo.

E se iniziassimo, come esercizio, al posto di dire "non posso" quando una di queste occasioni di fare del bene si presenta, a usare il verbo giusto, "non voglio", non avremmo bisogno del lavaggio periodico di coscienza un po' meno spesso? O anche solo ad intraprendere una qualunque attività con l'onestà di ammettere le nostre vere motivazioni egoistiche, non ci guadagneremmo in serenità e sorrisi? Non risparmieremmo in aggressività?

Oppure, visto che è nelle piccole cose che si può migliorare il nostro impatto sul mondo, perché non cominciamo con l'eliminare una piccola cosa superflua? E poi perché non iniziamo a toglierne un'altra e un'altra ancora?

Infine, perché quando vediamo una manifestazione non andiamo a sentire cosa dice chi è lì, al freddo o al caldo, a urlare le proprie idee? Anche solo per dirgli che è un pirla, ma almeno lo si dirà a ragion veduta e non perché ve lo dice qualcuno.

Oh beh, è venuto un predicozzo, ma son convinto che la parte sui pompini vi sia piaciuta. Torno a farmi i cazzi miei. Questo è certamente il pulpito sbagliato.

"Poi un giorno vennero a prendere me: non era rimasto nessuno ad alzare la voce per difendermi"

domenica 18 marzo 2012

Di Genova, Libera, Tav e lacrime.

Ieri ero a Genova a manifestare. 10 anni e mezzo fa probabilmente non avrei potuto scriverlo perché avrei avuto le dita rotte, ma oggi posso. Posso perché ieri ero a Genova per manifestare insieme a migliaia di altri bambini, vecchi, ragazzi, meno ragazzi, tutti avvolti nell'orgia colorata delle bandiere di Libera.
Ieri era il giorno scelto per la manifestazione in occasione della giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie. È la diciassettesima volta che si celebra, questa volta la scelta è caduta su Genova, capoluogo di una regione che, anche lei quanto le sue confinanti e non, si sta facendo masticare dal cemento mafioso e dai loro rifiuti. La data vera è in realtà il 21 marzo, il primo giorno di primavera, ma si sceglie sempre di manifestare nel sabato più vicino e dunque si è finiti il 17, che l'anno scorso ci insegna essere il giorno in cui si festeggia l'unità d'Italia. Tuttavia mi piace pensare che questa volta un caso non sia, perché questa volta si era in 100 mila, un unico grande grido che chiede giustizia, legalità, uguaglianza, libertà. Un unico grande grido che chiede una legge sulla corruzione tra privati, che chiede di rendere il 21 marzo festa nazionale e che fa tutto ciò attraverso il ricordo di 151 anni di mafia su questo territorio, l'Italia tutta, non la Liguria soltanto, dico. Un ricordo che può e deve farsi impegno, come viene detto dal palco, un impegno vero, non fatto di parole poi svuotate dai fatti cui siamo messi ormai quotidianamente davanti, un risveglio civile nell'animo delle persone per reagire ad un'onda silenziosa e spesso impalpabile quale è la mafia.

Il corteo l'ho percorso quasi tutto, non ho completato l'opera perché era sterminato, perché venivo da ennemila ore di veglia (di cui magari vi parlo un altro giorno) e perché quando decisi di provare a tornare indietro mi han detto che la coda del corteo non era ancora partita, mentre noi eravamo quasi arrivati. Piazza della Vittoria stava per scoppiare quando sono arrivato, non riuscivo a capire dove finisse la piazza, c'erano anche i NoTav, oramai onnipresenti, tutti giovani liceali (per inquadrarli anagraficamente), allegri, con la loro musica, le loro bandiere e i loro slogan. Anche loro lottano contro la mafia, sul loro territorio e probabilmente li si trova in ogni manifestazione proprio perché hanno bisogno di essere ascoltati anche, e soprattutto direi, quando nessuno tira sassi o blocca autostrade (che è poi la stragrande maggioranza dei casi). Da dove si erano messi credo che chiudessero il corteo, ma li persi di vista poco dopo, trascinato dalle bandiere giallerosaarancioni dei vari coordinamenti e presidi provenienti da ogni angolo d'Italia, uniti da Libera. Mentre risalgo trovo intere classi di bambini che avevano preparato i loro cartelloni, il loro approfondimento su una delle oltre 900 vittime innoncenti riconosciute come vittime di mafia, trovo giovani scout, probabilmente reduci come me da uno dei campi di lavoro su qualche bene confiscato che Libera organizza in estate, trovo famiglie i cui bimbi sono avvolti nelle bandiere di Libera per proteggersi da un fresco poco primaverile, trovo bandiere della pace, trovo striscioni dei vari presidi. Questo è di Milano, poco più in là trovo Pisa, i ragazzi di Polistena non li vedo ma so che ci sono, con me nello stesso corteo, ecco laggiù il presidio di Reggio Emilia e da come parlano i ragazzi accanto a loro devono essere pugliesi. Era un'Italia schiacciata dentro Genova, come lo eravamo noi al campo di Polistena, che ancora una volta abbiam colto l'occasione per rivederci, scambiare qualche risata, abbracciarci e poi di nuovo sparpagliarci per tutta la penisola.

Ad un certo punto ritrovo il movimento No-Tav, hanno appeso qualche striscione, uno mi fa storcere un po' il naso "La vostra legalità ha quasi ucciso Luca Abba". Ora, i No-Tav nella loro lotta hanno ragione da vendere (almeno finché qualcuno dei SiTav dopo anni e anni che glielo si chiede non porti argomentazioni logiche e coerenti) e non mi dilungherò né su quanto abbiano ragione né su quanto mi sia dispiaciuto per Luca Abba e per quanto gli è successo in quanto sono cose che non dovrebbero mai accadere. Tuttavia alla base di ogni traliccio dell'alta tensione c'è scritto "Pericolo di Morte", non "pericolo di morte se ti inseguono i rocciatori" e dunque uno che ci sale sa che incontrerà qualche legge che proverà ad ucciderlo. Quelle dell'elettromagnetismo, datate 1873, di cui un po' tutti dovrebbero sentire parlare. Oh beh, mi son dilungato su uno striscione quando in realtà volevo giusto dire che era bello sapere Caselli e i No-Tav nello stesso corteo, per la stessa causa.

Si arriva dunque di fianco all'acquario, il corteo finirà lì, sotto ad un palco. Salgono i famigliari delle vittime che siamo lì a ricordare. Comincia un elenco, angosciante, un nome dopo l'altro, un brivido freddo dopo l'altro. Una chitarra acustica arpeggia qualche nota, poi parte qualche timido violino. E i nomi si susseguono, a gruppi di 10, non di più, spesso hanno anche tutti lo stesso cognome. Me ne sto a fissare il mare in quel momento che a guardare la folla non ce la faccio. Hanno tutti lo sguardo che spera che a nessuna delle persone sul palco si spezzi la voce dall'emozione mentre legge perché in quel momento nessuno avrebbe trattenuto le lacrime. Quindi guardavo il mare, ascoltavo i nomi, ne conoscevo pochi e come me anche molti altri, ad ogni gruppo di nomi partiva un applauso, commosso, di chi trattiene le lacrime. E guardavo il mare, ascoltavo i nomi e il rumore delle corde prodotto dalle navi che ondeggiavano. E pensavo "ti prego fa che non si spezzi loro la voce, non lo reggerei". Periodicamente arrivava anche il borbottio della nave della guardia costiera. Gli applausi partivano a ritmo regolare. Poi ad un certo punto mi giro e vedo passare Don Gallo, per lui l'applauso è molto localizzato e magnificamente anarchico. I nomi finiscono, l'applauso non finisce più. A nessuno dei famigliari, anche leggendo i nomi dei loro cari in quell'elenco di memoria e orrore, si è incrinata la voce, nemmeno per un secondo. E la piazza non piange, non che se ne vergogni, anzi, ma credo volesse seguire l'esempio della loro forza e ricordare quelle vittime con forza, non che le lacrime siano debolezza, ma non sarebbe stata la stessa forza di quei famigliari, ora un po' famigliari di tutti.

La giornata prosegue arrampicandosi per i vicoli di Genova, fino ad una piazzetta dove c'è un centro sociale o qualcosa del genere. Mangio con poco e guardo i bambini che giocano coi ragazzi di quel centro sociale. Penso che se c'è un paradiso sia Genova il posto da dove si prende la nave. Esce anche un sole a squarciare quelle nubi che ci hanno accompagnato tutta la mattina, la stanchezza mi ha regalato quelle risate come ultimo ricordo di una giornata splendida. Per il resto ricordo solo un gran bisogno di trovare un posto per dormire.

mercoledì 15 febbraio 2012

Di fisica, colori e unicorni

Continuando la sperimentazione di cose nuove su queste pagine (dopo il notevole successo di questo, che però è stato riproposto in altri siti, un po' come barare) proverò, con la sciatta spensieratezza che richiedono delle pagine virtuali e l'entusiasmo di uno che comincia a rovinarsi le unghie provando a scalfire la superficie di una teoria, a parlare un po' di quello che faccio nella vita vera. Beh, per lo meno quello che vorrei fare nella vita vera. Appena parte The Piper at the Gates of Dawn dei Pink Floyd son pure pronto a smetterla di indugiare con l'introduzione (che però se mettete su il cd mentre leggete, leggete meglio).

Cosa provo a fare nella vita vera? Per quanto mi faccia ancora strano dirlo, ché son ancora studente (per altro affatto brillante), provo ad essere un fisico teorico. Dunque quel genere di fisico che indaga le leggi fondamentali della natura, analizzandone i risvolti teorici, matematici, fenomelogici. In particolare, dato che mica si può studiare tutta la fisica teorica in 5 anni, gli edifici rossi squadrati che mi accolgono si preoccupano di approfondire la fisica delle alte energie, andando ad indagare perché la materia, le particelle fondamentali, sono come sono e cosa comporta questo loro modo di essere e di manifestarsi. Il perché si parli di alte energie risiede nel fatto che spesso per vedere alcune di queste particelle bisogna barbaramente spaccare tutto e dunque serve molta energia per farlo. Si, i particellari sono dei punk anarchici.

Non è tuttavia mia intenzione parlarvi di quello che studio, credo che le milioni di pagine scritte da chi è ben più esperto lo facciano già abbastanza, quello che voglio provare a comunicare è la spinta di astrazione, di immaginazione, la visionaria modellizzazione con cui devo, ma come me tutti i tipi di fisici, confrontarmi quotidianamente. Anche quando non studio, il che probabilmente è motivo concorrente di frequenti alienazioni, sguardi persi nel vuoto, mutismo, protocolli sociali calpestati. Con scarpe già sporche di maleducate feci animali. Insomma, io che di poesia non ne capisco nulla e, non pago, non mi faccio granché capire quando ne parlo, vorrei far capire la poesia che c'è dietro, alla fisica dico.

Ossessione chimerica nel mio studio è la ricerca della simmetria e delle implicazioni che ha sulla teoria la simmetria stessa. Una ricerca di eleganza, che diventa formale nel momento in cui si prova a comunicarla con il linguaggio base della fisica, la matematica. Una matematica che a sua volta, da strumento, linguaggio, diventa alle volte manovratore della gigantesca gru che posiziona i mattoncini della realtà. Dunque va a suggerire nuovi mattoni, vietare pareti. Per lo meno finché la casa non crolla, percossa da una natura particolarmente dispettosa, tiranna come è giusto che sia. Un crollo che non lascia mai il vuoto, un cumulo di macerie inutilizzabili, al punto che, alle volte, da vita ad una casa più grossa. La simmetria la si cerca sempre più grossa, più generale, così che contenga quanto già si è descritto e riesca a dirci qualcosa di nuovo, mettendolo in luce (che a nessuno serve una nuova enciclopedia se non è successa una favazza dacché si è comprata la precedente).

Si cerca sempre di rimanere quanto più possibile semplici ed eleganti nelle descrizioni, un po' perché l'eleganza non passa mai di moda e, si sa, i fisici sono attenti a queste cose, un po' perché pare che sia così che si manifesta la natura, semplice ed elegante (al netto del discorso circolare sul fatto che è così che matematicamente andiamo a scriverla noi). E si cavalca l'ispirazione, frutto di duro lavoro, di menti brillanti che, con un procedimento che va ben oltre lo slancio artistico (l'artista non ha un capo stronzo quanto la natura), vanno a descrivere cose nuove, arricchiscono il loro campo di lavoro, il sapere comune. Una spinta che parte dalla spropositata curiosità di indagare il perché delle cose, dalla insaziabile fame di profondità nelle spiegazioni che si trovano. Andando così ad amplificare la bellezza di partire da domande semplici (basti pensare che buona parte della fisica del 900, il secolo mirabilis della fisica, è nata sostanzialmente per dare una risposta alla domanda: perché se scaldo un pezzo di ferro si illumina?) dando risposte semplici, non banali, ma semplici. Una bellezza che fluisce impetuosa in ogni gesto, in ogni pagina piena di bestemmie per gli errori ed i vicoli ciechi incontrati, in ogni indumento sporco di gesso e sudore, in ogni plico di fogli consumati.

Si giunge poi alle descrizioni visionarie della fisica moderna, in cui siamo tutti un'unica vibrazione in uno spazio ben più esteso di quello che vediamo, con direzioni che nemmanco Syd Barrett poteva immaginarsi, con dimensioni che si arrotolano su loro stesse, si nascondono. Distinguiamo la materia dall'energia in base a come quest'unica vibrazione si manifesta, una materia che va ad incurvare lo spazio stesso, manifestandosi in particelle che per stare insieme si scambiano dei colori, che per avere massa si mangiano l'un l'altra in spazi e tempi lontani dall'immaginabile (motivo di numerose madonne che provengono da quel grosso anello interrato sotto Ginevra), che si trasformano in qualcos'altro scambiandosi altre particelle da loro stesse prodotte, in procedimenti di una violenza inadatta alla prima serata televisa. Si, siamo hippies.

Ma la poesia di tutto ciò non è in quanto fantasiosa possa essere la descrizione, altrimenti basterebbe ridurre tutto a degli unicorni che surfano su un lago di fuoco sferico-ma-non-troppo, cavalcati da gnomi arceri, in una goccia di rugiada che piega il filo d'erba dell'amore. La poesia sta in quanto questo sia fedele a quello che si vede, in quanti nuovi vortici apre, in quel lago di fuoco sferico-ma-non-troppo dico, e in quanto ogni nuovo vortice, anche quelli che hanno un fondo, contribuisca a un passo avanti dell'umanità tutta (metà delle cose che ho sciattamente citato è il motivo per cui riuscite a leggere queste righe).

Insomma, è per questo che è molto miope chi afferma che lo scienziato è troppo razionale e quindi poco fantasioso ed è questo il motivo per cui è molto da stupidi sfigati vantarsi di non capirci una favazza, di scienza. Tutto per dire che vantarsi di non avere mai capito, chessò, matematica a scuola rende questa società triste, arida e stronza. Dando tra l'altro un'evidente spiegazione alla vena autodistruttiva dell'uomo.

sabato 4 febbraio 2012

La pagina bianca

Dacché la mia vena pubblicante ha ripreso a pulsare quello che mi accingo a lasciarmi alle spalle è un lungo periodo di silenzio, dunque quanto segue sarà, miei cari piccoli sfaccendati lettori, il mio tentativo di violentare la pagina bianca.
Quello della pagina bianca è un problema tutto sommato ciclico e di solito coincide con i momenti in cui gli argomenti di discussione sono troppi per rimanere impressi: navi che affondano, scioperi che ricordano alla gente che esistono categorie che solitamente malediciamo quando ci superano a destra in autostrada ma che reggono il paese, filippiche acide su quelli che fanno frasi troppo lunghe, un evergreen su Fabio Volo ed il qualunquismo, il fastidio crescente che sto sviluppando verso il popolo della rete in prima linea per quanto riguarda la risposta caustica ma mai, e dico mai, pronto a fare qualcosa di concreto, il mio coinvolgimento a vari livelli in quasi tutti gli argomenti sopra citati.
Ebbene, quando le cose da scrivere diventano troppe è estremamente complicato scergliene una e, cosa quantomai più grave, rende come inappropriato, chessò, riportare una descrizione, collocabile sullo sfuggevole limite dello stalking, della sconosciuta e per questo splendida ragazza sul treno dei pendolari, piegata sul suo libro come un filo d'erba abbracciato dalla rugiada. Di inappropriatezza in inappropriatezza confesso di aver scritto la frase precedente mentre defecavo, ma la ragazza esiste davvero, un giorno ve ne parlo. Una volta che questi problemi si presentano diventa improponibile opporsi alla futilità del tutto, nemico contro il quale bisogna combattere per cominciare una qualunque azione (soprattutto lo scrivere), e la pagina bianca vince, ti accompagna teneramente per mano verso lidi più caldi e scivoli in silenzio nella vasca del tuo Jim Morrison morente personale.

L'unico rimedio che ho trovato, sperando che quando avrò partorito il finale di questo post il mio dito non si soffermi con decisione sul taso backspace, è prendere il pesante martello a due mani delle parole così che ossimoricamente ti coccoli fino a farti uscire dal tepore che solo il silenzio può regalarti. Un pesante martello che ti consenta di abbattere quel marmoreo muro senza espressione al fine di esporti al gelo. Quel gelo che ti scorre dentro quando fai uscire le parole che conservavi così gelosamente.

Detto questo, ringrazio il buon Salomon Xeno, che mi ha conferito un premio di fama internazionale a cui non ho dato un seguito perché, ammettiamolo, sono un maledetto outsider del magico mondo dei blog e non sarei mai in grado di conferire premi a mia volta. Tuttavia posso lo stesso indirizzarvi al suo blog, blog a tema letterario, ma non solo. Che poi più che un ringraziamento per un premio internazionale che mi ha conferito potrebbe essere un ringraziamento per gli elevati discorsi su letteratura, storia o poesia che, da bravi scienziati o presunti tali, occupano i nostri pranzi. Oppure per essere un po' l'unico che mi commenta i post. A sua scelta.

Alla fine del post ci sono arrivato, la voglia di cancellar tutto è bassa e ben contrastata dalla fatica che dovrei fare per farlo (ben tre tasti, sebbene senza dover nemmanco muover troppo le mani), chissà che non abbia sconfitto il mostro del mio dungeon, ma suppongo lo si scoprirà al prossimo post.

Godetevi un po' sto freddo che, per dio, è estate quasi tutto l'anno in sto maledetto paese.